Attraversare la porta della misericordia – 2°parte

Siamo risaliti, per varcare la soglia della camera a gas e del forno crematorio: Dio mio… Porta santa degli innocenti, ingannati da loro stessi… troppo assurdo quello che accadeva perché una persona potesse anche solo lontanamente crederci. Meglio morire inconsapevoli che devastati dalla previsione di tanta barbarie. E sì: la barbarie delle guardie, dei compagni Kapò vendutisi per un pezzo di pane nero; il sarcasmo della banda che suona sotto la frase micidiale: ‘Il lavoro rende liberi’. Dio mio… 14.08.15 Auschwitz (90)Sentivo sempre più sgorgare una sola soffusa preghiera, pensando che forse in Siria, in Iraq, in Africa, in tanti angoli del mondo ancora oggi accade qualcosa di simile: ‘Fa’ o Signore che conserviamo in noi almeno un briciolo di umanità. Fa’ che difendiamo strenuamente in noi una traccia di umanità’. Perché profondamente l’uomo non è questo!

Non ho provato sentimenti particolarmente intensi. Ho portato con me immagini e sfumature di grigio, il silenzio e quegli odori non più presenti, ma come congelati nell’aria. E sono giorni che le riporto a mente, come mi capita per la Terra Santa. Mi ritrovo di nuovo lì, pacatamente. E mi è sceso nel cuore un senso di infinita tristezza, come un manto grigio quanto le nuvole che a un certo punto hanno coperto il cielo. Tanta tristezza di fronte all’orrore, perché l’abbiamo compiuto noi! Chi l’ha fatto materialmente, chi ha taciuto, chi si è morbosamente invischiato in questa brutalità, chi è stato complice insospettato… e io, con la mia violenza e la mia intolleranza, sono partecipe di tanto male… Tanta tristezza, perché l’uomo non è più uomo quando cede all’egoismo e all’ideologia: anche oggi, soffro di tristezza e di impotenza davanti alle notizie quotidiane di guerra e di perversione dell’uomo… Dio mio… Tu sei lì! Tu sei qui! Impotente amante, unica traccia di umanità in noi, come diceva Etty!

…continua

Attraversare la porta della misericordia – 1°parte

La missionaria Lucia ha conosciuto al Cenacolo di Borgonuovo, P.Luca Garbinetto della Pia Società San Gaetano. Il Padre era reduce da un viaggio a Cracovia, dove è stato ospite di alcuni amici religiosi Guanelliani. Dopo aver visitato insieme a padre Jarek e ad Antonella i luoghi dell’Olocausto, ha affidato al nostro blog la sua testimonianza.

Il secondo giorno, al mattino, la tanto attesa visita al campo di Auschwitz – Birkenau. Per me era il santuario principale da visitare. Fin da piccolo ho letto e ascoltato tanto del dramma dell’Olocausto; ho visto film che mi hanno commosso e, porto nel cuore, questa terribile pagina della storia assieme a tanti suoi testimoni che mi hanno aperto un modo nuovo di pensare e guardare Dio: Massimiliano Kolbe, Edith Stein, Etty Hillesum, Dietrich Bonhoeffer… e i racconti di uomini e donne meno conosciuti, ma non meno santificati da tanta sofferenza. Sono andato ad Auschwitz senza aspettarmi nuove notizie o particolari novità: era come se conoscessi già tutto… ma ancora non avevo calpestato quella terra santa e miei occhi non avevano contemplato i segni del martirio, dell’incarnazione culminata nella croce. E così ho camminato due ore in silenzio. Tanto silenzio, ad Auschwitz. Le parole di padre Jarek erano rispettose, ed esprimevano la sua personale ricerca, dura e profonda insieme: ‘avevo promesso di non tornarci più, invece sono già almeno 20 volte che vengo!’. Siamo arrivati alle 10, un po’ tardi, c’era parecchia gente tra le baracche: ma non mi distraevano molto. I miei occhi, i miei orecchi erano tutti per quel silenzio, per le tracce degli innocenti sfregiati nella loro dignità. Morti, passati per un camino. La prima reliquia dopo le ceneri, raccolti nell’urna, sono stati i capelli delle donne, tagliati e ammucchiati per farne tessuto da vendere. I capelli sono parte vivace della bellezza delle donne. Tagliati e venduti. Poi i volti, nelle foto, di tanti uomini e donne, che provavano a rivendicare la propria dignità davanti a macchine fotografiche che li riducevano a criminali e a numeri. Le date parlavano di pochi mesi o addirittura settimane nel campo; forse era meglio così, starci da vivi era una tortura. 

14.08.15 Auschwitz (95)C’erano 5 gradi sotto zero quel giorno… e io vestito di tutto punto avevo freddo: pensavo a loro, nell’inconsistente divisa a strisce, oppure nudi e ammucchiati nel fieno, nelle brande. Il block 10, quello degli esperimenti; il cortile per le fucilazioni e l’impressionante anello a cui si agganciavano sospesi da terra i prigionieri, perché morissero soffocati. E poi il block 11, e giù giù in fondo le celle di isolamento, il buio, l’ultima tappa… e lì un cero acceso. E’ la cella 18, quella di padre Massimiliano Kolbe. Era proprio lì, che pregava e cantava, stremato, cercando di dare vita ai compagni ormai già morti, oltre che di dare la sua vita per il padre di famiglia al posto del quale si è offerto per amore. All’angolo più oscuro di questa macchina perfetta di sterminio, brilla la luce del cero pasquale… L’ha donato papa Wojtyla.

…. continua

fede,speranza,carità

Continua la lettura “Le svolte della vita” di Roberto Parmeggiani – Ed Immacolata

Sono tre gli aspetti che hanno permesso a Massimiliano di trasformare la disperazione in speranza e che possiamo fare nostri.

corsaPrimo, l’allenamento quotidiano alla carità, in modo che nei momenti di maggior prova abbiamo il fiato per correre fino alla meta.

 

Secondo, mattonela costruzione       della speranza, che è una “casa” fatta di piccolissimi   mattoni,  uniti con pazienza e costanza.

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Terzo, il desiderio della fede, che permette ai nostri occhi di vedere un po’ oltre l’apparenza, di scorgere nelle feritoie di una realtà desolata la buona notizia di un mondo migliore.

E ci rendiamo conto che si tratta delle tre virtù teologali, fede, speranza e carità, ma ciò non stupisce perché sono le tre virtù che riguardano Dio e che ci permettono di vivere in unione con Lui. La relazione con Dio, in fondo, è l’unico aspetto che ci può davvero permettere di trasformare luoghi di disperazione in luoghi di speranza. Se amiamo, sicuri per la fede che questo amore cambia il mondo, certamente vivremo la speranza già oggi.

Mi chiedo:

Se la speranza non è un semplice augurio ma la certezza di avere Dio con noi, qual è la mia relazione con Lui? È viva, reale, sperimentata? Desidero affidarmi a lui? In che modo sto allenando la mia carità? Quali sono i mattoni con cui costruisco la casa delle speranza? In che modo sto alimentando il desiderio della fede?

Auschwitz nell’arte

Antonello Morsillo è un pittore pugliese, definito “suridealista” perché le sue opere esprimono fervori sociali rappresentati all’interno di scenari onirici. Gli squarci, che caratterizzano le sue opere, ispirati alle “macchie” di Rorschach, “perforano” in profondità l’immagine suggellando la sua identità artistica. La sua urgenza è rivendicare importanti tematiche sociali perché ritiene che l’arte possa e debba far conoscere alcune significative realtà.

I Risvolti del pregiudizio. Attraverso la lacrima del popolo ebraico, si dipanano tutte le altre figure incasellate in triangoli marroni (zingari), neri (soggetti anti sociali e lesbiche), rossi (dissidenti politici), viola (testimoni di Geova), blu (immigrati), rosa (omosessuali), verdi (criminali comuni), rappresentati sotto forma di un trucco sbavato, un artificio come la loro classificazione. Le altre tele tratteggiano, evocano illustri personaggi del mondo dell’arte, della filosofia, della letteratura colti nel loro dramma esistenziale e artistico.

Senza dimenticare Edith SteinMassimiliano KolbeFelix NussbaumAnne FrankMario Finzi e Felice Schragenheim. Ognuno di loro è un volto, una testimonianza di quanto l’uomo possa arrivare nel più profondo dell’abisso fino a creare la catastrofe più grande che il ‘900 possa e debba ricordare. L’intento è di consentire, attraverso l’arte, di conoscere e ricordare le persone uccise per una assurda “soluzione finale”.  

danza per la vita

 

Az idős és a fiatal táncosnő barátian összeölelkezik, Kép: sajtóanyag

Éva Fahidi aveva 18 anni quando fu deportata con altre centinaia di migliaia di ebrei ungheresi nei campi di sterminio in Polonia.

Sopravvissuta ad Auschwitz, la novantenne signora sale sul palcoscenico e danza per la vita.

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Éva per tutta la vita ha cercato di evitare di parlare di ciò che aveva vissuto nel campo di sterminio, dove ha perduto i genitori, la sorella e 49 parenti. Fino a quando nel 2003 ha visitato Auschwitz, 59 anni dopo esservi stata liberata.

All’improvviso, l’urgenza di lasciare al mondo la sua testimonianza. «Prima che fosse troppo tardi» fermare il ricordo dell’ultima volta che vide sua madre e sua sorella sulla rampa di Birkenau. «Con un semplice gesto, Josef Mengele (il medico del campo, ndr) decideva della nostra vita e della nostra morte: a destra, il lavoro forzato; a sinistra, le camere a gas. Io fui separata dai miei e spinta a destra». Ma non è la vendetta a muovere questa anziana donna, alla quale è servito più di mezzo secolo per ritrovare il gusto per la vita. «Un giorno, mi sono resa conto che l’odio era un peso.

Ciò che era accaduto nel passato non poteva avvelenare il mio presente: io sono viva, e mi piace».

Ifjú és idősebb táncosnő egymással szemben terpeszülésben előadás közben, Kép: sajtóanyag

 

dal sito www.iodonna.it

vedrai che è bello vivere

Chi s’aggrappa al nido

non sa che cos’è il mondo,

non sa quello che tutti gli uccelli sanno e

non sa perché voglia cantare

il creato e la sua bellezza.

Quando all’alba il raggio del sole

illumina la terra

e l’erba scintilla di perle dorate,

quando l’aurora scompare

e i merli fischiano tra le siepi,

allora capisco come è bello vivere.

Prova, amico, ad aprire il tuo cuore alle bellezza

quando cammini tra la natura

per intrecciare ghirlande coi tuoi ricordi:

anche se le lacrime ti cadono lungo la strada,

vedrai che è bello vivere.

Poesia del 1941, la guerra attraverso gli occhi dell’innocenza

Percorso di lettura e di approfondimento in occasione della Giornata nazionale della Memoria proposto da un gruppo di studentesse Del Liceo Classico- Istituto Magistrale di Ravenna nell’ambito del progetto ‘ Il Piacere di Leggere’.

 

l’amore fraterno e disinteressato che dà vita

Lucia rientrando dal suo viaggio in Polonia – dove ha incontrato nel centro di spiritualità polacco la missionaria Ercolina – ha raccolto questa intervista per noi.

Come hai conosciuto padre Kolbe? So che da giovane hai lavorato nella sede regionale della Milizia dell’Immacolata di Bologna, come ci sei arrivata?

Ho sentito parlare di Massimiliano Kolbe casualmente in TV, da un breve documentario sulla sua vita trasmesso in occasione della beatificazione, avvenuta il 17 ottobre 1971. Dal mio desiderio di appartenere ad un gruppo giovanile cattolico, sono entrata in contatto con la sede regionale della M.I. di Bologna. Ho avuto così la possibilità di conoscere più profondamente la storia, la vita, l’ideale di questo frate francescano polacco. Da subito mi ha colpito la sua capacità di donazione – essere dono gratuito senza alcuna condizione. Essere dono, è diventato in seguito un ideale di vita nella mia scelta vocazionale e sono entrata così a far parte dell’Istituto delle Missionarie dell’Immacolata padre Kolbe.

Sono rimasta colpita da una frase detta da Giorgio Bielecki, prigioniero ad Auschwitz nel parlare di Kolbe dice: “Quella fu una scossa che restituì l’ottimismo che ci rigenerò e ci diede forza; rimanemmo ammutoliti dal suo gesto, che divenne per noi una potentissima esplosione di luce capace di illuminare l’oscura notte del campo…”. So che tu hai conosciuto molti prigionieri, di qualcuno hai un ricordo particolare?

Sì, ho conosciuto vari ex prigionieri, mi sono avvicinata ad alcuni di questi testimoni che hanno vissuto all’interno del campo di concentramento di Auschwitz. In questo momento ricordo con ammirazione Zofia Pochorecka che già anziana ed ammalata viveva ad Oswiecim. Il suo sguardo era ricco di pace… quasi superiore alla grande sofferenza subita. Mi raccontava di quanto grande era l’umiliazione per le donne di trascorrere giorni e settimane senza le cose essenziali, come l’acqua per lavarsi. Zofia veniva da una famiglia ricca, dove non le mancava niente, la mancanza dell’acqua è stata molto dura, “sentirsi sempre sporca e con cattivo odore…” Ma il messaggio che ha toccato il mio cuore è stato quel suo sottolineare quanto sia importante la vera amicizia nei momenti difficili e di crisi. Zofia affermava che è riuscita a sopravvivere perché altre donne, anche loro prigioniere, le hanno dato amore, sostegno in quella terribile lotta interiore fra il bene e il male, la vita e la morte. L’amore comunitario, l’amore fraterno, l’amore disinteressato, gratuito è stato quel motore che ha vissuto anche san Massimiliano Kolbe facendolo esclamare, in varie circostanze “solo l’Amore è una forza creativa”, solo l’amore da vita.

Ora sei tornata nuovamente in questa terra così speciale, pensi che oggi valga ancora la pena visitare Auschwitz?

Credo proprio di si, vale la pena visitare Auschwitz. Soprattutto per riflettere, fare uno spazio di silenzio dentro noi stessi per vedere con altri occhi il mondo, i nostri pensieri, le nostre azioni, le scelte ed essere almeno più coscienti di quanto abbiamo bisogno di ricevere dagli altri e di quello che dobbiamo fare per gli altri.

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la vita è un dono

Un musical di Claudia Koll, attrice e regista il cui cammino di conversione è iniziato attraversando la Porta Santa al Giubileo del 2000, anche a seguito della domanda fattale da un’ amica che le disse: “Se non c’è verità nella tua vita, come ci può essere nel tuo mestiere?”.

“La vita va vissuta con responsabilità”. Come un dono, appunto. E in quanto tale la mostra la vicenda umana e religiosa del martire. Lo spettacolo, infatti, racconta attraverso una dozzina di quadri tutte le fasi della vita di padre Kolbe. In particolare il suo consacrarsi all’Immacolata e poi la parte finale nel campo di concentramento…
“Mentre preparavo il musical – spiega l’attrice e regista, che con la sua voce recitante collegherà i diversi quadri canori – mi capitò di leggere una lettera scritta dal comandante di Auschwitz alla moglie. Un documento accorato in cuiIMG_20150406_213422 questo militare ammette: ‘È tragico accorgersi di aver sbagliato tutto nella vita’. E allora lo abbiamo inserito anche nella rappresentazione, per far meglio comprendere agli spettatori che 
seguire il proprio io può portare al disastro, mentre si possono fare cose meravigliose quando ci si lascia permeare da Dio. Padre Kolbe lo comprende e nel momento della grande battaglia si schiera dalla parte del Signore. Anche a costo della vita” ….

fonte: BastaBugie testo integrale 

ora di religione

Nell’ora di religione e, le classi di terza di una scuola secondaria, commentano una frase di san Massimiliano Kolbe.

 «L’odio non è forza creativa. Solo l’amore è forza creativa… Questi dolori non ci piegheranno, ma devono aiutarci ad essere forti. Sono necessari perché coloro che rimarranno dopo di noi siano felici».

Caro Prof, ho appena finito di scrivere la vita di Massimiliano Kolbe e ogni volta che la rileggo mi emoziono al solo pensiero che un uomo abbia potuto dare la propria vita per una persona che non conosceva nemmeno.

Riguardo alla frase della settimana ho avuto un po’ da pensare, ma sono arrivato alla semplice conclusione che padre Kolbe dovesse essere un uomo molto generoso.

Ho subito pensato che sia stato un uomo molto credente, che non aveva paura della morte fiducioso nell’amore divino. Penso volesse dire che le nostre differenze non possono separarci, anzi tutto il contrario. Sicuramente adesso nessuno darebbe la propria vita per salvare un estraneo perchè la maggior parte delle persone non prova neanche a pensare cosa voglia dire morire per un altro. Eppure lui l’ha fatto: un gesto altruista che nasconde una grande spiritualità e una grande fede… e forse è questo che manca all’uomo moderno: la fede!

Penso che fosse animato da una grandissima fiducia verso gli altri e portasse nel cuore il desiderio di rendere felice il prossimo.

Dovremmo tutti prendere lui come esempio, non tanto per il sacrificio della vita ma piuttosto per l’amore che ha dimostrato verso il prossimo… in fondo ha vissuto a pieno l’insegnamento di Gesù: ama il prossimo tuo come te stesso!

Allora penso che se iniziamo ad amare il nostro prossimo, saremo già sulla giusta strada per poter credere in un mondo migliore e in un futuro felice perchè, come insegna la storia di padre Kolbe, l’amore è forza che crea e porta freschezza, l’odio è forza che distrugge e rende l’aria irrespirabile!!

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ricordare e passare la fiaccola alle generazioni future

Sulla scia dei ricordi Angela la missionaria risponde a questa mia domanda: Lei, donna consacrata, cosa ha provato camminando per quelle strade… su quelle pietre… tra quegli edifici…? 

raw-2Ho vissuto in Polonia solo tre anni. Non sono tanti, ma sono sufficienti per avere la possibilità di vivere un’esperienza intensa e profonda. Tutto è relativo nella vita. Sin da bambina ho sentito parlare dei campi di concentramento perché mio padre ne ha fatto esperienza come prigioniero politico. Col tempo ho coltivato un vero e proprio impegno per conoscere sempre di più i luoghi della morte.Quando la provvidenza mi ha condotto sulle strade di Auschwitz e di Birkenau, mi sono lasciata condurre come pellegrina per approfondire il tema della Shoah, per far silenzio davanti al dolore di milioni di vittime innocenti. Accoglierne il significato più profondo e, per questo, più nascosto. Ricordare e passare la fiaccola del ricordo alle nuove generazioni. Ho percorso quelle strade, passando ed entrando spesso davanti ai campi per la preghiera personale, per accompagnare pellegrini. Non mi sono mai “abituata” alla realtà dei campi. Sempre mi sono fermata per contemplare una distesa immensa di baracche semidistrutte, i forni crematori e davanti ai miei occhi non vedevo solo baracche e distruzione. Vedevo volti. Volti di persone che, come pecore erano state condotte al macello. Solo per follia pura. Smembramento di famiglie – uomini separati dalle donne – adulti dai bambini. Donne con i figli piccoli avviate subito alle camere a gas perché i nazisti si rendevano conto che una madre non può reggere al dolore del figlio e, quindi, anche se adatta al lavoro, non avrebbe potuto compierlo perché distrutta dentro.Lacerata dal dolore.  Camminando tra le macerie della vita mi sono sentita abitata dai prigionieri. Dalla realtà del campo. Il tempo si annulla e le distanze si accorciano. Ho ascoltato il grido di lamento, di richiesta di aiuto. Il loro patire, il loro soffrire. Il loro morire inermi. Nessuna risposta ai nostri logici “perché?” “la storia, ci ricorda il compianto card. Martini, è segnata dal male ed è fuori luogo domandarsi di fronte ad ogni iniquità: perché il regno di Dio non ha trionfato?”. Si può solo fare silenzio e pregare.