Appuntamento con Kolbe

                        Dalla Polonia

                        14 febbraio 2017

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Per tutti un ricordo speciale dalla cella di san Massimiliano Kolbe.
Come ogni mese abbiamo pregato per ciascuno di voi e tutte le vostre intenzioni presso il “Santuario dell’amore” ad Auschwitz.

Maria del Carmen e missionarie di Harmeze

Tutti possono mandare le proprie intenzioni di preghiera alla comunità della Polonia scrivendo a celakolbe@kolbemission.org:

Auschwitz – un nome da ricordare

Dalle testimonianze di alcuni pellegrini che hanno soggiornato nella casa di spiritualità delle missionarie ad Harmeze nel mese di agosto 2016.

 

krakow-auschwitz-czeslawa-kwokaAuschwitz è un nome che non lascia indifferenti:quando si cammina tra i blocchi, si incontrano gli occhi degli internati ritratti nelle fotografie, si avverte forte il peso di un dolore insostenibile. La terra ad Auschwitz trasuda sangue, se si alza lo sguardo verso il cielo si comprende che Dio non ha abbandonato le sue creature, ma è morto con loro, con loro ha patito e con loro è risorto. Questo luogo di morte e diventato memoria e monito, preghiera e testimonianza e la sua lezione resterà indimenticabile.

Federica

iiws-2co-brama-muzeum-auschwitz4Oggi, lunedì 29 agosto 2016, sono andata ai campi di sterminio e, oltrepassando il cancello – sotto la scritta – mi ha sopraffatto una sensazione di angoscia . Il cuore e la mente si abbandonano, in pensieri offuscati da tanta crudeltà. E’ impossibile immaginare il dramma di tante persone sofferenti, provate della propria dignità. Non dobbiamo dimenticare il loro martirio, uomini, donne, bambini, innocenti e il dramma delle vite spezzate. Noi siamo la vostra voce, il vostro cuore e la vostra mente. Riposate in pace!

Annie

 

Hanna non chiudi mai gli occhi

Se comprendere è impossibile, conoscere è necessario”. Primo Levi

Emanuele Properzi ti insegna come si pubblicizza un libro La proposta di questo mese è: “Hanna non chiudi mai gli occhi” di Luigi Ballerini (Ed. S.Paolo) che racconta la vicenda romanzata, ma vera del console italiano Guelfo Zamboni che a Salonicco salvò la vita di molti ebrei.

 

Recensione: Questa è una storia di coraggio e dedizione per il prossimo. Anche a costo di rischiare la propria carriera e la propria vita. Fu un altro Perlasca e, la sua storia è narrata attraverso gli occhi di Hanna e Yosef, due ragazzi veramente esistiti: Ester Saporta e Alberto Modiano. Il console Zamboni preferì seguire la propria coscienza, contrastando l’ideologia di odio e atrocità che lo circondava. Anche prima di ricevere l’approvazione dell’ambasciatore per “largheggiare” con i certificati degli ebrei, questi aveva già salvato molte persone… Lo stesso titolo del libro “Hanna non chiude mai gli occhi” ci descrive la protagonista come una persona che non ha paura di guardare negli occhi gli altri e di apparire per quello che è. Non teme la realtà e quello che ne consegue e crede che tutti gli uomini valgono per il solo fatto che sono uomini e questo non dovrebbe mai essere dimenticato. Anche noi dovremmo imparare a non chiudere gli occhi davanti a quello che ci circonda e soprattutto a vedere il prossimo non come entità indistinta, ma per quello che è: un uomo.

Ed è così che Zamboni vedeva il prossimo: un uomo con la sua dignità. Zamboni in un’intervista rispondendo alla domanda del perchè ha fatto quello che ha fatto, ci dimostra che a volte è semplice fare la cosa giusta quando si segue unicamente il proprio istinto umano. E alla fine rivolge egli stesso una domanda essenziale per immedesimarci in lui: «Cosa avreste fatto voi al mio posto?» E’ un romanzo pensato per i più giovani, ma che alla fine parla a tutti.  Guelfo Zamboni, classe 1897, aveva ricevuto la nomina di console di Salonicco nel 1942,  riuscì a salvare almeno 380 ebrei dalla deportazione, falsificando i loro documenti. Egli terminò il suo mandato il 18 giugno 1943 quando rientrò a Roma. Solo alla soglia dei 95 anni, nel 1992, l’ex console concesse la prima intervista ed accettò di parlare dei salvataggi che aveva compiuto. Poco tempo prima lo Stato d’Israele gli aveva conferito il titolo di Giusto fra le Nazioni. Morì a Roma nel 1994 e nel 2002 l’allora ambasciatore israeliano in Italia, Ehud Gol, si recò nel suo paese natale, Santa Sofia, nella provincia di Forlì-Cesena, per scoprire un cippo in sua memoria.

dal libro:

Risultato immagine per Hanna non chiude mai gli occhi" di Luigi Ballerini“Hanna studiava la sua figura riflessa nello specchio dell’armadio. Di per sè, quella stella di stoffa appena appuntata sul suo petto non stava così male…La stella era lo scudo di David, il simbolo del popolo ebraico…La stella era quella lucina che certe notti spuntava per prima accanto alla curva della luna, nel blu intenso del cielo di Salonicco…” (pg. 7)

“…Tante cose erano cambiate, e troppo in fretta. Era come se gli adulti per proteggere i più giovani,  si fossero trovati d’accordo a mentire, o se non altro a tacere…Ma non avevano nessuna possibilità di successo, ciò che avanzava era troppo grande e tremendo e potente per essere arginato…” (pg.12)

“…Il console Zamboni gettò lo sguardo fuori dalla finestra… Le cose stavano precipitando, il vento maligno che spazzava l’aria dell’Europa aveva investito anche Salonicco…Gli ebrei erano sottoposti a vere e proprie brutalità. Questo facevano i nazisti: piegare fisicamente per sfinire l’anima, fiaccare i corpi per uccidere i pensieri. (pgg. 42 – 43)

“…l’ufficiale tedesco era furioso. Intendeva avanzare rimostranze sui certificati di cittadinanza emessi dal Consolato: «Lei non segue gli ordini del suo governo!» affermò laconico il tedesco. Zamboni scattò in piedi e disse: «Questo non lo deve dire lei! Non si permetta! Finchè sono qui significa che io ho l’approvazione del mio governo. Esattamente come lei. Perchè lei è qui, me lo dica? Lei è qui per volontà del suo governo e il suo governo accetta tutto quello che fa!…” (pg.111)

 

 

 

 

L’amore che salva

Quando l’amore salva: la storia di Helena Citronova e Franz Wunsch. Helena destinata ai forni crematori venne salvata da morte certa, insieme alla sorella; Franz grazie a quell’amore cambia, diventa un’altra persona.

 

La sorte di Helena era segnata:poco dopo il suo arrivo, le autorità del campo la inserirono nella lista di coloro che sarebbero stati mandati subito nei forni crematori. Nel pomeriggio del giorno della sua condanna a morte, la Citronova, ignara di tutto, fu costretta a cantare per il compleanno di uno dei capi del campo, un ufficiale austriaco delle SS di nome Franz Wunsch.

Risultati immagini per amore prigionieroIl. giovanotto rimase incantato dalla voce dell’ebrea, e presumibilmente anche dal suo aspetto. Lui si innamora. Questo spietato militare che molti avrebbero poi definito “brutale” mandava biscottini e dichiarazioni d’amore a una prigioniera, come se si trovassero in un posto di villeggiatura e non nel luogo dove la morte era di casa. Helena era sconvolta e, ovviamente, non completamente refrattaria all’idea di una relazione. Molti anni più tardi, la Citronova ricordò quei giorni: “Quando entrò nelle baracche dove stavo lavorando, mi gettò quella nota: “Sono innamorato di te”. Ho pensato che avrei preferito morire, piuttosto che frequentare un uomo delle SS. Per un certo periodo c’è stato solo odio. Non riuscivo nemmeno a guardarlo in faccia”.article-3193520-2b4cce8200000578-117_964x405

Quando la guerra finì e i prigionieri superstiti furono rilasciati, quando terminò la loro lunga marcia verso la liberazione, Helena e la sorella non dimenticarono di dovere la vita a Franz Wunsch, loro “nemico naturale”, in realtà loro salvacondotto verso la salvezza. AI processo di Norimberga testimoniarono a suo favore e gli salvarono, a loro volta, la vita.

Helena e Franz, oramai morti da tempo, si separarono e non vissero mai insieme. La pace portò ad entrambi una nuova vita.

 

 

L’ articolo integrale qui:http://www.bergamopost.it/che-succede/quellamore-nascosto-ad-auschwitz-tra-una-ss-e-una-prigioniera-ebrea/

Auschwitz-Birkenau Viaggio nella memoria

Per il secondo anno consecutivo una scuola secondaria superiore della Repubblica di San Marino ha organizzato un Viaggio ad Auschwitz-Birkenau, in occasione del settantesimo anniversario della liberazione dei sopravvissuti. La testimonianza di un insegnante che ha accompagnato gli alunni in questo viaggio.

Ripartiamo dalla B rovesciata della scritta ARBEIT:  La visita al lager comincia con la lettura di una frase, apposta sopra il cancello e i fili spinati che danno l’ingresso al campo di sterminio: “Arbeit Macht Frei”. Il lavoro rende liberi, ma nessuno riacquistò la libertà, i prigionieri diventavano liberi solo dopo la morte! Mi è rimasta impressa la storia raccontata da chi materialmente ha scritto questa frase. Il fabbro Jan Liwacz fu deportato ad Auschwitz il 20/06/1940, era il prigioniero numero 1010, oppositore politico polacco non ebreo, ed a lui fu dato l’incarico di costruire la scritta all’ingresso del Campo; ma, per una sommessa rivolta contro i nazisti, saldò la lettera B di ARBEIT al contrario, lettera che ancora oggi è visibile proprio sulla scritta all’entrata del Campo di Auschwitz. La motivazione prossima che ha fatto nascere in noi il desiderio di proporre un viaggio del genere è stato il settantesimo anniversario della liberazione dei sopravvissuti nel gennaio del 1945, che ci ha dato l’occasione – con la fatica del caso (non solo fisica) – di provare a metabolizzare quelle atrocità che in un modo o nell’altro abbiamo letto descritte nei libri di storia. Sarebbe bello leggere le testimonianze dei nostri ragazzi, ma in attesa di quelle, offro la mia. Anche quest’anno, il secondo consecutivo, noi insegnanti di religione abbiamo organizzato il viaggio al campo di sterminio Auschwitz-Birkenau. 

È stato un viaggio particolare, un viaggio nella memoria, in luoghi che trasudano ancora crudeltà da ogni angolo, capaci di spaventare anche da deserti e in cui storia, testimonianze e realtà si incrociano nella mente di chi li visita. Sensazioni ed emozioni fortissime, tanto chiare e indimenticabili per chi le ha vissute in prima persona quanto complicate da trasformare in parole: impossibile trovare un senso, una ragione logica ad una delle più grandi tragedie del Novecento. Auschwitz è davvero uno strano museo; ciò che abbiamo visto in quello spazio, anche i pelapatate, le forbici, le pentole, le posate, i pettini, le valigie stesse in cui i nazisti ordinavano agli ebrei di accumulare fino a 50 chili di bagagli alla partenza verso i lager non sono oggetti come in qualsiasi altro museo. Sono storie, sono persone. Ti scontri con la storia, con un luogo che è esso stesso memoria.I nostri studenti, che hanno accolto la proposta del viaggio (in due anni più di 200 ragazzi), si sono dimostratati di fatto giovani sensibili tanto preparati quanto spontanei. L’anno scorso, primo “esperimento” del viaggio nella memoria, abbiamo organizzato una visita di circa quattro ore; quest’anno ne abbiamo proposta una che ci ha coinvolto per tutta una giornata. Davvero impegnativa dal punto di vista psicologico, ma… ne è valsa la pena. Siamo stati accompagnati da guide assai preparate e molto coinvolgenti: grandi pedagoghi!

articolo tratto da: http://www.superiore.educazione.sm/on-line/home-portale-scuola-superiore/archivio-notizie/articolo41010733.html