Il Memoriale italiano di Auschwitz

In questo momento ci risulta difficile e forse prematuro pensare a dei viaggi organizzati di gruppo in Polonia, potrebbe risultare invece possibile una visita a questo importante Museo.

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Il Memoriale fu voluto, progettato e collocato nel Blocco 21 del campo di Auschwitz nel 1979 dall’Aned (Associazione nazionale ex deportati nei campi nazisti) e inaugurato nella primavera successiva. Nell’ottobre del 2014, a seguito della decisione del museo polacco di non poterlo più esporre, il Comune di Firenze e la Regione Toscana hanno accolto la proposta dell’Associazione di ospitarlo nel capoluogo toscano. E’ una delle prime opere multimediali europee frutto di una progettazione collettiva e corale alla quale partecipò anche Primo Levi. All’ingresso presenta una targa scritta dallo scrittore e testimone in cui tra l’altro si legge:

«Visitatore, osserva le vestigia di questo campo e medita: da qualunque paese tu venga, tu non sei un estraneo. Fa che il tuo viaggio non sia stato inutile, che non sia stata inutile la nostra morte. Per te e per i tuoi figli, le ceneri di Auschwitz valgano di ammonimento: fa che il frutto orrendo dell’odio, di cui hai visto qui le tracce, non dia nuovo seme, né domani né mai».

Il Memoriale è costituito da una passerella lignea circondata da una spirale ad elica all’interno della quale il visitatore cammina come in un tunnel. La spirale è rivestita all’interno con una tela composta da 23 strisce dipinte da Pupino Samonà, seguendo la traccia del testo di Primo Levi, mentre dalla passerella sale la musica di Luigi Nono intitolata ‘Ricorda cosa ti hanno fatto in Auschwitz’.

Il Memoriale può essere visitato gratuitamente su prenotazione. Per ulteriori info si può visitare la pag http://musefirenze.it/attivita/visite-al-memoriale-di-auschwitz/

Il mio ricordo di Marian

Ero arrivata ad Harmęże affaticata e stanca per il lungo viaggio di ventisei ore e non vedevo l’ora di riposare. Ma Marian e sua moglie volevano dare il benvenuto alla missionaria venuta dall’Italia. Ed io, desiderosa di conoscere questi coniugi speciali, volentieri mi sono fermata in loro compagnia. Il volto luminoso di Marian mi fece dimenticare subito la fatica del viaggio. Il nostro incontro è stato soprattutto di sguardi, sorrisi. Si era creata, al di là della lingua polacca che non conoscevo, una certa complicità per una passione condivisa: la Shoah e san Massimiliano Kolbe, testimonianza di luce nell’abisso di orrore di Auschwitz.

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Marian Kołodziej, un artista, uno scenografo polacco. In occasione di due visite di san Giovanni Paolo II in patria progettò due altari per le celebrazioni del Pontefice. A diciassette anni fu un partigiano che con i suoi amici scout si oppose all’invasione nazista. Era il 14 giugno 1940 quando fu arrestato e deportato ad Auschwitz con il primo gruppo di 728 prigionieri. Lui diventa il numero 432. Il 29 luglio 1941 è presente all’appello durante il quale il deportato 16.670 (padre Massimiliano Kolbe) si offre per salvare la vita di un altro prigioniero. Sopravvissuto al campo di concentramento e a un ictus, nel 1993 Marian rompe un silenzio durato cinquant’anni per creare un’opera, The Labyrinths, che è un inedito spaccato di Auschwitz visto da dentro. Muore a Danzica il 14 ottobre 2009.

L’opera, in italiano I Labirinti della memoria, è formata da quadri in cui Marian racconta o, come egli stesso dice, «scrive con i disegni» le orribili esperienze vissute per cinque anni nei campi di prigionia. Attraverso una sequenza di immagini e con la sua genialità, Marian ci fa cogliere la vita nei campi di sterminio, conducendo sempre verso un oltre di speranza. Una speranza che ha un nome e un volto: quello di padre Massimiliano Kolbe. Lo considera infatti suo patrono e intercessore. Questi quadri non raccontano solo quello che è accaduto ad Auschwitz, ma raccontano Auschwitz di tutti i tempi, ossia la lotta tra il bene e il male, ben evidenziata dai disegni in bianco e nero. «Questa – ci tiene a sottolineare Marian – non è arte. L’arte è impotente per esprimere quanto l’uomo ha fatto all’altro uomo. Questi non sono quadri. Sono parole racchiuse nei disegni… Vi prego, leggete le mie parole racchiuse nei disegni».

Il prigioniero 432 ha portato i “gassati” nei crematori, ha dormito in piedi nella cella di punizione, è stato messo a morte e salvato da un amico cui aveva regalato una zuppa, ha vissuto interminabili appelli, ha dormito insieme ad altri 7-8 dove ce ne stavano 3, fra escrementi e urina. Finché «sorpreso dalla grazia di Dio, dalla provvidenza, dal destino, sono stato liberato dall’esercito americano, il 6 maggio 1945 ad Ebensee. Pesavo 36 chili». E continua la sua riflessione chiedendosi: «Valeva la pena subire tutto questo?Guardando alla conclusione della mia vita e anche alla conclusione del nostro ventesimo secolo, vedo che, dopo Auschwitz, non solo niente è cambiato sulla terra ma è addirittura peggio… Le stesse leggi del campo governano, ancora, il mondo. I miei disegni sono la mia penitenza. Milioni di tratteggi. Con ogni tratteggio venero e ricordo quei milioni di vittime: i compagni morti e quelli ancora vivi. È attraverso i disegni che recito, per loro, le mie preghiere, il mio vivente “Gorzkie Zale”, per supplicare perdono».

I Labirinti, un’opera grandiosa anche per il numero dei disegni. Quanti? Trecento, quattrocento? Neanche Marian lo sapeva con esattezza. Ai pellegrini di tutto il mondo, in particolare giovani, in visita ai Klisze Pamięci la guida presenta l’opera di Marian interpretandola nell’oggi della nostra vita.

Angela Esposito

Presentazione della Mostra di Marian

Giù la sbarra

Ancora chiuso. In questo tempo di pandemia globale anche i luoghi simbolo della memoria della Shoah hanno chiuso da qualche settimana le porte dei loro cancelli. Il Museo di Auschwitz non è più meta di visite, i giovani non organizzano più i viaggi con le scuole, anche i pellegrinaggi che si organizzavano ogni estate sono stati sospesi. C’è silenzio, più di quello che c’è solitamente, un silenzio pieno di domande, di paure, di incertezze. Il mondo è alle prese con un’altra battaglia, una lotta che però non si può paragonare a una guerra, il nemico è invisibile agli occhi, non ha intelligenza, non ha strategie particolari, non nutre odio, non discrimina, risponde solo a leggi della natura anche se fa male come un colpo di cannone o una frustata sul volto, e trascina con sé tanti lutti, tanto dolore. La domanda sul “perché” della sofferenza, del dolore innocente riemerge con tutta la sua attualità e la sua forza. A chi indirizziamo i nostri punti interrogativi dipende da noi, forse dalle aspettative che abbiamo, dalle esperienze precedenti, dalle “fedi” che muovono la nostra vita e il nostro cuore. Qualche risposta la scienza col tempo ce la darà, come successo in passato, e questo virus sarà sconfitto ma non sarà mai una risposta definitiva al “perché”. Dobbiamo cercarla da un’altra parte, forse non la troveremo mai, forse siamo nati per questo, pellegrini di una meta mai definitivamente raggiunta ma comunque sereni, felici di ogni passo in più, di quella sfida e fatica che siamo riusciti a superare, insieme.

La sbarra del cancello di Auschwitz è ancora chiusa ma la memoria deve rimanere viva. Ritorneremo in Polonia, con questa esperienza alle spalle e con il segno delle cicatrici sulla pelle. Torneremo diversi, consapevoli di cosa vogliano dire parole come dolore, libertà, solidarietà, offerta, sacrificio, voglia di ricominciare. Sarà diverso dalle altre volte, e sarà un’esperienza indimenticabile!

Lucia C.

(031) Birkenau

Cercare un senso

«La vita umana ha sempre, in tutte le circostanze, un significato, e quest’infinito senso dell’essere comprende anche le sofferenze, morte, miseria e malattie…» (Viktor Frankl).

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Voglio trovare un senso a questa sera
Anche se questa sera un senso non ce l’ha

Voglio trovare un senso a questa vita
Anche se questa vita un senso non ce l’ha

Voglio trovare un senso a questa storia
Anche se questa storia un senso non ce l’ha

Voglio trovare un senso a questa voglia
Anche se questa voglia un senso non ce l’ha

Sai che cosa penso
Che se non ha un senso
Domani arriverà
Domani arriverà lo stesso
Senti che bel vento
Non basta mai il tempo
Domani è un altro giorno, arriverà

Voglio trovare un senso a questa situazione
Anche se questa situazione un senso non ce l’ha

Voglio trovare un senso a questa condizione
Anche se questa condizione un senso non ce l’ha

Sai che cosa penso
Che se non ha un senso
Domani arriverà
Domani arriverà lo stesso
Senti che bel vento
Non basta mai il tempo
Domani è un altro giorno, arriverà
Domani è un altro giorno, ormai è qua

Voglio trovare un senso a tante cose
Anche se tante cose un senso non ce l’ha, ah

Domani arriverà
Domani arriverà lo stesso
Senti che bel vento
Non basta mai il tempo
Domani è un altro giorno, arriverà
Domani è un altro giorno, arriverà
Domani è un altro giorno…   (Vasco Rossi, Un senso)

Il 14 di ogni mese

Affida a san Massimiliano Kolbe le tue intenzioni:

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Le missionarie in Polonia, ad Harmęże, ricorderanno tutti i giorni la tua preghiera e il 14 di ogni mese, memoria del martirio di Kolbe (14 agosto 1941), la porteranno alla cella del blocco 11 nel campo di Auschwitz.

http://www.kolbemission.org/cella-amore

Pietre d’inciampo

“Stolpersteine” nasce da un’idea dell’artista tedesco Gunter Demnig, per contrastare l’oblio e le cattive memorie sulla tragedia delle deportazioni naziste durante la Seconda guerra mondiale.

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L’episodio decisivo avviene a Colonia nel 1990, quando un cittadino contesta la veridicità della deportazione nel 1940 di 1000 sinti della città renana, in occasione dell’installazione di un’opera scultorea per ricordarne la persecuzione. Da quel momento Demnig si dedica a costruire il più grande monumento diffuso d’Europa, attraverso l’installazione di “Pietre d’Inciampo”, sampietrini di piccole dimensioni, sui marciapiedi davanti alle abitazioni delle vittime delle persecuzioni naziste, qualunque ne fosse la ragione.

Un piccolo blocco quadrato di pietra (10×10 cm), ricoperto di ottone lucente, posto davanti la porta della casa nella quale ebbe ultima residenza un deportato nei campi di sterminio nazisti: ne ricorda il nome, l’anno di nascita, il giorno e il luogo di deportazione, la data della morte. In Europa ne sono state installate già oltre 70.000.

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Per saperne di più: http://www.pietredinciampo.eu/

Natale nel Campo di Auschwitz

Cinque furono le festivita’ natalizie celebrate dietro il filo spinato del Campo di concentramento e centro di sterminio nazista tedesco di Auschwitz – Birkenau. Furono tutte segnate da eventi tragici che saranno ricordati per sempre da tutti coloro che hanno vissuto l’inferno del Campo. Oggi, i ricordi di quelle vigilie di Natale, raccolte dopo la guerra, si trovano negli archivi del Museo Statale di Auschwitz-Birkenau. Rivelano la tragedia vissuta dai prigionieri e l’immensa crudeltà dei nazisti…

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Nel novembre del 1943 Arthur Liebehenschel divenne il nuovo comandante del Campo. Le condizioni per i prigionieri migliorarono. Nel Natale del 1943, non furono ripetuti i “regali” bestiali degli anni precedenti. Molti prigionieri ebbero la possibilità di ricevere  pacchi dalle famiglie che condivisero con gli altri prigionieri anche ebrei. In diversi  blocchi, i prigionieri organizzarono una cena della vigilia di Natale.

L’atmosfera dell’ultima vigilia di Natale nel Campo del 1944 fu completamente diversa. La fine del Terzo Reich era vicina. A mezzanotte il prigioniero sacerdote Wladyslaw Grohs de Rosenburg, con la tacita approvazione del capo blocco, celebrò la Messa di Mezzanotte. Le donne del Campo di Birkenau prepararono la vigilia di Natale per i bambini dell’ospedale. Con del materiale fornito da un prigioniero, cucirono circa 200 giocattoli. Due pezzettini di zucchero o caramelle furono attaccati a ciascun giocattolo. In ogni regalo venne scritto il nome e il cognome del bambino. La vigilia di Natale furono consegnati da un prigioniero vestito da Babbo Natale. Nel Natale 1944, Leokadia Szymańska, che era impiegata presso l’ospedale del Campo, cucì  un piccolo albero di Natale dove furono poste delle piccole bandierine e l’aquila polacca. L’albero oggi si trova nelle Collezioni del Museo Statale di Auschwitz.

Il 27 gennaio 1945, i prigionieri ricevettero la libertà per cui avevano pregato durante ciascuna delle cinque vigilie di Natale.

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Fonte: auschwitz.org    dal blog Guida Auschwitz