In cerca di senso

foglia vite

“L’uomo sarà sempre immerso nella disperazione, non solo nel campo di Auschwitz, ma in ogni circostanza, se non trova il significato profondo della sua vita.

Contro il vuoto esistenziale che conduce alla devianza ci sono tre strade percorribili da tutti, progetti per dare significato al domani: lavorare a qualcosa, amare qualcuno, condividere la sofferenza altrui”. 

Viktor Frankl, “padre” della logoterapia

* * *

«Ci spronava a perseverare coraggiosamente. “Non vi abbattete moralmente“, ci pregava, assicurandoci che la giustizia di Dio esiste e che avrebbe alla fine sconfitto i nazisti. Ascoltandolo attentamente dimenticavamo per un po’ la fame e il degrado a cui eravamo sottoposti. Ci faceva vedere che le nostre anime non erano morte, che la nostra dignità di cattolici e di polacchi non era distrutta. Sollevati nello spirito, tornavamo nei nostri blocchi ripetendo le sue parole: “Non dobbiamo abbatterci, noi sopravviveremo sicuramente, loro non uccideranno lo spirito che è in noi».
(Miecislao Koscielniak, artista – dal libro: “Massimiliano Kolbe – Il santo di Auschwitz”

 

 

Donna ad Auschwitz

Helen Lewis, un donna sopravvissuta all’Olocausto grazie alla passione per la danza e alla solidarietà segreta di coloro che tra i carnefici non dimenticarono la propria umanità. Helen è una testimone di fatti degradanti per la persona umana, ma nel suo diario «Il tempo di parlare» non perde mai la compostezza, non grida, non recrimina. Helen, nata a Trutnov, nella ex Cecoslovacchia, fu deportata nel 1942 a Terezin e poi ad Auschwitz.

Dalle prime restrizioni per gli ebrei, all’obbligo di tenere ben cucita sugli abiti la stella gialla, alle persecuzioni, alla deportazione, alla salvezza. Incredula davanti all’organizzazione nazista del terrore. Vede Eichmann, è un uomo dall’aspetto comune, riesce a sfuggire alle selezioni del dottor Mengele; vede i comportamenti aberranti di uomini carnefici. Helen racconta nel diario la quotidianità della vita nel lager, la donna che piange lacrime amare perché le era stato dato meno pane, la fragile SS, con un’espressione di tristezza negli occhi, che la aiutò, i rapporti spesso difficili con le compagne, le amicizie salvatrici. Nella grande devastazione è sempre attenta alle voci umane, alla generosità di alcuni.

Vuole vivere. Con i piedi congelati riesce persino a ballare e a metter su nel lager uno spettacolo il giorno di Natale.

Racconta anche al liberazione con pudore: «Si è aperta la porta ed ecco un soldato russo, giovanissimo e piccolo, che dice semplicemente: “Germani kaput”. Sono corsa verso di lui e gli ho gettato le braccia al collo. Sembrava sorpreso e un po’ imbarazzato. Forse non si rendeva conto di essere il mio liberatore».

Helen è morta all’età di 93 anni. Come molte altre donne tra le quali Edith Stein, Etty Hillesum, Sophie Scholl, Stanisława Leszczyńska, Wanda Póltawska, Mafalda di Savoia, … è state testimone del bene, della dignità irrinunciabile e “sacra” di ogni uomo, testimone della forza e bellezza della vita, ad ogni costo.

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E’ accaduto prima, dopo…

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“E’ accaduto prima. Dopo. Più vicino. Più lontano. E’ accaduto non a te.

Ti sei salvato perché eri il primo. Ti sei salvato perché eri l’ultimo”.

Wislawa Szymborska

 

 

 

 

 

Cosa possiamo fare, noi ragazzi del 2005?”.

Cosa potete fare? Cari ragazzi, esattamente quello che avete fatto.

Avete voluto conoscere, sapere, comprendere.

Avete ascoltato quasi in religioso silenzio.

Avete incalzato la ricerca con le vostre domande.

Avete raccolto tutto il materiale con una premura delicata e, al tempo stesso, decisa, ferma.

Avete voluto insomma conoscere la verità: ora tocca a voi difenderla e sostenerla per far sì che fatti di una simile ferocia non debbano mai più ripresentarsi nel proseguo della storia dell’umanità.

Il mio augurio è che possiate fare la vostra parte nel condurre questo vostro mondo finalmente alla pace e di garantirla a lungo.

Un abbraccio.

Woroncow

tratto da:http://docplayer.it/4333553-Nel-bosco-delle-betulle-in-attesa-di-entrare-nelle-camere-a-gas.html

 

Appuntamento con Kolbe

                        Dalla Polonia

                        14 febbraio 2017

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Per tutti un ricordo speciale dalla cella di san Massimiliano Kolbe.
Come ogni mese abbiamo pregato per ciascuno di voi e tutte le vostre intenzioni presso il “Santuario dell’amore” ad Auschwitz.

Maria del Carmen e missionarie di Harmeze

Tutti possono mandare le proprie intenzioni di preghiera alla comunità della Polonia scrivendo a celakolbe@kolbemission.org:

Auschwitz – un nome da ricordare

Dalle testimonianze di alcuni pellegrini che hanno soggiornato nella casa di spiritualità delle missionarie ad Harmeze nel mese di agosto 2016.

 

krakow-auschwitz-czeslawa-kwokaAuschwitz è un nome che non lascia indifferenti:quando si cammina tra i blocchi, si incontrano gli occhi degli internati ritratti nelle fotografie, si avverte forte il peso di un dolore insostenibile. La terra ad Auschwitz trasuda sangue, se si alza lo sguardo verso il cielo si comprende che Dio non ha abbandonato le sue creature, ma è morto con loro, con loro ha patito e con loro è risorto. Questo luogo di morte e diventato memoria e monito, preghiera e testimonianza e la sua lezione resterà indimenticabile.

Federica

iiws-2co-brama-muzeum-auschwitz4Oggi, lunedì 29 agosto 2016, sono andata ai campi di sterminio e, oltrepassando il cancello – sotto la scritta – mi ha sopraffatto una sensazione di angoscia . Il cuore e la mente si abbandonano, in pensieri offuscati da tanta crudeltà. E’ impossibile immaginare il dramma di tante persone sofferenti, provate della propria dignità. Non dobbiamo dimenticare il loro martirio, uomini, donne, bambini, innocenti e il dramma delle vite spezzate. Noi siamo la vostra voce, il vostro cuore e la vostra mente. Riposate in pace!

Annie

 

Hanna non chiudi mai gli occhi

Se comprendere è impossibile, conoscere è necessario”. Primo Levi

Emanuele Properzi ti insegna come si pubblicizza un libro La proposta di questo mese è: “Hanna non chiudi mai gli occhi” di Luigi Ballerini (Ed. S.Paolo) che racconta la vicenda romanzata, ma vera del console italiano Guelfo Zamboni che a Salonicco salvò la vita di molti ebrei.

 

Recensione: Questa è una storia di coraggio e dedizione per il prossimo. Anche a costo di rischiare la propria carriera e la propria vita. Fu un altro Perlasca e, la sua storia è narrata attraverso gli occhi di Hanna e Yosef, due ragazzi veramente esistiti: Ester Saporta e Alberto Modiano. Il console Zamboni preferì seguire la propria coscienza, contrastando l’ideologia di odio e atrocità che lo circondava. Anche prima di ricevere l’approvazione dell’ambasciatore per “largheggiare” con i certificati degli ebrei, questi aveva già salvato molte persone… Lo stesso titolo del libro “Hanna non chiude mai gli occhi” ci descrive la protagonista come una persona che non ha paura di guardare negli occhi gli altri e di apparire per quello che è. Non teme la realtà e quello che ne consegue e crede che tutti gli uomini valgono per il solo fatto che sono uomini e questo non dovrebbe mai essere dimenticato. Anche noi dovremmo imparare a non chiudere gli occhi davanti a quello che ci circonda e soprattutto a vedere il prossimo non come entità indistinta, ma per quello che è: un uomo.

Ed è così che Zamboni vedeva il prossimo: un uomo con la sua dignità. Zamboni in un’intervista rispondendo alla domanda del perchè ha fatto quello che ha fatto, ci dimostra che a volte è semplice fare la cosa giusta quando si segue unicamente il proprio istinto umano. E alla fine rivolge egli stesso una domanda essenziale per immedesimarci in lui: «Cosa avreste fatto voi al mio posto?» E’ un romanzo pensato per i più giovani, ma che alla fine parla a tutti.  Guelfo Zamboni, classe 1897, aveva ricevuto la nomina di console di Salonicco nel 1942,  riuscì a salvare almeno 380 ebrei dalla deportazione, falsificando i loro documenti. Egli terminò il suo mandato il 18 giugno 1943 quando rientrò a Roma. Solo alla soglia dei 95 anni, nel 1992, l’ex console concesse la prima intervista ed accettò di parlare dei salvataggi che aveva compiuto. Poco tempo prima lo Stato d’Israele gli aveva conferito il titolo di Giusto fra le Nazioni. Morì a Roma nel 1994 e nel 2002 l’allora ambasciatore israeliano in Italia, Ehud Gol, si recò nel suo paese natale, Santa Sofia, nella provincia di Forlì-Cesena, per scoprire un cippo in sua memoria.

dal libro:

Risultato immagine per Hanna non chiude mai gli occhi" di Luigi Ballerini“Hanna studiava la sua figura riflessa nello specchio dell’armadio. Di per sè, quella stella di stoffa appena appuntata sul suo petto non stava così male…La stella era lo scudo di David, il simbolo del popolo ebraico…La stella era quella lucina che certe notti spuntava per prima accanto alla curva della luna, nel blu intenso del cielo di Salonicco…” (pg. 7)

“…Tante cose erano cambiate, e troppo in fretta. Era come se gli adulti per proteggere i più giovani,  si fossero trovati d’accordo a mentire, o se non altro a tacere…Ma non avevano nessuna possibilità di successo, ciò che avanzava era troppo grande e tremendo e potente per essere arginato…” (pg.12)

“…Il console Zamboni gettò lo sguardo fuori dalla finestra… Le cose stavano precipitando, il vento maligno che spazzava l’aria dell’Europa aveva investito anche Salonicco…Gli ebrei erano sottoposti a vere e proprie brutalità. Questo facevano i nazisti: piegare fisicamente per sfinire l’anima, fiaccare i corpi per uccidere i pensieri. (pgg. 42 – 43)

“…l’ufficiale tedesco era furioso. Intendeva avanzare rimostranze sui certificati di cittadinanza emessi dal Consolato: «Lei non segue gli ordini del suo governo!» affermò laconico il tedesco. Zamboni scattò in piedi e disse: «Questo non lo deve dire lei! Non si permetta! Finchè sono qui significa che io ho l’approvazione del mio governo. Esattamente come lei. Perchè lei è qui, me lo dica? Lei è qui per volontà del suo governo e il suo governo accetta tutto quello che fa!…” (pg.111)