Eva Mozes Kor: la forza del perdono

Non sono stati molti i sopravvissuti agli esperimenti del temuto medico Josef Mengele. Tra questi però le due sorelle gemelle Eva e Miriam. Eva, l’ultima “gemella di Auschwitz” è morta in questo mese di luglio, giovedì 4, in un albergo di Cracovia, proprio vicino al campo dove aveva vissuto quelle terribile esperienza e dove si recava ogni anno con un gruppo di giovani per condividere la sua testimonianza e proponendo la via del perdono come unica via per raggiungere la vera libertà. Lo aveva scritto nel suo libro: “Ad Auschwitz ho imparato il perdono. Una storia di liberazione” e in quello per bambini “Surviving the Angel of Death”. Conosciuto in Italia è anche il documentario sulla sua storia dal titolo “La donna che ha perdonato i nazisti”. Proponiamo alcuni suoi scritti e pensieri:

«Io e mia sorella gemella Miriam siamo nate nel 1934 in Transilvania, Romania. Nel 1944 io e la mia intera famiglia siamo stati deportati nel campo di concentramento di Auschwitz. Appena arrivati non potevamo fare a meno di notare quanto la gente fosse spaventata e disperata. In molti piangevano, urlavano e le guardie del campo erano accompagnate da alcuni cani che ci ringhiavano contro. Siamo stati costretti a metterci in fila e siamo stati esaminati. Mio padre e le mie sorelle più grandi erano stati già portati via. Io e mia sorella eravamo aggrappate a nostra madre. Ad un certo punto una guardia si è avvicinata a noi e ha chiesto a nostra madre se io e mia sorella fossimo gemelle e lei ha risposto di sì. All’improvviso è arrivato un altro nazista che ha spinto via mia madre. Ho ancora vivo il ricordo di come piangesse e si divincolasse affinché non ci portassero via. Quella fu l’ultima volta che ho visto mia madre.

…Conosco l’odio. So bene che sapore ha, in tutte le sue sfumature. So come si diffonde nello stomaco e, poco per volta, condiziona anche il modo di pensare.

…Non sapremo mai cosa ci hanno iniettato all’interno dei nostri corpi ed è proprio per queste iniezioni che mia sorella Miram è morta, il 6 giugno del 1993.

…ogni volta che, per un motivo o per l’altro, i fantasmi del passato riemergevano, io mi sentivo crollare. L’odio c’era ancora. Intatto, logorante, con tutta la sua forza distruttiva,
perché la più grande vittima dell’odio è chi lo cova dentro di sé. …

Con il perdono si sprigiona l’unica energia di cui disponiamo veramente. E perdonare chi voleva uccidervi – scindendo l’ultimo legame che unisce la vittima al carnefice e riprendendo le redini della propria vita – procura un’incredibile energia, un immenso senso di potenza. Nessuna vendetta potrebbe fare altrettanto, nessuna pena detentiva potrebbe eliminare il dolore e la perenne sensazione di sentirsi indifesi. Solo il perdono libera davvero dalle sofferenze del passato».

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Quel vuoto che parla

Un viaggio spirituale quello che una trentina di parrocchiani di Mariano (Go) e di Visco (Ud) hanno intrapreso in un giugno assolato e caldo nella terra che ha dato i natali a Papa Giovanni Paolo II: la Polonia.

…La visita ad Auschwitz Birkenau inizia al mattino, arriviamo al campo percorrendo la strada che corre parallela ai binari, ora dismessi, sui quali transitavano i vagoni carichi di deportati. Visitiamo i blocchi dove vivevano i prigionieri e la guida ci illustra con parole e immagini quanto è avvenuto in quei terribili anni in quei luoghi. Ci spiega che c’è Auschwitz 1 e Auschwitz 2 (Birkenau) e quando ci spostiamo a Birkenau, a circa 3 chilometri di distanza, ci troviamo davanti uno spazio immenso, ora quasi vuoto, dove sono rimaste solo poche baracche ed in lontananza si intravedono i resti dei forni crematori, infatti prima della ritirata buona parte del campo è stato distrutto dai tedeschi in fuga, rimane il filo spinato ed una sensazione di sgomento che ti assale davanti a quel vuoto che parla… Ripensiamo a Padre Kolbe, a Edith Stein (ebrea convertita al cattolicesimo ed ora Santa Patrona d’Europa) ed a tutti gli uomini, le donne e i bambini che in quel luogo sono morti…

…Santi vicini a noi, santi protagonisti attivi dei loro tempi, tempi tragici, tempi di grandi cambiamenti. Abbiamo visitato un paese, la Polonia, dove abbiamo toccato con mano una fede partecipata e sentita, visto atti che rispecchiano una fede profonda e ci siamo portati a casa il desiderio di continuare spiritualmente quanto il pellegrinaggio ci ha lasciato nel cuore.

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(Dal settimanale Voce Isontina del 29/6/19)

A5405 Il mio ritorno ad Auschwitz

“Nedo Fiano sopravvive. Non solo perché conosce il tedesco, ma perché, nonostante le atrocità e le sofferenze, è capace di aggrapparsi alla vita con tutte le sue forze e mantenere accesa la luce della speranza”.

Il tempo si è fermato ad Auschwitz. Dopo una vita quel “non-luogo” è duro, arcigno, severo come allora. Sono lì in visita. Io sono cambiato, lui no… Mancano gli Häftlinge, le SS, i cani…

Avverto la severità e il silenzio di un grande cimitero; la gola mi si secca, gli occhi si inumidiscono, la mente va lontano e ricostruisce quello che il tempo e gli uomini hanno distrutto. Penso al tempo andato e al timore per i molti fantasmi che ancora si muovono nel nostro tempo.

Stento ad andarmene, ho ancora uno strano sentire da prigioniero che non sa, che non può lasciare quel luogo di dolore. Molti sono i pensieri che si affollano, si accalcano nella mia mente: i miei cari, gli amici, me stesso.

Non riesco a piangere. Ma è esistito davvero il mio lieto fine?

(Tratto dal libro autobiografico A5405 Il coraggio di vivere)

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Esperienze che lasciano il segno

Quaranta studenti di una scuola superiore di Forlì hanno visitato recentemente i campi di concentramento tramite il Progetto Promemoria Auschwitz 2019.

94304_1_xnl“Abbiamo deciso di rivolgere questa lettera anche agli studenti, perché era anche un modo per trasmettere quello che abbiamo imparato, non solo sui campi di concentramento ma anche sull’umanità delle persone: siamo noi che decidiamo come porci davanti alle cose, come studiare certe materie, ma non solo. Noi viviamo nell’ambito scolastico, ma non è solo questo che influenza come siamo e come saremo”.

“La cosa più impressionante è che nei campi di concentramento era tutto perfetto: tutto pensato nei minimi dettagli, è veramente una grande fabbrica del male”, riflette Francesca Pagliai, compagna di scuola di Martina, della sezione 4D. “Non solo per uccidere, ma per umiliare. Tutto è perfettamente uguale, per far sì che si annullasse proprio la persona. Inoltre abbiamo visitato Birkenau in una giornata in cui era freddo e c’era una fitta nebbia: abbiamo vissuto ancora di più l’atmosfera spettrale. E poi i binari che portano dentro al campo di concentramento di Auschwitz: lì capisci che davvero quello che vedi nei film, nelle fiction, che leggi nei libri, non è qualcosa di inventato per fare impressione, è proprio la realtà”.

“Mi ha colpito che tutto questo sia stato fatto da uomini contro altri uomini, togliendogli l’umanità” continua Martina. “Ad Auschwitz abbiamo visto gli effetti personali di coloro che sono stati nei campi di concentramento. Il campo di Birkenau, poi, è rimasto proprio così com’era: ci siamo trovati in mezzo a dove sono stati loro.

All’interno del progetto, infatti, era compreso anche uno spettacolo, “La scelta”: “Mi ha colpito molto, perché abbiamo capito che dopo questa tragedia ne sono successe altre, come la guerra della Ex Jugoslavia, di cui quasi mai si sente parlare” ha raccontato Martina. “Anche lì sono successe cose atroci. L’Europa aveva giurato che non sarebbe successo più, e invece è successo di nuovo. Vedere quello spettacolo prima di visitare i campi di concentramento mi ha proprio colpito. Si chiamava “La scelta”, secondo me, perché alla fine dello spettacolo ci hanno coinvolto, parlandoci delle tre parole più dette al mondo. Le prime due sono “ok” e “coca-cola”, la terza l’hanno chiesta a noi, ma non siamo riusciti a indovinarla. È “non posso”, ci hanno detto. E hanno chiuso lo spettacolo chiedendoci proprio “Non posso, o non voglio?”».

Una lezione per la vita, che i ragazzi hanno appreso e vogliono condividere con tutta la loro città.

tratto da: www.forlitoday.it

Pellegrinaggi in Polonia

Per chi desidera incontrare Massimiliano Kolbe, Giovanni Paolo II, Faustina Kowalska e Edith Stein nella terra dove hanno vissuto e dato la vita. Ne vale la pena!

“Non so bene che cosa mi aspettavo prima della partenza per questo viaggio in terra polacca. Sapevo che non sarebbe stato un semplice girovagare fra paesaggi naturali e siti religiosi, ma non immaginavo nemmeno che avrei portato a casa uno scrigno di emozioni così forti e coinvolgenti…” (Lucia Riva VR settembre 2018)

Locandina_Polonia_2019 Bari

viaggio in Polonia VR

Guarda le foto degli anni passati:

http://www.kolbemission.org/flex/cm/pages/ServeBLOB.php/L/IT/IDPagina/381

http://www.kolbemission.org/cella-amore

Quale bellezza salverà il mondo?

Entriamo in punta di piedi nel mistero del Venerdì Santo, con le nostre tante domande, spiazzati dal silenzio di Dio, sui Golgota di ieri e di oggi.

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Crocifisso scolpito con le unghie da un prigioniero ad Auschwitz

«Sempre più mi è entrata nel cuore la domanda che Dostoevskij, nel suo romanzo L’idiota, pone sulle labbra dell’ateo Ippolit al principe Myskin. “E’ vero, principe, che voi diceste un giorno che il mondo lo salverà la ‘bellezza’? Signori – gridò forte a tutti – il principe afferma che il mondo sarà salvato dalla bellezza… Quale bellezza salverà il mondo?”. Il principe non risponde alla domanda. Sembrerebbe quasi che il silenzio di Myskin – che sta accanto con infinita compassione d’amore al giovane che sta morendo di tisi a diciotto anni – voglia dire che la bellezza che salva il mondo è l’amore che condivide il dolore.

Sulla Croce il dolore e la morte entrano in Dio… E’ questo amore incredibile e insieme mite, attraente che ci coinvolge e ci affascina, quello che esprime la vera bellezza che salva.

Certo, il Dio cristiano non dà in questo modo una risposta teorica alla domanda sul perché del dolore del mondo. Egli semplicemente si offre come la “custodia”, il “grembo” di questo dolore, il Dio che non lascia andare perduta nessuna lacrima dei Suoi figli, perché le fa Sue. E’ un Dio vicino, che proprio nella vicinanza rivela il Suo amore di misericordia e la Sua tenerezza fedele. Il Figlio è il grande compagno della sofferenza umana, colui che ci è dato riconoscere in tutte le sofferenze, soprattutto quelle che chiamiamo “innocenti”».

+ Carlo Maria Martini

Tratto da: www.chiesadimilano.it