la vita è una cosa meravigliosa

La testimonianza di  Alberto Mieli  – uno degli ultimi deportati romani – nell’ intervista del 27/01/2017. “Ho avuto la fortuna o la sfortuna – dice – di vedere l’apice della cattiveria, della brutalità, della malvagità dell’uomo. Dove può arrivare l’uomo a fare cose contro un suo simile. Ma sono atrocità che continuano ancora oggi, in tante parti del mondo.”  Punto di riferimento per gli studenti, in questi anni è stato la memoria vivente della Shoah e tutto quello che lui ha fatto in vita non sarà mai dimenticato.

Risultati immagini per alberto mieliSul braccio mostra il numero 180060.  “Quando me lo fecero piansi. Pensai, sono marchiato come una bestia”.
Seguendo la memoria di Alberto si rivive come un film in bianco e nero la Roma nazifascista, le leggi razziali, il suono delle sirene, i rifugi anti-aerei. Furono tre francobolli avuti a Roma dai ragazzi della resistenza, a far sprofondare Alberto nel girone infernale della Shoah. Alberto non ha perso la luce negli occhi,  ma un’ombra profonda attraversa il viso quando gli si chiede di raccontare la vita nei campi di concentramento. “Ancora sento l’odore acre avvertito appena arrivato lì. Credevamo che fosse per il materiale chimico utilizzato nelle fabbriche di guerra, ma nel giro di 4/5 giorni venimmo a sapere che si trattava dei forni crematori che lavoravano, 24 ore su 24, per bruciare cadaveri”.
Le donne hanno sofferto di più.“Venivano umiliate. Tagliavano loro i capelli e poi venivano denudate davanti a tutti…
Un giorno, Giovanni Paolo II – “un grande uomo che sapeva bene chi erano i nazisti” – gli chiese come ha fatto a sopravvivere a quell’inferno. “Non lo so”, dice Alberto. “Ancora non so rispondere a questa domanda. Botte ne ho prese tante. Il dolore fortissimo. Ma la vita è più forte, hai sempre la speranza di uscirne illeso”.
È quella luce fievole, ma sempre accesa, ad averlo tenuto in vita, dentro. Ed è quella luce che ora cerca di far vedere ai ragazzi, andando a incontrarli nelle scuole. “Dico loro di fare cose buone e di non dare mai dispiacere ai genitori, di non ascoltare i compagni che vorrebbero portarli sulla cattiva strada perché potrebbero pentirsi per tutta la vita. E poi dico che abbiamo avuto un grande regalo dal Signore che è la libertà. Questa è una cosa sacra, si può dare la vita per la libertà. Un uomo non è nulla, se non può esprimere le proprie idee, ma soprattutto se non sa rispettare quelle degli altri. Dico ai ragazzi che la vita è una cosa bellissima”.

Risultati immagini per alberto mieliI bambini…prego ogni mattina quando mi alzo per loro e chiedo al Signore di benedire i bambini, di proteggere i bambini 

tratto da: https://agensir.it/italia/2017/01/27/giorno-della-memoria-alberto-mieli-ai-ragazzi-oggi-dico-che-la-vita-e-una-cosa-bellissima/

 

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Sui passi della memoria e della fede

Sui passi della memoria e della fede” è il tema che ha accompagnato il pellegrinaggio di tre parrocchie italiane in Polonia.

Un lungo viaggio in pullman con tante fermate, code e lavori in corso che li ha fatti giungere stanchi e un po’ sfiduciati ad Harmeze … è bastata però una bella cena nel nostro Centro per riprendersi subito. Il mattino seguente si sono messi in cammino verso i campi di concentramento di Auschwitz – Birkenau. Sentimenti di attesa, sconforto e dolore si vedevano nei volti di ciascuno e nei tanti “perché“ che ci venivano rivolti. Silenzio, ascolto, riflessione e preghiera: sono le parole che sempre ci aiutano a entrare in questi luoghi e che abbiamo suggerito loro all’inizio della visita. Al rientro hanno condiviso le loro esperienze molto profonde, nonostante in alcuni momenti, il cuore diventasse pesante e la commozione intensa.

Cosi ha scritto Paola: “Non ho trovato risposte, ma tanti perché. Quante vittime innocenti… Felice di aver visto, camminato e sentito con il cuore tantissime emozioni. Quella più grande: quando ho detto alla mia piccola Alice (9 anni) di dire una preghiera per tutti quei bambini che sono morti, e lei mi ha risposto: “Mamma, l’ho già fatto”.

Il piccolo Leonardo di 6 anni chiede alla mamma: “Mamma, le persone che erano qui come vivevano il Natale?”.

Ho pianto per la crudeltà dell’uomo, ma sotto nelle celle di punizione quel cero pasquale in memoria di san Massimiliano mi ha ricordato che non devo fermarmi al venerdì santo, ma dirigere lo sguardo verso la domenica di Pasqua. Grazie di questo cammino”.

Come si può avere fede in un luogo di dolore e morte? Come si puó pregare? Mi ha sconvolto vedere quella corona del Santo Rosario fatta da un prigioniero con la mollica del pane, significa che si era privato di quel pezzetto di pane giornaliero per realizzarlo. Che fosse più importante l’alimento della fede che quello del corpo? Non sarei stato capace di un gesto così!”.

Qualcuno ha detto che portava nel cuore e nella memoria gli occhi delle fotografie dei prigionieri, che ha ritrovato poi visitando la mostra di Marian Kołodziej.  Questi occhi di dolore, di sofferenza che interpellano, ti scrutano dentro… gli stessi li ha poi ritrovati nella sua profondità guardando gli occhi del Signore Risorto, nella immagine di Gesù Misericordioso al Santuario di Łagiewniki.

Maria del Carmen

MAMUSIA

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Harmęże, maggio 2018

Ogni vita ha bisogno di una madre, non solo per nascere ma anche per crescere. La mamma non solo fa tante cose ma soprattutto è, innanzitutto e in ogni circostanza, un dono. Ciascuna di noi conserva nello scrigno del suo cuore un ricordo particolare: «Mia madre la ricordo sorridente, aperta alla vita seppur provata per la guerra e le sue tristi conseguenze. La sua presenza irradiava pace, perdono e sentimenti di comunione. Nei momenti più significativi l’ho sentita vicina e nelle situazioni più difficili è stata sempre presente. Mi ha amato e ha voluto il mio bene» (Ercolina).
Anche san Massimiliano nella sua vita ha sentito accanto la presenza della madre che lo ha sempre accompagnato con affetto. Un legame profondo testimoniato dalle numerose lettere a lei indirizzate nel corso degli anni. In una ricorda la sua visita improvvisa che lo aiutò a fare la scelta giusta in un momento di confusione: «Prima dell’inizio del noviziato non volevo chiedere l’abito. Ho sentito il suono del campanello… la Provvidenza Divina ha mandato te mamma, in un momento così critico a farmi visita».
E poi c’è l’ultima, intensa comunicazione scritta dal Campo di Auschwitz, datata 15 giugno 1941: «Mia amata mamma… da me va tutto bene, perché il buon Dio c’è in ogni luogo e con grande amore pensa a tutto e a tutti».Dalla cella dell’amore dove ci ritroviamo spesso a pregare, pensiamo a padre Kolbe mentre aiuta e consola con parole e gesti materni i suoi compagni condannati a morte, e si abbandona fra le braccia della sua amata Mamusia del Cielo, dopo la puntura mortale di fenolo. L’abbraccio tanto atteso e per il quale aveva speso la sua intera vita!
La sua testimonianza ci aiuta a ringraziare per il dono delle nostro mamme e a vivere una maternità universale nella missione a noi affidata.

Le Missionarie di Harmęże, Polonia

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Umanità perduta e ritrovata – 2°parte

Siamo stati condotti anche presso il cosiddetto “bunker della fame”, quello in cui morì san Massimiliano Kolbe il 14 agosto 1941, insieme ad altri nove prigionieri. Abbiamo potuto visionare l’interno solo da un’apertura nella porta d’ingresso: abbiamo visto il cero e i fiori posti in loro ricordo, e in quei pochi minuti in cui abbiamo potuto sostare, sono passate rapide dinanzi alla nostra mente le tappe della vita del santo, in particolare il momento della sua offerta, quando si staccò dalle file dei prigionieri per donare la sua vita al posto di quella di un padre di famiglia. Più volte a scuola avevamo parlato di padre Kolbe, avevamo riflettuto sul suo gesto, ci eravamo immaginati quella sua presenza paterna e generosa illuminare il buio di Auschwitz, e ora ci trovavamo proprio lì, laddove quel sacrificio si era consumato, e non in una data qualunque: era il giorno 14, era il suo anniversario.

Birkenau, con la sua sconfinata desolazione, è stato il luogo più difficile da attraversare, con il corpo e con la mente. Davanti a noi si apriva uno spazio enorme, dai contorni indefiniti, interamente coperto di neve, la cui continuità era interrotta solo da file di baracche e da un lungo binario che tagliava in due il campo, con la stessa inesorabilità con cui aveva infranto sogni e speranze di innumerevoli famiglie, portate lì con la promessa di chissà quale avvenire radioso.

All’interno delle baracche, le scene descritte dalla guida acquistavano una plasticità ed un realismo tali da far rabbrividire, stringere un nodo in gola e muovere nel cuore rabbia, tristezza, angoscia. In un crescendo di violenza che ci sembrava ormai di percepire anche sui nostri giovani corpi, si sono materializzati davanti a noi anche i resti dei forni crematori: l’ultima tappa di uno sterminio che prima ancora che fisico era psicologico.

Quando ci siamo trovati davanti alle lapidi poste in ricordo di tutte le vittime di quell’abominio, dopo aver deposto le corone di fiori, abbiamo deciso, solo scambiandoci un’occhiata, che quello era il momento di prestare la nostra voce a chi non poteva gridare più, il nostro volto a chi era stato privato della propria identità, la nostra vita a chi in quel luogo l’aveva persa.

Una nostra compagna ha cominciato ad intonare un canto che conoscevamo tutti bene: “Gam Gam”, ossia il quarto versetto del Salmo 23, in lingua ebraica. Senza indugio l’abbiamo seguita. Mentre le lacrime, che fino a quel momento non erano riuscite ad uscire, ci rigavano finalmente il volto, restituendoci quell’umanità che sembravamo aver perduto anche noi, la nostra bocca innalzava una preghiera di speranza: “Se dovessi camminare in una valle oscura, / non temerei alcun male, perché tu sei con me. / Il tuo bastone e il tuo vincastro / mi danno sicurezza”.

La tristezza aveva lasciato il posto alla gioia e alla soddisfazione del riscatto: la morte non aveva avuto l’ultima parola, perché il nostro cuore batteva per tutti gli uomini e le donne che ora si affidavano a noi per essere ricordati e rivivere ancora, stavolta PER SEMPRE.

Gli alunni della classe 3a  -A.I.C. “Rita Levi Montalcini”  

Umanità perduta e ritrovata – 1°parte

Dall’11 al 17 febbraio 2018 i ragazzi di terza media dell’I.C. “Rita Levi Montalcini” di Valle Martella (Zagarolo) sono stati in Polonia per un viaggio della Memoria che aveva lo scopo di sensibilizzare i giovani al dramma della Shoah, ripercorrendone i luoghi e rivivendone l’atmosfera, come se nulla da allora fosse mutato. La loro testimonianza, un dono al nostro blog.

Il clima rigido, il cielo grigio e la spessa coltre di neve che copriva ogni centimetro del suolo sul quale camminavamo hanno contribuito notevolmente a stimolare la nostra immaginazione e a richiamarci alla mente le sequenze di film come “La vita è bella”, “Il bambino col pigiama a righe”, “Jona che visse nella balena”, visti a scuola coi nostri insegnanti. Stavolta, però, non c’era alcuna finzione: eravamo totalmente immersi – corpo, mente e cuore – nella realtà gelida e implacabile dei luoghi dove si era consumato l’indicibile. E quel ghiaccio ci trapassava l’anima.

Appena varcato il cancello di Auschwitz, infatti, abbiamo sentito come se si aprisse dentro di noi un grande vuoto: non riuscivamo a provare emozioni, nemmeno ad elaborare un pensiero…qualcosa di ignoto ci stava privando, passo dopo passo, di ogni umanità.

Non dimenticheremo mai le stanze con i cumuli di oggetti appartenuti ai deportati: valigie, documenti, pentole, ma anche scarpe, vestiti, protesi, occhiali, spazzole e – più impressionanti di tutti– i capelli. Montagne di capelli. Tutti segni di una quotidianità bruscamente interrotta, di un’identità brutalmente cancellata. Lì ci siamo sentiti anche noi derubati di qualcosa, come se quegli oggetti fossero appartenuti a noi.

Nel blocco dieci abbiamo visto delle tele dipinte da un deportato sopravvissuto, il quale vi aveva rappresentato la vita quotidiana nel campo: più volte abbiamo vissuto la sensazione di essere parte, ormai, di quelle tele, ora che calpestavamo il suolo di Auschwitz e lasciavamo le nostre impronte nella neve come milioni di uomini e donne più di mezzo secolo fa. Eppure sembra ieri.

In una sala c’erano delle scodelle che ricordavano il magro pasto dei prigionieri; mentre la guida ci spiegava in cosa consistesse il pranzo, abbiamo pensato che per noi oggi quello non corrisponderebbe nemmeno alla nostra merenda. Ciò è assurdo e fa capire quanta crudeltà ci fosse dietro quella pianificazione così perfetta della giornata nel campo.

continua