Il silenzio

 

Il silenzio

io mi unisco al silenzio
io mi sono unita al silenzio
e mi lascio fare
e mi lascio bere
e mi lascio dire

Alejandra Pizarnik

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L’amore che salva

Quando l’amore salva: la storia di Helena Citronova e Franz Wunsch. Helena destinata ai forni crematori venne salvata da morte certa, insieme alla sorella; Franz grazie a quell’amore cambia, diventa un’altra persona.

 

La sorte di Helena era segnata:poco dopo il suo arrivo, le autorità del campo la inserirono nella lista di coloro che sarebbero stati mandati subito nei forni crematori. Nel pomeriggio del giorno della sua condanna a morte, la Citronova, ignara di tutto, fu costretta a cantare per il compleanno di uno dei capi del campo, un ufficiale austriaco delle SS di nome Franz Wunsch.

Risultati immagini per amore prigionieroIl. giovanotto rimase incantato dalla voce dell’ebrea, e presumibilmente anche dal suo aspetto. Lui si innamora. Questo spietato militare che molti avrebbero poi definito “brutale” mandava biscottini e dichiarazioni d’amore a una prigioniera, come se si trovassero in un posto di villeggiatura e non nel luogo dove la morte era di casa. Helena era sconvolta e, ovviamente, non completamente refrattaria all’idea di una relazione. Molti anni più tardi, la Citronova ricordò quei giorni: “Quando entrò nelle baracche dove stavo lavorando, mi gettò quella nota: “Sono innamorato di te”. Ho pensato che avrei preferito morire, piuttosto che frequentare un uomo delle SS. Per un certo periodo c’è stato solo odio. Non riuscivo nemmeno a guardarlo in faccia”.article-3193520-2b4cce8200000578-117_964x405

Quando la guerra finì e i prigionieri superstiti furono rilasciati, quando terminò la loro lunga marcia verso la liberazione, Helena e la sorella non dimenticarono di dovere la vita a Franz Wunsch, loro “nemico naturale”, in realtà loro salvacondotto verso la salvezza. AI processo di Norimberga testimoniarono a suo favore e gli salvarono, a loro volta, la vita.

Helena e Franz, oramai morti da tempo, si separarono e non vissero mai insieme. La pace portò ad entrambi una nuova vita.

 

 

L’ articolo integrale qui:http://www.bergamopost.it/che-succede/quellamore-nascosto-ad-auschwitz-tra-una-ss-e-una-prigioniera-ebrea/

Auschwitz-Birkenau Viaggio nella memoria

Per il secondo anno consecutivo una scuola secondaria superiore della Repubblica di San Marino ha organizzato un Viaggio ad Auschwitz-Birkenau, in occasione del settantesimo anniversario della liberazione dei sopravvissuti. La testimonianza di un insegnante che ha accompagnato gli alunni in questo viaggio.

Ripartiamo dalla B rovesciata della scritta ARBEIT:  La visita al lager comincia con la lettura di una frase, apposta sopra il cancello e i fili spinati che danno l’ingresso al campo di sterminio: “Arbeit Macht Frei”. Il lavoro rende liberi, ma nessuno riacquistò la libertà, i prigionieri diventavano liberi solo dopo la morte! Mi è rimasta impressa la storia raccontata da chi materialmente ha scritto questa frase. Il fabbro Jan Liwacz fu deportato ad Auschwitz il 20/06/1940, era il prigioniero numero 1010, oppositore politico polacco non ebreo, ed a lui fu dato l’incarico di costruire la scritta all’ingresso del Campo; ma, per una sommessa rivolta contro i nazisti, saldò la lettera B di ARBEIT al contrario, lettera che ancora oggi è visibile proprio sulla scritta all’entrata del Campo di Auschwitz. La motivazione prossima che ha fatto nascere in noi il desiderio di proporre un viaggio del genere è stato il settantesimo anniversario della liberazione dei sopravvissuti nel gennaio del 1945, che ci ha dato l’occasione – con la fatica del caso (non solo fisica) – di provare a metabolizzare quelle atrocità che in un modo o nell’altro abbiamo letto descritte nei libri di storia. Sarebbe bello leggere le testimonianze dei nostri ragazzi, ma in attesa di quelle, offro la mia. Anche quest’anno, il secondo consecutivo, noi insegnanti di religione abbiamo organizzato il viaggio al campo di sterminio Auschwitz-Birkenau. 

È stato un viaggio particolare, un viaggio nella memoria, in luoghi che trasudano ancora crudeltà da ogni angolo, capaci di spaventare anche da deserti e in cui storia, testimonianze e realtà si incrociano nella mente di chi li visita. Sensazioni ed emozioni fortissime, tanto chiare e indimenticabili per chi le ha vissute in prima persona quanto complicate da trasformare in parole: impossibile trovare un senso, una ragione logica ad una delle più grandi tragedie del Novecento. Auschwitz è davvero uno strano museo; ciò che abbiamo visto in quello spazio, anche i pelapatate, le forbici, le pentole, le posate, i pettini, le valigie stesse in cui i nazisti ordinavano agli ebrei di accumulare fino a 50 chili di bagagli alla partenza verso i lager non sono oggetti come in qualsiasi altro museo. Sono storie, sono persone. Ti scontri con la storia, con un luogo che è esso stesso memoria.I nostri studenti, che hanno accolto la proposta del viaggio (in due anni più di 200 ragazzi), si sono dimostratati di fatto giovani sensibili tanto preparati quanto spontanei. L’anno scorso, primo “esperimento” del viaggio nella memoria, abbiamo organizzato una visita di circa quattro ore; quest’anno ne abbiamo proposta una che ci ha coinvolto per tutta una giornata. Davvero impegnativa dal punto di vista psicologico, ma… ne è valsa la pena. Siamo stati accompagnati da guide assai preparate e molto coinvolgenti: grandi pedagoghi!

articolo tratto da: http://www.superiore.educazione.sm/on-line/home-portale-scuola-superiore/archivio-notizie/articolo41010733.html

 

 

Numero A 5384

Sono il numero A 5384 di Auschwitz-Birkenau”. Così iniziava le sue “lezioni” la testimone sopravvissuta agli orrori dell’inferno.
“Andavo alle poste a ritirare la pensione e una volta ho, incautamente, appoggiato il braccio sul piano del banco. L’impiegato, incuriosito dal tatuaggio rimasto in vista mi ha chiesto che cosa era. Gli ho spiegato che era quello che mi avevano fatto al campo di sterminio. E lui mi ha risposto, ma se vi hanno sterminati, come mai siete così tanti?” (Forse si riferiva ai superstiti degli oltre duemila genovesi deportati nei campi di concentramento).
Oltre all’inferno tedesco, anche quello, imprevisto, trovato al ritorno nel “bel paese”.
Per le persone come Liana Millu, lo scopo della vita era quello di ricordare e raccontare, con la differenza, rispetto ad esempio a Primo Levi, di riuscire a rivivere il passato senza restarne vittime.
Al termine del suo cammino terreno, Liana Millu sceglie, anziché il rito del funerale, la cremazione e la dispersione delle ceneri, un modo, per chi era tornata dai forni crematori, di restare in vita. Contraddizione forse per l’atea ebrea ribelle, come la preghiera “laica” per cui sarà ricordata.

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                   Liana Millu (Pisa 1914 – Genova 2005) – Scrittrice. Deportata ad Auschwitz.

 

articolo tratto da: https://www.antiwarsongs.org/canzone.php?id=48544

Se questo è un uomo

Primo Levi, testimone e sopravvissuto ad Auschwitz ha lasciato ai posteri il capolavoro “Se questo è un uomo” riportando per iscritto quanto da lui vissuto nel campo di concentramento ad Auschwitz, perché non vada perduta la dignità dell’uomo, per non dimenticare…se-questo-uomo

per 

non

dimenticare…

 

 

                         Voi che vivete sicuri nelle vostre tiepide case,
voi che trovate tornando a sera il cibo caldo e visi amici:

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meditate che questo è stato, vi comando queste parole.
Scolpitele nel vostro cuore. Stando in casa andando per via,
coricandovi alzandovi. 
Ripetetele ai vostri figli.
O vi si sfaccia la casa, la malattia vi impedisca,
i vostri nati torcano il viso da voi.

Primo Levi