I sette nani

Non vi dividerete mai, vi aiuterete sempre stando vicini, solo così potrete vivere”: la storia della famiglia Ovitz.

Quando sono scesi dal treno della morte, ad Auschwitz, uno di loro ha cominciato a distribuire biglietti da visita autografati. Erano i Lilliput e da più di dieci anni giravano per tante nazioni dell’est Europa, loro che venivano dalla Romania, a cantare e ballare. Il nome spiegava tutto: cinque donne e due uomini, tutti nani e tutti della stessa famiglia, gli Ovitz. Fratelli e sorelle. Dieci in tutto, perché c’erano anche altri tre con altezza nella media. Fu questo a evitare loro quei camini sempre fumanti che avevano visto scendendo dal treno. L’incontro con l’Angelo della Morte, il dottor Mengele, fu paradossalmente la loro salvezza. L’Olocausto che è nato con i disabili si rovescia per loro attraverso la cattiveria e la follia di un medico assassino e incapace. Mengele cominciò a interrogarli. Quando finì gli brillavano gli occhi: “Ho lavoro per i prossimi venti anni”. Lo ricordava bene Perla, la più giovane con i suoi 23 anni, alla quale si deve buona parte della memoria sulla loro storia, dalla quale sono stati tratti libri e documentari. Salvi per lui. Per la sua malvagità. Li voleva vivi per i suoi esperimenti. Loro sette e altri quindici membri della famiglia sopravvissero per quello. Diventarono fra i suoi preferiti. Fu permesso di portare i loro vestiti, avere dei vasini, per i loro bisogni invece delle latrine comuni, avevano una ciotola per lavarsi. Vivevano sempre in una baracca e il cibo era scarso, una zuppa di pane, ma confronto agli altri era il Grand Hotel. Il cambio fu tremendo: esperimenti e torture, prelievi infiniti di sangue e midollo, continui raggi X, acqua bollente e poi gelata nelle orecchie, denti sani e capelli strappati… Per lui cantarono e si esibirono, cercando di circuirlo anche in questa maniera. Si mostravano sorridenti. Lui, prima o dopo le torture, ricambiava.

Fu così che riuscirono, incredibilmente, a vivere sette, lunghissimi mesi. Li trovarono fra i pochi sopravvissuti, in mezzo all’orrore. Erano ancora tutti uniti. Ognuno, ogni maledetto giorno, aveva nella mente quella frase di mamma, sul letto, prima di morire: “State insieme. Sempre”.

Tratto da:http://invisibili.corriere.it/2014/01/27/sette-nani-ad-auschwitz-come-gli-ovitz-sopravvissero-allolocausto/

Annunci

Occhi

Graziella da molto tempo desiderava visitare la Polonia; il 3 di ottobre ha finalmente realizzato il suo sogno e, ci ha reso partecipi delle sue emozioni con questa toccante testimonianza.

 

In questa terra autunnale piena di bellissimi colori e di luce, il primo giorno del pellegrinaggio inizia con la visita al campo di sterminio di Auschwitz.

I primi passi verso l’entrata del campo, ci riportano con la mente ai passi di quanti erano inconsciamente transitati sotto la famosa scritta “ARBEIT MACHT FREI” il lavoro rende liberi. Stavamo percorrendo la medesima strada, in quel silenzio che tutto raccontava…
La guida con sentimento e decisione ci spiegava quello che era successo nel campo e che ormai tutto il mondo conosceva. Le strade alberate con il sole parlavano di luce e di vita, invece lì era passata la morte, una morte devastante. Sembrava inconcepibile quello che raccontava la guida: come l’uomo si creda padrone del mondo, della vita, di poter gestire la vita degli altri esseri umani, l’onnipotenza umana. Entrando nella palazzina n.11 si trovano alcuni ricordi degli ebrei sterminati, loro entravano ma non sapevano che non ne sarebbero piu’ usciti. Ci ha colpito particolarmente una parete con le foto di quelli che erano rinchiusi lì: schedati, i loro visi tutti diversi ma tra loro in comune oltre alla magrezza, c’erano gli occhi. Occhi che parlavano dell’orrore che stavano vivendo. In fondo all’orbita l’orrore, lo stupore, l’incredulità, la richiesta di aiuto… non avevano piu’ nulla a che fare con la dignità dell’essere umano.
Occhi che avevamo visto la mattina nella mostra di Marian, un sopravvissuto. Dopo tanti anni, ormai anziano, Marian aveva trovato il coraggio di disegnare, scrivere l’orrore vissuto.
I suoi disegni evidenziano subito gli occhi dei prigionieri, di lui giovane e delle scene del quotidiano orrore.
Occhi che parlavano della loro anima e questi occhi li abbiamo ritrovati nelle foto del campo. Tutti uguali, infiniti, muti, increduli.
Una foto in particolare – ci indica la guida – un sacerdote salesiano di nome Józef Kowalski dichiarato beato dalla Chiesa. Anche lui, come San Massimiliano Kolbe, ha continuato a pregare nella sua cella e quando lo hanno scoperto non ha voluto calpestare la corona del rosario ed e’ stato soffocato negli escrementi.
Questo ci ha fatto prendere coscienza di quanto l’uomo può accanirsi verso un altro suo simile per futili motivi.


Ed è un’ esperienza da condividere per non dimenticare e guardare il tuo prossimo come te stesso.

Attraversare la porta della misericordia – 2°parte

Siamo risaliti, per varcare la soglia della camera a gas e del forno crematorio: Dio mio… Porta santa degli innocenti, ingannati da loro stessi… troppo assurdo quello che accadeva perché una persona potesse anche solo lontanamente crederci. Meglio morire inconsapevoli che devastati dalla previsione di tanta barbarie. E sì: la barbarie delle guardie, dei compagni Kapò vendutisi per un pezzo di pane nero; il sarcasmo della banda che suona sotto la frase micidiale: ‘Il lavoro rende liberi’. Dio mio… 14.08.15 Auschwitz (90)Sentivo sempre più sgorgare una sola soffusa preghiera, pensando che forse in Siria, in Iraq, in Africa, in tanti angoli del mondo ancora oggi accade qualcosa di simile: ‘Fa’ o Signore che conserviamo in noi almeno un briciolo di umanità. Fa’ che difendiamo strenuamente in noi una traccia di umanità’. Perché profondamente l’uomo non è questo!

Non ho provato sentimenti particolarmente intensi. Ho portato con me immagini e sfumature di grigio, il silenzio e quegli odori non più presenti, ma come congelati nell’aria. E sono giorni che le riporto a mente, come mi capita per la Terra Santa. Mi ritrovo di nuovo lì, pacatamente. E mi è sceso nel cuore un senso di infinita tristezza, come un manto grigio quanto le nuvole che a un certo punto hanno coperto il cielo. Tanta tristezza di fronte all’orrore, perché l’abbiamo compiuto noi! Chi l’ha fatto materialmente, chi ha taciuto, chi si è morbosamente invischiato in questa brutalità, chi è stato complice insospettato… e io, con la mia violenza e la mia intolleranza, sono partecipe di tanto male… Tanta tristezza, perché l’uomo non è più uomo quando cede all’egoismo e all’ideologia: anche oggi, soffro di tristezza e di impotenza davanti alle notizie quotidiane di guerra e di perversione dell’uomo… Dio mio… Tu sei lì! Tu sei qui! Impotente amante, unica traccia di umanità in noi, come diceva Etty!

…continua