Il valore dell’amicizia

Può nascere l’amicizia in un campo di concentramento? Il pensiero di Piero Terracina, ebreo italiano sopravvissuto ad Auschwitz.

L’amicizia fa parte dei grandi valori della civiltà. Si dice: chi trova un amico trova un tesoro. L’amicizia è qualcosa che va oltre; con l’amico c’è sostegno, c’è condivisione, c’è affetto, si vivono insieme i momenti importanti della vita. Per ragioni anagrafiche, dei miei amici di quando ero giovane, non c’è rimasto nessuno e ogni perdita è stata un grande dolore. Ma ho avuto la fortuna di trovare nelle associazioni che frequento, nelle scuole e ovunque vado a portare la mia testimonianza di ex deportato, nuovi amici che nel tempo si sono dedicati all’ insegnamento e si rivolgono a me per fare ascoltare ai loro studenti la testimonianza di deportato ad Auschwitz che loro hanno ascoltato anni prima. E inoltre, si rimane sempre in contatto, tanto più facile oggi che c’è la posta elettronica, ma spesso vengono a trovarmi a casa.

Tutto questo dà sapore alla mia vita…

Risultati immagini per l'amiciziaLe amicizie ad Auschwitz e negli altri lager nascevano ma si perdevano anche in breve tempo: prigionieri deperiti (ma in poco tempo tutti lo eravamo) mandati a morire per far posto ai nuovi arrivati L’amicizia con Sami dura da una vita. Conobbi Sami nei primi giorni di settembre 1944. Insieme ad altri prigionieri era stato trasferito nel blocco 29 dove ero io. Si era fatto posto in quel blocco perché alcuni giorni prima, di sera al ritorno dal lavoro, era stata chiamata una selezione e una parte dei prigionieri era stata mandata a morire. Vidi questo ragazzo, Sami, che parlava italiano, ma con un accento che non conoscevo. Mi avvicinai e iniziammo a parlare. Mi parlò della sua famiglia, che era arrivato col papà e con la sorella da Rodi ma che all’improvviso si era ritrovato solo. Legammo subito, evidentemente avevamo bisogno uno dell’altro. Eravamo nella stessa baracca e quindi era più facile incontrarci. E parlavamo molto della sua vita a Rodi e della mia a Roma, di quando eravamo liberi. Ricordo che difficilmente parlavamo delle nefandezze a cui avevamo assistito nel lager; parlavamo della vita di prima, magari di una storiella o anche una barzelletta. Dovevamo in qualche momento e in qualche modo uscire dal lager e l’unico modo per farlo era quello. Era così nata un’amicizia davvero forte, posso dire che avevamo bisogno uno dell’altro. Con Sami fummo liberati insieme dall’armata rossa. Fummo insieme trasferiti prima a Katowice e poi a Gliwice. Stavo molto male; svenni. Dei militari sovietici mi caricarono su un carretto trainato da un cavallo e mi portarono in un ospedale da campo improvvisato nelle retrovie del fronte di guerra. Appena fu possibile, fui trasferito in un ospedale a Lvov (Leopoli) e da lì in un sanatorio a Sochi, ai piedi del Caucaso. E con Sami ci perdemmo di vista. Soltanto molti anni dopo, apparsi in un programma della televisione italiana. Sami mi riconobbe ed urlò: “Selma, vieni a vedere, in televisione c’è Piero. E’ vivo!” Così ci siamo rincontrati e la nostra amicizia è forte come allora. Quando abbiamo l’occasione di nominarci Sami dice: “mio fratello Piero” e altrettanto dico io: “mio fratello Sami”.

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tratto da: http://www.progettomemoria.info/core/wp_content/uploads/2017/10/amicizia_piero-terracina.pdf

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Ilse Weber, la poetessa e musicista di Auschwitz

La storia di Ilse Weber, poetessa e musicista ebrea, che scelse volontariamente la deportazione per non abbandonare i quindici bambini a lei affidati.

…assieme al marito e al figlio più piccolo Tomáš, fu rinchiusa nel ghetto di Praga e successivamente, nel febbraio del ’42, deportata a Terezin (Theresienstadt) “il ghetto modello” da cui partivano i trasporti per Auschwitz, dove gli ebrei venivano sterminati. A Terezin Ilse fece l’infermiera ‘nell’ospedale’ dei bambini, creando per loro e per gli altri prigionieri poesie e canzoni che accompagnava suonando il liuto e la chitarra. Una sua poesia suscitò violente reazioni da parte delle SS, senza fortunatamente che Ilse ne fosse individuata come autrice. Un’altra, ‘Lettera al mio bambino’, indirizzata al figlio lontano, fu tradotta e pubblicata nel 1945 in Svezia e Hanuš poté così leggerla. Ilse Weber lavorava come infermiera per i bambini del campo, facendo tutto il possibile per i piccoli pazienti senza l’aiuto di medicine che erano proibite ai prigionieri ebrei. Ha scritto circa 60 poesie-canzoni- ninne nanne durante la sua permanenza a Terezin e per alcune di queste ha scritto anche la musica. Quegli scritti sono ora diventati patrimonio comune dell’umanità. Erano parole di conforto e di speranza per i detenuti che le imparavano a memoria e vi si aggrappavano; luce nel buio profondo di quel Lager che la storia ricorderà come il Lager dei bambini. Sono ninne nanne, filastrocche, poesie, canzoni, nate nelle notti insonni che Ilse passava in infermeria accanto ai piccoli malati, dopo le lunghe giornate trascorse ad accudirli con lo stesso amore che avrebbero avuto le loro madri. Molte delle sue composizioni, cariche di struggente nostalgia, sono dedicate a Hanuš; altre ai bambini di Theresienstadt; altre ancora ci raccontano ciò che provava, vedeva e viveva all’interno di quell’inferno quotidiano. Nel 1944, il marito fu per primo deportato ad Auschwitz dove riuscì a sopravvivere ma poco prima di partire era riuscito a seppellire sotto terra, in tutta fretta, nel capanno degli attrezzi, le poesie e le canzoni che la moglie aveva composto nei due anni di permanenza a Terezin.

tratto da: http://www.sguardididonna.it/vocedonna/contatti.htm

 

39 anni dopo

 

L’ incredibile storia d’amore nata nel lager di Auschwitz fra Jerzy e Cyla. Dopo l’evasione dal campo, si perdono di vista, si credono morti e dopo 39 anni si ritrovano.

Flashback. Inverno 1943. Jerzy incontra Cyla in un silos per il grano di Auschwitz. Dal 1940 è prigioniero nel Lager per aver fatto parte della resistenza polacca. Jerzy Bielecki si ricorda molto bene del momento esatto in cui ha visto all’ingresso del silos l’arrivo di un gruppo di una decina di ragazze ebree. Tutte brune, piuttosto sorridenti, l’aria un po’ divertita. Erano sbalorditivamente curate, in quel contesto: portavano dei grembiuli bianchi su delle camicette piuttosto pulite, nei capelli portavano dei foulard legati. Una delle ragazze mi ha sorriso e mi ha fatto l’occhiolino. Sono diventato rosso come un ragazzetto.

Cyla Cybulska veniva da un paesino dell’Est della Polonia. Era arrivata al campo nel gennaio 1943 con tutta la famiglia – i genitori, la sorellina e i due fratelli. È l’unica ad essere sopravvissuta.

È lì che Cyla s’innamorò di Jerzy, un giovane polacco cattolico, uno dei primi prigionieri di Auschwitz. Jerzy era stato arrestato mentre tentava di fuggire in Ungheria per attraversare l’Europa nel tentativo di unirsi all’esercito francese. Divampa il loro amore. Riescono a parlarsi durante i pasti in fabbrica grazie all’indulgenza (e alla corruzione) delle guardie.

Ero pazzo di lei. E del resto vedevo bene che, da parte sua, neppure lei era insensibile alle mie avances. Eravamo come degli adolescenti sulla panchina di un parco: ci rubavamo baci mentre tutt’intorno a noi la morte corrodeva ogni cosa.
Un giorno Cyla corse in lacrime verso Jerzy. La sua migliore amica era appena stata fucilata da una SS… «Non piangere, Cyla, ti porterò via da questo inferno», le promise Jerzy – e subito si mise a studiare i preparativi per l’evasione.

La cosa mi sbloccò. Non avrei avuto il coraggio di farlo per me stesso. Sapevo come finivano i tentativi di evasione. Ma per Cyla e per il nostro amore ero disposto a fare tutto, anche l’impossibile.

Chiese a un amico di procurargli un’uniforme tedesca. La ricevette un po’ alla volta. Dopo di ciò, grazie alla sua posizione relativamente privilegiata di prigioniero germanofono, giunse a ottenere un lasciapassare. Ma quando fu pronto il suo piano di evasione, nel maggio 1944, le ragazze smisero di venire a lavorare al silos – dall’oggi al domani. Jerzy non sapeva neppure se lei fosse ancora viva.

Qualche mese più tardi ricevette un messaggio:

Jurek [diminutivo di Jerzy in polacco, N.d.R.], mio caro, lavoro al lavatoio. Cerca di passare a trovarmi.

Riuscirono a rivedersi. Il 20 luglio 1944, Jerzy ha appena il tempo di mormorarle: «Domani una SS del dipartimento politico verrà a cercarti per un interrogatorio. A domani».

Cyla non pose domande. L’indomani la ragazza vide davanti all’ingresso… Jerzy travestito con l’uniforme da Rottenführer SS. Salutò la guardiana e con passo deciso portò via Cyla. Mancava solo l’esibizione del lasciapassare alla guardia del Lager… e sarebbero stati liberi. Dopo nove notti di cammino, arrivarono dallo zio di Jerzy. Per garantirsi la sicurezza decisero allora di separarsi. Jerzy si unì alla resistenza polacca, Cyla si nascose tra i contadini di un paesino. Quando sopraggiunse la fine della guerra, Cyla non riuscì ad avere notizie del suo drudo.Un giorno le dissero che era morto in battaglia. Disperata, decise di partire per New York, dove avrebbe cercato di dimenticare e di ricominciare una nuova vita. Ciò che all’epoca ignorava è che la regione in cui si trovava Jerzy sarebbe stata liberata tre settimane dopo le altre. Quando Jerzy fu alfine liberato, venne a cercare Cyla… con un fatale ritardo di tre settimane.La famiglia di Jerzy gli disse che Cyla era morta in un ospedale a Stoccolma, donde doveva partire per l’America. Ciò che lui non sa è che si trattava di una bugia. Forse i suoi genitori non volevano vederlo sposato con una ragazza ebrea? Molti anni dopo, a New York, Cyla è vedova da qualche anno e madre di una figlia unica. Siamo nel 1982. Cyla propose alla sua donna delle pulizie, polacca, di prendersi un caffè – una rara occasione di chiacchierare con una compatriota. Le raccontò allora la sua storia d’amore e di evasione dal campo di Auschwitz. Che sorpresa fu la sua, quando quella le disse in rimando di aver visto un giorno raccontare esattamente la medesima storia alla televisione polacca! Si trattava di un direttore di scuola che si chiamava, se la memoria non la tradiva… Jerzy.

Non potevo crederci – racconta Cyla –. Ho finito per trovare il suo numero di telefono. «Jurek, sono io, la tua piccola Cyla!». Quando ebbe sentito la mia voce… e lo chiamavo all’alba… comprese subito che ero la sua ragazza di Auschwitz.

  • Qualche mese dopo, Cyla decise di incontrarlo. Prese l’aereo per Cracovia. Quel giorno Jerzy, 62 anni, aspettava impazientemente all’aeroporto di Cracovia. Aspettava che l’aereo da New York atterrasse. In quel volo viaggiava Cyla. La sua piccola Cyla. Aveva in mano un bouquet di 39 rose. Una per ogni anno di separazione… Rinasceva l’amore – immensa emozione. Ma Jerzy, che dopo la guerra s’era sposato, non voleva certo lasciare moglie e figli.È il destino che ha deciso così – conclude Jerzy –. Ma se potessi tornare indietro non cambierei niente.

Cyla Cybulska (morta nel 2006) e Jerzy Bielecki (morto nel 2011) sono restati amici fino alla fine dei loro giorni.

tratto da:https: it.aleteia.org/2018/02/07/auschwitz-cyla-cybulska-jerzy-bielecki/amp/

L’odore

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Che buon odore! Che odore ha? Quante volte abbiamo usato questa parola ma difficilmente ci siamo soffermati a pensare all’importanza di uno dei nostri cinque sensi, l’olfatto. Di per sé sembrerebbe un tema scontato: pensiamo a tutte quelle volte in cui dalla cucina arriva un allarmante odorino di bruciato, oppure ai cani che, per fare conoscenza, annusano le persone da ogni lato; ma anche al profumo del fieno o dei fiori che annunciano la primavera. Odori: esperienze semplici, quotidiane, che muovono ricordi, sensazioni, che si imprimono nella memoria senza parole. Anche le persone hanno un loro “odore” particolare e non dipende dal sapone usato: proviene dai loro sguardi, dai loro sorrisi, dalla serenità ed empatia che emanano e che senti “a fior di pelle”. Viceversa, altre possono trasmettere un odore di chiuso, di falsità. Sì, l’odore rivela l’identità e l’origine vera di ogni cosa.

Mensilmente visitiamo il campo di Auschwitz, e questa volta proviamo a pensare ai prigionieri immersi nel fetore insopportabile di quelle baracche, stretti nel freddo della disperazione e dell’odio che rendeva spesso disumani aguzzini e vittime. Immaginiamo di rivedere qui padre Kolbe mentre spandeva il profumo della carità e della speranza, donando il suo pezzo di pane o stringendo al petto chi stava piangendo. Quante situazioni anche oggi nel mondo dove l’aria è inquinata, quante guerre visibili e nascoste. In questo mese dedicato al s. Cuore di Gesù respiriamo a pieni polmoni il Suo profumo d’amore e ricordiamo nella preghiera le tante persone che soffrono.

E noi, che odore emaniamo in famiglia, nei nostri ambienti? Quale aroma ci piacerebbe inalare e spandere per rendere più bella, più serena la vita di chi ci sta accanto?

Le Missionarie di Harmęże, Polonia 

http://www.kolbemission.org/cella-amore

Umanità perduta e ritrovata – 1°parte

Dall’11 al 17 febbraio 2018 i ragazzi di terza media dell’I.C. “Rita Levi Montalcini” di Valle Martella (Zagarolo) sono stati in Polonia per un viaggio della Memoria che aveva lo scopo di sensibilizzare i giovani al dramma della Shoah, ripercorrendone i luoghi e rivivendone l’atmosfera, come se nulla da allora fosse mutato. La loro testimonianza, un dono al nostro blog.

Il clima rigido, il cielo grigio e la spessa coltre di neve che copriva ogni centimetro del suolo sul quale camminavamo hanno contribuito notevolmente a stimolare la nostra immaginazione e a richiamarci alla mente le sequenze di film come “La vita è bella”, “Il bambino col pigiama a righe”, “Jona che visse nella balena”, visti a scuola coi nostri insegnanti. Stavolta, però, non c’era alcuna finzione: eravamo totalmente immersi – corpo, mente e cuore – nella realtà gelida e implacabile dei luoghi dove si era consumato l’indicibile. E quel ghiaccio ci trapassava l’anima.

Appena varcato il cancello di Auschwitz, infatti, abbiamo sentito come se si aprisse dentro di noi un grande vuoto: non riuscivamo a provare emozioni, nemmeno ad elaborare un pensiero…qualcosa di ignoto ci stava privando, passo dopo passo, di ogni umanità.

Non dimenticheremo mai le stanze con i cumuli di oggetti appartenuti ai deportati: valigie, documenti, pentole, ma anche scarpe, vestiti, protesi, occhiali, spazzole e – più impressionanti di tutti– i capelli. Montagne di capelli. Tutti segni di una quotidianità bruscamente interrotta, di un’identità brutalmente cancellata. Lì ci siamo sentiti anche noi derubati di qualcosa, come se quegli oggetti fossero appartenuti a noi.

Nel blocco dieci abbiamo visto delle tele dipinte da un deportato sopravvissuto, il quale vi aveva rappresentato la vita quotidiana nel campo: più volte abbiamo vissuto la sensazione di essere parte, ormai, di quelle tele, ora che calpestavamo il suolo di Auschwitz e lasciavamo le nostre impronte nella neve come milioni di uomini e donne più di mezzo secolo fa. Eppure sembra ieri.

In una sala c’erano delle scodelle che ricordavano il magro pasto dei prigionieri; mentre la guida ci spiegava in cosa consistesse il pranzo, abbiamo pensato che per noi oggi quello non corrisponderebbe nemmeno alla nostra merenda. Ciò è assurdo e fa capire quanta crudeltà ci fosse dietro quella pianificazione così perfetta della giornata nel campo.

continua

La musica della prigionia

«E vidi un angelo, forte, scendere dal cielo, avvolto in una nube; l’arcobaleno era sul suo capo, la sua faccia era come il sole, le sue gambe come colonne di fuoco, […]. Pose il piede destro sul mare, e il sinistro sulla terra, e […] tenendosi ritto sul mare e sulla terra, alzò la mano […] al cielo, e giurò nel nome del vivente per i secoli dei secoli […] dicendo: “Non vi sarà più altro tempo! Nei giorni del suono del settimo angelo si compirà il mistero di Dio, […]”» di Olivier Messiaen

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Le musiche nate in questi luoghi, siano esse marcette per accompagnare i condannati a morte o capolavori della musica contemporanea (come le composizioni di Ullmann o il Quatuor pour la fin du Temps di Olivier Messiaen, scritto durante la prigionia nel lager di Görlitz) hanno scandito l’esperienza quotidiana dei prigionieri e ci spiegano la realtà meglio di qualsiasi pagina di un libro di storia.

La vita culturale a Terezín fu sempre oggetto di vivo dibattito tra gli artisti: a partire dal 1942 alcuni invitarono i loro colleghi a produrre opere i cui contenuti lasciassero intendere le reali condizioni di vita dei prigionieri e incarnassero i loro sentimenti di ribellione e protesta.

Il compositoreViktor Ullman, infatti, non si accontentò di scrivere un’opera ad uso e consumo dei prigionieri e delle SS.Der Kaiser von Atlantis oder Die Tod-Verweigerung L’imperatore di iAtlantide ovvero Il rifiuto della morte) è un’opera lirica, composta nel 1943 su libretto di Peter Kien. La trama ha un forte richiamo allegorico. L’Imperatore Overall governa l’Impero corrotto di Atlantide. Ordina alla Morte di guidare l’esercito in una guerra per la propria glorificazione. La Morte si rifiuta, entra in sciopero ed evita la morte dei soldati: ne deriva il caos. L’imperatore capisce di aver commesso un errore e per far tornare la Morte a fare il suo compito ne diventa lui stesso la prima vittima. La connotazione politica dell’opera è evidente e i riferimenti allegorici, anche musicali, non mancano: il più eclatante è una versione dell’inno nazista Deutchland, Deutchland uber alles riproposto in forma di variazione in tonalità minore.

La partitura manoscritta del Kaiser von Atlantis

Prima della partenza per Auschwitz, Ullman affidò i suoi manoscritti all’amico e compagno di cella Dott. Emil Utitz, bibliotecario presso il campo che, scampato alla prigionia, consegnò lo spartito al Dott. H. G. Adler. La partitura, ritenuta perduta per decenni, venne ritrovata nel 1971 dal direttore d’orchestra Kerry Woodward a Londra. Si trattava di una copia con modifiche e cancellazioni apportate nel corso delle prove del 1944. In vista della prima rappresentazione mondiale del Kaiser (1975), Woorward introdusse numerosi cambiamenti e soltanto nel 1981 andò in scena una versione più fedele al manoscritto, nel quale compariva un ensemble da camera formato dagli unici strumenti disponibili a Terezín (tra cui banjo, harmonium, sassofono contralto e clavicembalo). Negli anni Novanta venne fatta un’ulteriore ricostruzione filologica della partitura grazie alla collaborazione di alcuni dei musicisti sopravvissuti: il basso Karel Berman, il violinista Herbert Thomas Mandl e Paul Kling, primo violino alle prove di Terezín.

 

Tratto da: https://terezinarte.wordpress.com/2014/12/15/der-kaiser-von-atlantis/

La B capovolta di “arbeit macht frei”

Forse non tutti sanno che la frase ARBEIT MACHT FREI è stata scritta  appositamente con un errore di battitura, una B capovolta che indica la libertà e  dignità alfabetica di quel tempo. Il lavoro rende liberi, ma dei tanti prigionieri  internati ad Auschwitz pochi riacquistarono la libertà da vivi, molti furono quelli  che la conquistarono dopo la morte.


«Gli aguzzini volevano imbrogliare le vittime fino all’ultimo. Illudere i morti viventi che sarebbero sopravvissuti. Lavorando. E’ diabolico. Lo slogan è stato posto anche all’entrata di altri campi e nei ghetti. Con lo stesso obiettivo: uno scherzo cinico, demoniaco». È rarissimo che accada, ma può accadere.
Una semplice, povera, trascurata, indifesa lettera alfabetica può, con la sua sola presenza oggettiva e tangibile, rappresentare il miracolo assoluto: l’anelito alla libertà e restituire dignità all’uomo, quando tutto intorno è precipitato nella notte della follia e nell’abisso della morte.
Quando tutto sembra perduto e intorno c’è soltanto l’esiziale ghigno del potere e della forza bestiale, proprio allora da una semplice lettera alfabetica può scaturire la rivolta, la forza estrema della propria coscienza di Uomo.
Questo è accaduto nel 1940, nel campo di sterminio polacco di Auschwitz (Oswiecim in polacco), ad opera di un umile artigiano, un fabbro polacco, prigioniero come altri milioni in quell’inferno assoluto e totalizzante.
Un capo tedesco del campo, Kurt Müller, chiede che venga immediatamente eseguito l’ordine imposto dal comandante Rudolf Höss, che venga cioè realizzata, e innalzata all’ingresso del campo di sterminio, la targa in ferro battuto progettata dallo stesso Müller, con la scritta Arbeit macht frei, il lavoro rende liberi, che i nazisti avevano ripreso, modificandola, da un passo del Vangelo di San Giovanni, Wahrheit macht frei, la verità rende liberi, e che a Höss ricorda i suoi anni di carcere durante il governo di Weimar. Ma Arbeit macht frei è anche il titolo di un romanzo del 1872 dell’etnologo e linguista Lorenz Diefenbach, che mai avrebbe immaginato il terribile uso che altri avrebbero fatto di quel titolo.
Una scritta illusoria e beffarda per coloro che mai avrebbero visto la libertà, morendo a milioni in quei luoghi (“le tre parole della derisione […] sulla porta della schiavitù”, così scrisse Primo Levi ne La Tregua). Della realizzazione viene incaricato un prigioniero, il dissidente politico polacco Jan Liwacz, non ebreo, numero di matricola 1010 tatuato sull’avambraccio, che in un’altra vita faceva il fabbro, entrato nel campo di sterminio il 20 giugno 1940. È lui a dirigere la “Schlosserei”, l’officina interna al campo che fabbricava lampioni, inferriate, sbarre, cancelli. Ebbene al momento di saldare le lettere per comporre la parola Arbeit Liwacz ribalta la B in modo che l’occhiello piccolo risulti in basso rispetto al grande, anziché in alto come la grafica impone. È questo un gesto più piccolo di un granello di sabbia del deserto, ma che in quel contesto terribile e inumano assume all’improvviso la forza e la grandezza dell’urlo di Munch e insieme quello di milioni di vittime innocenti che si ribellano, unite nel gesto umile e semplice di un fabbro. Un grido di libertà con le armi benevoli della grafica, dell’alfabeto, delle lettere.
Nella loro insulsa e bestiale brutalità razzista i nazisti non si accorsero mai che quella semplice B capovolta rappresentava la libertà, la dignità di una moltitudine di perseguitati, e insieme la rivolta simbolica contro la barbarie. Liwacz sopravvisse alla morte e reclamò, giustamente, a liberazione avvenuta la propria opera di ferro, ritornando al proprio villaggio Bystrzyca Klodzka, e dove morirà ottantaduenne.
Alla liberazione del campo il 27 gennaio 1945 ad opera dell’armata rossa, però, la scritta verrà caricata dai sovietici su un treno destinato all’Est. Ma un ex prigioniero del campo, Eugeniusz Nosal, intuendo l’alto valore simbolico della scritta, la scambiò con un soldato sovietico in cambio di una bottiglia di vodka. Sarà nascosta per anni nel municipio di Auschwitz e donata in seguito al Museo fondato sui resti del campo di sterminio.

articolo tratto da: bibliotecadisraele.wordpress.com