Ma io non odio

L’odio trova spazio anche sul web, purtroppo. La nostra solidarietà alla senatrice e testimone della Shoah Liliana Segre, colpita ogni giorno da attacchi antisemiti sui social. Con i suoi messaggi ci invita a non dimenticare, per non ripetere gli errori del passato.

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“La speranza in una nonna c’è sempre, ma la realtà qualche volta si abbatte sopra la speranza con una bastonata tremenda. Io di bastonate ne ho prese tante e sono ancora qui… Ogni minuto va goduto e sofferto bisogna studiare, vedere le cose belle che abbiamo intorno, combattere quelle brutte, ma perdere tempo a scrivere a un 90enne per augurarle la morte… Tanto c’è già la natura che ci pensa”.

(da un’intervista su repubblica.it – foto da Avvenire)

Un volto, una storia

Amsterdam – Ritratto di Anna Frank, alto 24 metri, realizzato dall’ artista brasiliano Eduardo Kobra e intitolato Let Me Be Myself.

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E’ stato pensato per «stimolare, da un lato, la contemplazione e allo stesso tempo portare molti giovani a trarre ispirazione dal coraggio e dalla saggezza di questa giovane donna».

Per non dimenticare…

 

Il segnalibro della memoria

«L’olocausto è una pagina del libro dell’Umanità da cui non dovremo mai togliere il segnalibro della memoria».    Primo Levi

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Foto di Antonella Castelli

dal pellegrinaggio in Polonia di un gruppo di Verona – 15-21 settembre 2019                   “Noi pellegrini in terra polacca… per non dimenticare l’amore”. http://www.kolbemission.org/cella-amore

Il “nostro” viaggio (2)

Margherita, Mara e Maria, tre amiche, un viaggio fatto insieme alla scoperta di una pagina di storia da non dimenticare. La testimonianza di Mara.

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Ho avuto il dono di incontrare le missionarie più di 30 anni fa e il desiderio di andare a posare i miei passi in quella terra benedetta dall’opera e dal martirio di Kolbe è maturato negli anni. Ritengo una vera grazia la presenza della comunità di Harmeze per tutti i pellegrini che in essa non solo vengono accolti, ma anche spiritualmente e materialmente accompagnati a ripercorrere un parte molto dolorosa della nostra storia recente.

La visita ai campi di Auschwitz e Birkenau è stata chiaramente molto forte ma ho compreso l’insistenza del Museo storico dei campi nel poter allestire la mostra di Marian Kolodziej presso i propri spazi, richiesta sempre negata da Marian che ha voluto che rimanesse presso i frati conventuali e le missionarie. Nessun reperto storico, per quanto smisuratamente crudele, può avere la medesima forza emotiva ed evocativa del vissuto raccontato. Il Viaggio Umano di cui parla Margherita è stato letteralmente tale. Marian, artista e scenografo, ha usato il suo linguaggio, le immagini, un linguaggio trasversale, che arriva immediatamente dritto a cuore e mente, che davvero fa intravedere le atrocità gratuite, le sofferenze immani che milioni di innocenti hanno subito. Ma anche nella mostra, tra tanto buio, si coglievano spiragli di luce, nei compagni di prigionia che sostenevano i più deboli per andare a prendere la razione quotidiana, nel conservare, nonostante l’obiettivo dei campi fosse anche quello di trasformare uomini in animali, la propria dignità umana.

Al termine della visita dei campi, uscendo dal lungo viale di Birkenau, un pensiero preciso ha fatto strada dentro di me: “In mezzo a tanto male, ci sono state anche tante testimonianze di bene”. E non penso solo all’esempio luminosissimo di Kolbe, ma a tante altre situazioni, magari non note, in cui persone, sia internati, sia polacchi che vivevano nelle vicinanze dei campi, hanno messo a repentaglio la propria vita per quella altrui. Uscivo dal campo pensando: il male non ha avuto la forza di mettere a tacere il Bene che Dio ha seminato nei nostri cuori.

Mara

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Foto da “I Labirinti di Marian Kolodziej”

Il nostro viaggio

Margherita, Mara e Maria, un viaggio fatto insieme alla scoperta di una pagina di storia da non dimenticare. Tante le parole che risuonano dentro. In questo post la prima testimonianza di Margherita.

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A molti potrebbe sembrare strano, ma questo viaggio è sempre stato il mio viaggio per eccellenza. Dicevo a tutti, prima o poi ci devo andare, secondo me dovrebbero andarci tutti per non dimenticare, dovrebbe essere obbligatorio per i ragazzi nelle scuole. Sono contenta di averlo fatto e non perché ho rivisto di persona ciò che ho visto in televisione tante volte ed è sconvolgente osservare quanto i servizi siano sempre così aderenti alla realtà.

Questo viaggio mi ha permesso di ripercorrere la storia di quegli anni, calpestare la terra dove donne, uomini e bambini sono morti sotto il sorriso beffardo di aguzzini senza cuore, che hanno agito contrariamente a qualsiasi legge umana, tanto da perderne le sembianze e, probabilmente, anche quelle animali…. Fa paura conoscere fino a che limite l’uomo possa arrivare, dove la ragione, strumento di pace, diventi strumento di morte. Ma grazie alle Missionarie dell’Immacolata p. Kolbe, persone calorose, squisite e “detentrici” di qualcosa di inestimabile, oltre a questo percorso ho potuto “intraprendere” il viaggio più grande e profondo che si potesse fare, un Viaggio Umano: rivivere quei momenti con gli occhi di chi li ha vissuti, di chi c’è stato, vedere le tracce di ciò che lascia un’esperienza così totalizzante. Ringrazio Marian Kolodziej, che ora non c’è più, per aver lasciato a noi la possibilità di fare con lui quel viaggio nella memoria, di cosa sia stato ed è Auschwitz per ognuno di noi che non vuole dimenticare, e nello stesso tempo di  rendere “un omaggio” a chi ingiustamente è morto in ogni lager di allora e di oggi.

Non c’è motivazione che possa spiegare, né tantomeno giustificazione che possa motivare il trattare gli uomini al pari e addirittura al di sotto delle bestie. Ed è per questo che non dobbiamo dimenticare e tenere viva la memoria, perché l’uomo è capace di grandi imprese ma anche di quelle più infime.

Margherita

Una lezione particolare

Diego Baroncini un docente di Lettere simula la deportazione con i suoi studenti di 2°Media: “Partendo da una emozione hanno capito e così abbiamo cominciato la settimana della Memoria”

Il prof entra in aula: “Chi non è di Ravenna si metta da questa parte”. Gli studenti lo guardano con sospetto, chi non è nato nella città romagnola, e sono poco meno della metà, si sposta ciondolando senza capirne il motivo. “Bene, volevo dirvi che d’ora in poi non potrete più fare lezione in questa classe, non potrete più venire a scuola”. Facce allibite, “prof, ma è serio?”, “dai, è uno scherzo”.  Il docente li ha incalzati: “Sono serissimo, ora toglietevi orologi, braccialetti, collanine e appoggiateli su quel banco. Voi che avete gli occhiali, via anche quelli”. “Ma non ci vediamo!”. “È così. Le cinture anche, ragazzi. E le scarpe, non vi servono più. Ragazze, tiratevi indietro i capelli, legateli, nascondeteli come se non li aveste più”. Una 

ragazza tornando verso il gruppo dei “non nati a Ravenna” senza scarpe dice: “Non mi sento più io”. Chi ammette di essere in imbarazzo, chi sogghigna. Poi cala il silenzio. Gli studenti ravennati, a bassa voce, uno con l’altro commentano: “Ma dai, ma perché?”. Quelli che non sono nati a Ravenna vengono spostati verso le finestre, fa freddo dagli spifferi, gli altri possono stare al caldo accanto ai termosifoni. Il professore si ferma: “Chi di voi ha capito?”. Tutti hanno capito: “Ci ha fatto vivere cosa hanno provato gli ebrei quando sono stati separati dai loro compagni, quando sono stati deportati”. E voi come vi siete sentiti? “A disagio, gli altri mi vedevano come io non voglio essere vista”. E ancora: “Ma senza occhiali non vedevo nulla”. Tutti concordano: non è giusto, ovvio. Eppure è stato.
L’insegnante ha continuato, rivolgendosi al gruppo dei nati a Ravenna: “E voi, perché siete stati zitti?”. “Perché lei è il prof”. “Ma se l’autorità commette qualcosa di atroce voi non dovete 

tacere. Succedeva cosi anche con le leggi razziali: alcuni avevano paura di esporsi pur riconoscendo che non erano giuste, altri hanno reagito con un atteggiamento superficiale“. Lezione conclusa. “Ho potuto farlo perché c’è un rapporto di fiducia con questi alunni, ho chiesto prima se se la sentivano di affrontare un esperimento. Due studentesse non hanno voluto e hanno solo assistito- Lo scopo era quello di introdurre il Giorno della Memoria, di arrivare a parlare della Shoah. Ma volevo che ci fosse un’emozione da cui partire per far seguire riflessioni profonde, non retoriche. Da questo senso di estraniamento, spogliandosi alcuni di ciò che li fa riconoscere in se stessi e gli altri guardando gli amici privarsi di quanto li rende riconoscibili, abbiamo così cominciato il nostro lavoro sulla memoria”.

tratto da: https://bologna.repubblica.it/cronaca