Il giorno fortunato

La storia incredibile di Klara Marcus, sopravvissuta a 3 campi di concentramento: Dachau, Ravensbruck, ed Auschwitz.

Klara Marcus, il nome della donna che, originaria della Romania, ha voluto raccontare la sua esperienza all’interno del campo di concentramento di Auschwitz.

Una testimonianza diretta e, al contempo, agghiacciante che permette di ripercorrere gli anni più bui della storia dell’umanità; anni in cui la “diversità” era simbolo di imperfezione e impurezza; anni che hanno scritto parte della storia mondiale, i quali narrano le inaccettabili, condannabili e deplorevoli azioni compiute illogicamente dagli uomini che sottostavano alle direttive di un uomo spregevole, abietto e ignobile.

Quella che vi raccontiamo è la storia incredibile di una donna che, nonostante le angherie e i soprusi subiti fisicamente e moralmente, ha avuto la forza di andare avanti (senza la sua famiglia), creandosene una nuova, riuscendo a sopravvivere a tre campi di concentramento: Dachau, Ravensbruck e Auschwitz.

Ecco la sua preziosa testimonianza,raccontata al tedesco Bild, in merito alle vicende e alle barbarie che segnarono il periodo della Seconda Guerra Mondiale: “Oggi è il tuo giorno fortunato”, questo è ciò che, inizialmente, rammenta Klara Marcus; ciò che le SS le dissero quando la fecero uscire viva (assieme ad altre donne) da una camera a gas di uno dei più grandi campi di concentramento costruiti, quello di Auschwitz.

Quando ci hanno fatto entrare e hanno aperto il gas, si sono accorti che era finito. Una delle guardie ha scherzato dicendo che era il nostro giorno fortunato perché ne avevano già uccisi talmente tanti che non era rimasto gas per noi. Quel giorno Dio mi stava guardando”.

La donna, costretta a entrare nella camera a gas, pesava solo 32 Kg e, fortunatamente, da quel momento riuscì a trovare la forza di fuggire da quell’inferno e tornare nella sua patria, dove, seppur senza più una famiglia, trovò il coraggio e la determinazione di ricostruirsi una nuova vita assieme a colui che, poi, sarebbe diventato il suo compagno di vita, suo marito.

Quel giorno ho capito che non avevo veramente nulla da perdere”, commossa racconta a un rappresentante del governo romeno, Anton Rohian, il quale si recò presso la sua abitazione per farle visita per congratularsi con lei. “In questa storica occasione”, proferisce Rohian, “Ho portato una bottiglia di champagne, un mazzo di fiori e un attestato di onorificenza per ringraziare la signora Marcus per essere tornata a Marumares dopo tutto quello che ha attraversato nella sua vita”.

Le lacrime di una storia vissuta, il volto e gli occhi di chi ha vissuto la disperazione sulla propria pelle; il coraggio di una donna che ha continuato a lottare per amore e per amare, perché, nonostante l’odio, il bene supremo vince su tutto!

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http://www.lavoceditaranto.com/speciale-shoah-la-storia-di-klara-sopravvissuta-ad-auschwitz-perche-era-finito-il-gas/

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Le Croci

Auschwitz: sono state trovate delle croci incise, che sembrano chiedere pietà agli aguzzini nazisti e affidavano l’ultimo respiro delle loro vittime al Cristo sofferente, sulle pareti dei padiglioni del campo di concentramento più tristemente noto, per avere ospitato tanti orrori.

Anche San Massimiliano Maria Kolbe (e, come lui, tanti altri cristiani) sostò tra quelle mura, completamente in balia della crudeltà dell’uomo, che voleva arrogarsi il diritto di cambiare la storia, trucidando coloro che -a dire di Hitler- non dovevano farne più parte.
Così, le stanze di Auschwitz, oggi adibite a musei degli orrori, mostrano i resti del genocidio, poiché conserva gli oggetti di cui i soldati nazisti privavano i loro prigionieri.

Li privavano anche della dignità, riducendone il valore a “nulla”. Anche i loro capelli venivano conservati -quelli rasati dalla loro testa, prima della prigionia- perché potessero servire -forse- all’industria tessile tedesca.
Nei padiglioni di Auschwitz ci sono anche quei capelli! Attraversando le stanze, si possono immaginare le urla di disperazione delle donne, dei bambini, degli uomini che, ad Auschwitz come altrove, scendevano a flotte dai treni per la loro ultima tappa terrena.
Ad attenderli, le camere a gas, i forni crematori o -se andava bene- i lavori forzati, poco nutrimento e tanta fatica, fino a morirne.

E sulle pareti, testimoni di quelle atrocità, si scorgono anche delle le croci, incise con materiale di fortuna, ultimo appello al Salvatore, alla giustizia, alla pace.
Qualcuno ha raffigurato persino il Cuore di Gesù e quelle immagini sacre sembrano voler dire che ovunque sovrabbondi la cattiveria umana, il male non prevarrà, se Dio è con noi a darci forza e sostegno, se lo si invoca nel momento ultimo della nostra esistenza, se con fede crediamo che, dall’altra parte della morte, ci sia lui ad attenderci a braccia aperte.
Quante persone ad Auschwitz, proprio come Padre Kolbe, dovettero subire torture terribili. Oggi, ricordano al mondo che la discriminazione è inumana.

Antonella Sanicanti

 

tratto dal blog: https://www.lalucedimaria.it/auschwitz-croci-incise/amp/

 

 

 

L’angelo della bontà

La storia di Stanisława Leszczyńska, meglio conosciuta come “la madre” e “l’angelo della bontà” che aiutò le partorienti nel campo di concentramento nazista. Nel 1992 è iniziato il suo processo di beatificazione.

Stanisława ebbe molta fortuna. Riuscì a portare con sé, dentro un tubetto di dentifricio, alcuni documenti scritti in tedesco attestanti il suo lavoro come levatrice. Nonostante l’enorme rischio che stava correndo, andò a parlare con il famigerato dottor Mengele, offrendo la sua assistenza alle donne durante il parto….assistette a circa tremila nascite. Neanche un bambino nacque morto. Né morì alcuna partoriente. La levatrice faceva nascere i bambini nel caminetto che si trovava nel dormitorio. Invece di bende e garze, aveva a disposizione una coperta sporca che dovette scuotere per quanti pidocchi vi vivevano. Le donne facevano asciugare pannolini adagiandoli sulla pancia o sulle cosce, perché appenderli dentro il dormitorio era punibile con la morte.

Nel campo di concentramento,tutti i bambini– contro ogni previsione – sono nati vivi, belli e robusti. La natura, opponendosi a l’odio, lottava con ostinatezza per i loro diritti, attraverso una inesauribile fonte di vita.

I prigionieri chiamavano Stanisława Leszczyńska “la madre” e “l’angelo della bontà”, che – come scrisse successivamente una delle madri di Auschwitz, Elizabeth Solomon, in una poesia – è venuto a dare “la notizia per i secoli a venire che lì – in mezzo alla morte, alla miseria e alla sporcizia – Maria, in una camicia a righe, ha dato alla luce Gesù”.

Racconta Bronisław Leszczyński che una volta, la notte di Natale, l’ostetrica ha ricevuto dai suoi genitori un pacco con del pane. Tagliato a fettine, lo pose su un pezzo di cartone e lo diede come ostia ai prigionieri. Improvvisamente entrò nel dormitorio il Dottor Mengele, “l’angelo della morte”. Mia madre cercava il suo sguardo. E lui abbassò lo sguardo e disse che, per un attimo, gli sembrò di sentirsi umano. E a chi lo ha detto? A una prigioniera, a una donna polacca. Il dottore andò via, e non vi fu alcuna persecuzione. La gente sapeva che lei aveva un potere su di lui”

tratto da: https://beppebortoloso.wordpress.com/2018/01/29/lostetrica-che-ad-auschwitz-salvo-tremila-bambini-dalla-morte

i fiori di Auschwitz

Un viaggio nella memoria effettuato lo scorso anno da un liceo Artistico Statale di Latina  ed uno splendido elaborato che è stato lasciato ai posteri…

Sono partita con il terrore di passare tre giorni circondata da luoghi che mi avrebbero urlato contro solo parole di morte, di violenza, di pura e incontrollata follia. Credevo che non avrei sentito nient’altro che ribrezzo ed angoscia; le quali non sono di certo mancate. Ma tra queste e’ emerso, a mia sorpresa, una sensazione che fatico a descrivere, qualcosa di profondo e sottile che mi faceva restare ancorata all’essere umano, qualcosa che mi faceva percepire di quanta bellezza fosse fatto quest’ultimo; persino in posti come Auschwitz e Birkenau…

 

…In quel luogo fanno un incontro che Tati non smettera’ di raccontare: un uomo, un soldato nazista, ancora uomo, entra nel Kinderblock del ’dottor’ Mengele e porta loro dei biscotti, tanto semplici e banali quanto incredibilmente importanti per due sorelle ormai private di qualsiasi atto di incondizionato interesse o affetto. Quella scatola e’ per lei il ricordo piu’ bello e piu’ vivido del campo. E lo e’ ora anche per me….

 

… I campi di concentramento erano ambienti in cui nulla di bello, di fragile, di spontaneo poteva sopravvivere. Eppure, sono emersi dalla terra piu’ arida ed inospitale, fiori resistenti, dai colori brillanti, che non si sono piegati ad un clima mortale. Quei fiori erano centinaia di migliaia, erano tutti coloro che hanno regalato biscotti, che hanno dato la vita per non perdere un abbraccio, un bacio, una carezza, che hanno preferito le persone agli ordini dei folli, che hanno scelto una vita da fragili fiori, piuttosto che quella da pietre immortali. L’essere umano c’era, in tutta la sua straordinaria forza e bellezza. C’era ad Auschwitz negli anni quaranta e c’era ancora ad aprile dell’anno duemilasedici.
Francesca Angelini

l’intero articolo potete leggerlo qui: http://www.liceoartisticolatina.gov.it/userfiles/doc/2016_fiori_auschwitz.pdf