L’angelo della bontà

La storia di Stanisława Leszczyńska, meglio conosciuta come “la madre” e “l’angelo della bontà” che aiutò le partorienti nel campo di concentramento nazista. Nel 1992 è iniziato il suo processo di beatificazione.

Stanisława ebbe molta fortuna. Riuscì a portare con sé, dentro un tubetto di dentifricio, alcuni documenti scritti in tedesco attestanti il suo lavoro come levatrice. Nonostante l’enorme rischio che stava correndo, andò a parlare con il famigerato dottor Mengele, offrendo la sua assistenza alle donne durante il parto….assistette a circa tremila nascite. Neanche un bambino nacque morto. Né morì alcuna partoriente. La levatrice faceva nascere i bambini nel caminetto che si trovava nel dormitorio. Invece di bende e garze, aveva a disposizione una coperta sporca che dovette scuotere per quanti pidocchi vi vivevano. Le donne facevano asciugare pannolini adagiandoli sulla pancia o sulle cosce, perché appenderli dentro il dormitorio era punibile con la morte.

Nel campo di concentramento,tutti i bambini– contro ogni previsione – sono nati vivi, belli e robusti. La natura, opponendosi a l’odio, lottava con ostinatezza per i loro diritti, attraverso una inesauribile fonte di vita.

I prigionieri chiamavano Stanisława Leszczyńska “la madre” e “l’angelo della bontà”, che – come scrisse successivamente una delle madri di Auschwitz, Elizabeth Solomon, in una poesia – è venuto a dare “la notizia per i secoli a venire che lì – in mezzo alla morte, alla miseria e alla sporcizia – Maria, in una camicia a righe, ha dato alla luce Gesù”.

Racconta Bronisław Leszczyński che una volta, la notte di Natale, l’ostetrica ha ricevuto dai suoi genitori un pacco con del pane. Tagliato a fettine, lo pose su un pezzo di cartone e lo diede come ostia ai prigionieri. Improvvisamente entrò nel dormitorio il Dottor Mengele, “l’angelo della morte”. Mia madre cercava il suo sguardo. E lui abbassò lo sguardo e disse che, per un attimo, gli sembrò di sentirsi umano. E a chi lo ha detto? A una prigioniera, a una donna polacca. Il dottore andò via, e non vi fu alcuna persecuzione. La gente sapeva che lei aveva un potere su di lui”

tratto da: https://beppebortoloso.wordpress.com/2018/01/29/lostetrica-che-ad-auschwitz-salvo-tremila-bambini-dalla-morte

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i fiori di Auschwitz

Un viaggio nella memoria effettuato lo scorso anno da un liceo Artistico Statale di Latina  ed uno splendido elaborato che è stato lasciato ai posteri…

Sono partita con il terrore di passare tre giorni circondata da luoghi che mi avrebbero urlato contro solo parole di morte, di violenza, di pura e incontrollata follia. Credevo che non avrei sentito nient’altro che ribrezzo ed angoscia; le quali non sono di certo mancate. Ma tra queste e’ emerso, a mia sorpresa, una sensazione che fatico a descrivere, qualcosa di profondo e sottile che mi faceva restare ancorata all’essere umano, qualcosa che mi faceva percepire di quanta bellezza fosse fatto quest’ultimo; persino in posti come Auschwitz e Birkenau…

 

…In quel luogo fanno un incontro che Tati non smettera’ di raccontare: un uomo, un soldato nazista, ancora uomo, entra nel Kinderblock del ’dottor’ Mengele e porta loro dei biscotti, tanto semplici e banali quanto incredibilmente importanti per due sorelle ormai private di qualsiasi atto di incondizionato interesse o affetto. Quella scatola e’ per lei il ricordo piu’ bello e piu’ vivido del campo. E lo e’ ora anche per me….

 

… I campi di concentramento erano ambienti in cui nulla di bello, di fragile, di spontaneo poteva sopravvivere. Eppure, sono emersi dalla terra piu’ arida ed inospitale, fiori resistenti, dai colori brillanti, che non si sono piegati ad un clima mortale. Quei fiori erano centinaia di migliaia, erano tutti coloro che hanno regalato biscotti, che hanno dato la vita per non perdere un abbraccio, un bacio, una carezza, che hanno preferito le persone agli ordini dei folli, che hanno scelto una vita da fragili fiori, piuttosto che quella da pietre immortali. L’essere umano c’era, in tutta la sua straordinaria forza e bellezza. C’era ad Auschwitz negli anni quaranta e c’era ancora ad aprile dell’anno duemilasedici.
Francesca Angelini

l’intero articolo potete leggerlo qui: http://www.liceoartisticolatina.gov.it/userfiles/doc/2016_fiori_auschwitz.pdf