Le stagioni della vita

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L’inverno non è certamente la stagione preferita per chi non ama il freddo. Il clima è rigido, le giornate sono ancora corte e buie e nelle case le luci alla sera si accendono presto. Però è anche vero che con il freddo si crea una atmosfera più raccolta, familiare, ci si riscalda vicendevolmente il cuore, sarà per questo che molte persone amano queste temperature. Vivendo qui, anche noi stiamo imparando dalla gente ad accogliere il bello di ogni stagione. Certo, non si potrebbe apprezzare la mitezza della primavera né il calore dell’estate se non si fosse sperimentato prima un po’ del rigido clima dei mesi invernali.
Così succede nelle diverse stagioni della vita. Chi di noi può dire di non aver vissuto dei momenti bui, di dolore, da sentirsi come raggelare il cuore? Ma con pazienza siamo poi riusciti ad affrontarli, a superarli, e oggi probabilmente siamo capaci di apprezzare di più il tempo sereno e i tanti raggi di sole. E soprattutto possiamo essere capaci di empatia nei confronti degli altri, possiamo offrire il calore di una amicizia, una parola di speranza, un abbraccio.

Ripensiamo al padre Kolbe nel campo di concentramento, la sua fortezza nella prova, il suo calore umano, la sua offerta per amore, rileggiamo la testimonianza di alcuni prigionieri:
– «A lui devo il fatto di essere ancora vivo, di aver tenuto duro e di aver vissuto per essere liberato; le cose che mi disse ebbero un tale effetto su di me che non ho più pensato di suicidarmi. Non solo era coraggioso, ma trasmetteva lo stesso coraggio anche a me e a tutti gli altri».
– «Ho visto una volta come, davanti al blocco, diede il proprio pranzo ad uno dei prigionieri più giovani dicendo: “Prendi, mangia, sei più giovane, tu devi vivere”».
San Massimiliano ci lascia una bella eredità, una sfida per noi oggi: affrontare sempre le diverse stagioni della vita con fiducia, sciogliere il freddo nei nostri cuori con il fuoco dell’amore accolto e donato con generosità.

Le Missionarie di Harmęże, Polonia

http://www.kolbemission.org/cella-amore

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Notte di stelle a Birkenau

In occasione della giornata della memoria ci è giunta questa testimonianza spirituale da padre Luca Garbinetto.

Non so se c’è mai stato qualche altro matto oltre a me, che prende e va a pregare il rosario di notte al campo di Birkenau. Notte si fa per dire: sono le 20.30, ma qui è buio pesto. Siamo in campagna, e proprio per questo volevo provare a sperimentare la notte del campo. Il silenzio, la distesa enorme di baracche, ora quasi tutte distrutte, i reticolati senza le guardie… La strada che attraversa il campo di fronte alla parrocchia – un seme di speranza ricavato dalla ristrutturazione del quartier generale delle SS – divideva la zona di prigionia cosiddetta ‘Messico’ dalle altre zone. Per ogni settore una nazionalità, un periodo, una tragedia. In ‘Messico’ le ultime donne ungheresi, giunte e rimaste nude, solo con uno straccio di coperta a fare da impossibile poncio (da qui il soprannome latinoamericano).
Ho camminato solo, addentrandomi nel buio, e subito ho capito che ho paura. Provavo a immaginarmi le ombre di uomini e donne che a migliaia popolavano silenziosi il campo. Anche se nella notte giacevano stremati nelle cuccette, ammassati peggio che delle bestie. Rimpiangevo le lacrime a fiotti del pomeriggio, su questa stessa strada… perché ora invece ho paura per me. Quelle erano lacrime per loro, ma ora… ho paura di essere visto, di incontrare un cane, di sbagliare; ho paura di fallire, del buio… ho paura della morte, della mia morte! Sarei stato piuttosto codardo, con loro, nel campo.
Ho alzato gli occhi al cielo. Ho scoperto che a Birkenau ci sono le stelle. Un po’ fioche, in questo tempo di settembre, ma ci sono. Mai nessuno ha scritto o parlato delle stelle di Birkenau, se non di quelle appese agli indumenti degli ebrei. All’uomo trasformato in bestia viene tolta anche la forza di alzare gli occhi e guardare le stelle. Troppo dolore, troppa fatica, nessuna poesia. La notte era fatta per rubare un rantolo di energia e riprendere poi il lavoro del giorno. Il campo ha fatto odiare anche il tenue sole polacco, e una terra che a me sembra bellissima. Ma si può conservare il senso del bello, quando ti vogliono rubare l’anima?
Etty, probabilmente tu riuscivi a cantare alla vita anche guardando le stelle. Io cammino e scoprendo di essere così scioccamente ed egocentricamente pauroso, mi sento più vicino all’uomo. La preghiera c’è, ma, Dio mio, Madre mia, quanto è ancora superficiale?
Mi dico che devo sentire la paura stringermi lo stomaco, se voglio essere veramente solidale con gli uomini. Ho paura di soffrire, che mi facciano del male. E intanto vado verso gli alberi e quel bosco che ha inghiottito migliaia di vite. Ho l’impressione che l’aria si popoli della cenere benedetta di tante persone. Questo non mi fa paura, mi commuove. Indugio, stupito che i cancelli siano ancora aperti. Ma chi è quel pazzo che viene qui di notte? Cerco di inginocchiarmi: è terra sacra… poi un guizzo nell’acqua stagnante: un animale, sobbalzo… Ecco, ho paura!
Signore mio, che bisogno c’è? Nel mondo esistono ancora tanti campi di morte e soprattutto tanta paura. Forse, riconoscendola, affrontandola, la vinco. Un faro, scatto di nuovo. La luce illumina il cielo, potente. Attendo, guardo: come immaginavo, viene la guardia. Mi intercetta, mi viene incontro. Signore, se fosse stata una SS cosa avrei fatto? Invece tu mi custodisci. È uno degli omoni polacchi: sono buoni. Resta in macchina, è logico. Gli parlo in inglese e gli mostro il rosario. Rimane stupito, e risponde cortese: ‘The museum is closed’. ‘Oh, thank you’… come se non lo sapessi!
Quello che lui non sa è che questo non è un museo, ma un santuario! E io l’ho calpestato di nuovo, per un’ora, vuoto e pieno, a piedi scalzi nell’anima, sentendomi più uomo, perché ho riscoperto la paura. Per questo esco grato e cantando: ‘Benedici il Signore anima mia’…

L’angelo della bontà

La storia di Stanisława Leszczyńska, meglio conosciuta come “la madre” e “l’angelo della bontà” che aiutò le partorienti nel campo di concentramento nazista. Nel 1992 è iniziato il suo processo di beatificazione.

Stanisława ebbe molta fortuna. Riuscì a portare con sé, dentro un tubetto di dentifricio, alcuni documenti scritti in tedesco attestanti il suo lavoro come levatrice. Nonostante l’enorme rischio che stava correndo, andò a parlare con il famigerato dottor Mengele, offrendo la sua assistenza alle donne durante il parto….assistette a circa tremila nascite. Neanche un bambino nacque morto. Né morì alcuna partoriente. La levatrice faceva nascere i bambini nel caminetto che si trovava nel dormitorio. Invece di bende e garze, aveva a disposizione una coperta sporca che dovette scuotere per quanti pidocchi vi vivevano. Le donne facevano asciugare pannolini adagiandoli sulla pancia o sulle cosce, perché appenderli dentro il dormitorio era punibile con la morte.

Nel campo di concentramento,tutti i bambini– contro ogni previsione – sono nati vivi, belli e robusti. La natura, opponendosi a l’odio, lottava con ostinatezza per i loro diritti, attraverso una inesauribile fonte di vita.

I prigionieri chiamavano Stanisława Leszczyńska “la madre” e “l’angelo della bontà”, che – come scrisse successivamente una delle madri di Auschwitz, Elizabeth Solomon, in una poesia – è venuto a dare “la notizia per i secoli a venire che lì – in mezzo alla morte, alla miseria e alla sporcizia – Maria, in una camicia a righe, ha dato alla luce Gesù”.

Racconta Bronisław Leszczyński che una volta, la notte di Natale, l’ostetrica ha ricevuto dai suoi genitori un pacco con del pane. Tagliato a fettine, lo pose su un pezzo di cartone e lo diede come ostia ai prigionieri. Improvvisamente entrò nel dormitorio il Dottor Mengele, “l’angelo della morte”. Mia madre cercava il suo sguardo. E lui abbassò lo sguardo e disse che, per un attimo, gli sembrò di sentirsi umano. E a chi lo ha detto? A una prigioniera, a una donna polacca. Il dottore andò via, e non vi fu alcuna persecuzione. La gente sapeva che lei aveva un potere su di lui”

tratto da: https://beppebortoloso.wordpress.com/2018/01/29/lostetrica-che-ad-auschwitz-salvo-tremila-bambini-dalla-morte