La genesi

Il primo Settembre 1939 la Germania nazista di Hitler attacco’ ed invase la Polonia,  determinando l’inizio della Seconda Guerra Mondiale. La Polonia, come nazione, esisteva solo dalla fine della prima guerra mondiale e non aveva i mezzi necessari per contrastare il potente attacco tedesco, inoltre il 17 Settembre dello stesso anno, rispettando il patto di non aggressione e spartizione della Polonia (patto Molotov-Ribbentrop siglato il 23/08/1939), i russi attaccarono anche da est; il 27 Settembre 1939 capitolò Varsavia e così dopo poco più’ di un mese Hitler festeggiava la sua vittoria e la Polonia, come nazione, fu annientata.

20141229_123907Una parte del territorio polacco fu incorporata nel terzo Reich e la parte più’ a est fu controllata dai russi; successivamente, il 26 Ottobre del 1939, la  Germania nazista creò il Governatorato Generale, che comprendeva la parte della Polonia non annessa direttamente al Reich, ed ebbe come capitale  Cracovia e come Governatore Generale dei territori polacchi occupati, Hans Frank. Il Governatorato Generale fu diviso in 4 distinti distretti: Cracovia,  Varsavia, Lublino, Radom e fu posto direttamente sotto il controllo degli occupanti.  Il crescente numero di arresti di massa di polacchi (dissidenti, liberali, artisti ecc.) ed il sovraffollamento delle carceri esistenti, fu uno dei motivi per cui  ci fu il bisogno immediato della creazione di un nuovo campo di concentramento. 

…l’idea di un campo di concentramento ad Auschwitz nacque nell’Ufficio dell’Alto Comando delle SS e della Polizia di Wrocław diretto  dall’SS-Gruppenführer Erich von dem Bach-Zelewski, ad un suo subalterno, l’ispettore di polizia e dei servizi di pubblica sicurezza l’SS-Oberführer Arpad Wigand. Wigand, pressato dai continui rapporti sull’affollamento delle prigioni dell’Alta Slesia e delle regioni confinanti, che disturbavano l’applicazione del terrore e della repressione nei confronti della popolazione polacca, fece notare che l’intensificarsi del movimento della resistenza in Slesia e nel Governatorato Generale esigeva arresti di massa e che i campi esistenti erano insufficienti ad accogliere tutti i detenuti. Wigand indicò Auschwitz come il luogo più adatto per il futuro campo di concentramento, spiegando che i prigionieri potevano essere subito accolti nelle caserme situate poco lontano. I fabbricati, collocati fuori città, nel punto di confluenza del fiume Wisła (Vistola) e Soła, si prestavano ad un eventuale ampliamento del campo ed al suo isolamento dal mondo esterno. Un’ altra ragione a favore fu il buon collegamento ferroviario della città con la Slesia ed il Governatorato Generale……….. il 27 Aprile 1940 Himmler diede l’ordine di aprire ad Auschwitz un campo di concentramento e di ampliarlo ricorrendo all’impiego dei prigionieri. ……..Höss giunse, insieme a cinque SS il 30 Aprile, con l’incarico di dirigere i lavori preliminari, per poi essere ufficialmente nominato comandante il 4 Maggio 1940. (da “Genesi, Costruzione ed Ampliamento del Campo” di Danuta Czech – Auschwitz il Campo nazista della Morte)

Dopo vari sopralluoghi, fu scelta una vecchia caserma dell’esercito polacco abbandonata da molti anni, nella cittadina di Oświęcim (Auschwitz in lingua tedesca) che si trovava nel territorio incorporato nel terzo Reich. Il luogo venne scelto grazie alla presenza dei blocchi distanti dalla città’, facilmente ampliabile (nelle vicinanze c’erano solo case di campagna) ma soprattutto grazie all’ottimo snodo e collegamento ferroviario con la Germania.

Alla fine del mese di aprile del 1940 iniziarono i lavori di sistemazione ed il 14 giugno 1940 vennero internati i primi 728 prigionieri politici polacchi provenienti dalla prigione di Tarnow ( prigionieri appartenenti alla resistenza, rappresentanti della intellighenzia polacca, ecclesiastici ed anche ebrei). Con questo primo trasporto iniziò la lunga attività’ del Campo.

Arbeit Macht Frei” – Il lavoro rende liberi, ma nessuno riacquistò la libertà, i prigionieri diventavano liberi solo dopo la morte!
Il fabbro Jan Liwacz fu deportato ad Auschwitz il 20/06/1940, era il prigioniero numero 
1010, oppositore politico polacco non ebreo, ed a lui fu  dato  l’incarico di costruire la scritta all’ingresso del Campo; ma, per una sommessa rivolta contro i nazisti, saldò la lettera B di ARBEIT al    contrario, lettera che ancora oggi è visibile proprio sulla scritta all’entrata del Campo di Auschwitz I.

Fino alla fine del 1941 Auschwitz svolgerà la funzione di Campo di concentramento, dove la maggioranza dei deportati erano polacchi ed il motivo dell’internamento quello politico; dal 1942, in base agli accordi stipulati il 20 Gennaio 1942 durante la Conferenza di Wannsee, circa la “soluzione finale della questione ebraica”,  svolgerà’ una seconda funzione, diventando il più’ grande centro di sterminio degli ebrei provenienti dai vari paesi europei.

Auschwitz è da considerarsi un enorme complesso di campi che comprendeva: dal 1940 il Campo di Auschwitz I (Campo base) , dal 1942, a circa tre chilometri dal Campo base, il Campo di Auschwitz II – Birkenau, a circa 6 chilometri il Campo di Auschwitz III – Monowitz ( Campo dove fu internato anche Primo Levi) oltre a circa 45 sotto-campi  e più di 40 chilometri quadrati di area di competenza del Campo; per ottenere questo grande territorio furono mandati via o internati tutti i polacchi che vi abitavano….

Tratto da: http://www.visitare-auschwitz.it/auschwitz/

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39 anni dopo

 

L’ incredibile storia d’amore nata nel lager di Auschwitz fra Jerzy e Cyla. Dopo l’evasione dal campo, si perdono di vista, si credono morti e dopo 39 anni si ritrovano.

Flashback. Inverno 1943. Jerzy incontra Cyla in un silos per il grano di Auschwitz. Dal 1940 è prigioniero nel Lager per aver fatto parte della resistenza polacca. Jerzy Bielecki si ricorda molto bene del momento esatto in cui ha visto all’ingresso del silos l’arrivo di un gruppo di una decina di ragazze ebree. Tutte brune, piuttosto sorridenti, l’aria un po’ divertita. Erano sbalorditivamente curate, in quel contesto: portavano dei grembiuli bianchi su delle camicette piuttosto pulite, nei capelli portavano dei foulard legati. Una delle ragazze mi ha sorriso e mi ha fatto l’occhiolino. Sono diventato rosso come un ragazzetto.

Cyla Cybulska veniva da un paesino dell’Est della Polonia. Era arrivata al campo nel gennaio 1943 con tutta la famiglia – i genitori, la sorellina e i due fratelli. È l’unica ad essere sopravvissuta.

È lì che Cyla s’innamorò di Jerzy, un giovane polacco cattolico, uno dei primi prigionieri di Auschwitz. Jerzy era stato arrestato mentre tentava di fuggire in Ungheria per attraversare l’Europa nel tentativo di unirsi all’esercito francese. Divampa il loro amore. Riescono a parlarsi durante i pasti in fabbrica grazie all’indulgenza (e alla corruzione) delle guardie.

Ero pazzo di lei. E del resto vedevo bene che, da parte sua, neppure lei era insensibile alle mie avances. Eravamo come degli adolescenti sulla panchina di un parco: ci rubavamo baci mentre tutt’intorno a noi la morte corrodeva ogni cosa.
Un giorno Cyla corse in lacrime verso Jerzy. La sua migliore amica era appena stata fucilata da una SS… «Non piangere, Cyla, ti porterò via da questo inferno», le promise Jerzy – e subito si mise a studiare i preparativi per l’evasione.

La cosa mi sbloccò. Non avrei avuto il coraggio di farlo per me stesso. Sapevo come finivano i tentativi di evasione. Ma per Cyla e per il nostro amore ero disposto a fare tutto, anche l’impossibile.

Chiese a un amico di procurargli un’uniforme tedesca. La ricevette un po’ alla volta. Dopo di ciò, grazie alla sua posizione relativamente privilegiata di prigioniero germanofono, giunse a ottenere un lasciapassare. Ma quando fu pronto il suo piano di evasione, nel maggio 1944, le ragazze smisero di venire a lavorare al silos – dall’oggi al domani. Jerzy non sapeva neppure se lei fosse ancora viva.

Qualche mese più tardi ricevette un messaggio:

Jurek [diminutivo di Jerzy in polacco, N.d.R.], mio caro, lavoro al lavatoio. Cerca di passare a trovarmi.

Riuscirono a rivedersi. Il 20 luglio 1944, Jerzy ha appena il tempo di mormorarle: «Domani una SS del dipartimento politico verrà a cercarti per un interrogatorio. A domani».

Cyla non pose domande. L’indomani la ragazza vide davanti all’ingresso… Jerzy travestito con l’uniforme da Rottenführer SS. Salutò la guardiana e con passo deciso portò via Cyla. Mancava solo l’esibizione del lasciapassare alla guardia del Lager… e sarebbero stati liberi. Dopo nove notti di cammino, arrivarono dallo zio di Jerzy. Per garantirsi la sicurezza decisero allora di separarsi. Jerzy si unì alla resistenza polacca, Cyla si nascose tra i contadini di un paesino. Quando sopraggiunse la fine della guerra, Cyla non riuscì ad avere notizie del suo drudo.Un giorno le dissero che era morto in battaglia. Disperata, decise di partire per New York, dove avrebbe cercato di dimenticare e di ricominciare una nuova vita. Ciò che all’epoca ignorava è che la regione in cui si trovava Jerzy sarebbe stata liberata tre settimane dopo le altre. Quando Jerzy fu alfine liberato, venne a cercare Cyla… con un fatale ritardo di tre settimane.La famiglia di Jerzy gli disse che Cyla era morta in un ospedale a Stoccolma, donde doveva partire per l’America. Ciò che lui non sa è che si trattava di una bugia. Forse i suoi genitori non volevano vederlo sposato con una ragazza ebrea? Molti anni dopo, a New York, Cyla è vedova da qualche anno e madre di una figlia unica. Siamo nel 1982. Cyla propose alla sua donna delle pulizie, polacca, di prendersi un caffè – una rara occasione di chiacchierare con una compatriota. Le raccontò allora la sua storia d’amore e di evasione dal campo di Auschwitz. Che sorpresa fu la sua, quando quella le disse in rimando di aver visto un giorno raccontare esattamente la medesima storia alla televisione polacca! Si trattava di un direttore di scuola che si chiamava, se la memoria non la tradiva… Jerzy.

Non potevo crederci – racconta Cyla –. Ho finito per trovare il suo numero di telefono. «Jurek, sono io, la tua piccola Cyla!». Quando ebbe sentito la mia voce… e lo chiamavo all’alba… comprese subito che ero la sua ragazza di Auschwitz.

  • Qualche mese dopo, Cyla decise di incontrarlo. Prese l’aereo per Cracovia. Quel giorno Jerzy, 62 anni, aspettava impazientemente all’aeroporto di Cracovia. Aspettava che l’aereo da New York atterrasse. In quel volo viaggiava Cyla. La sua piccola Cyla. Aveva in mano un bouquet di 39 rose. Una per ogni anno di separazione… Rinasceva l’amore – immensa emozione. Ma Jerzy, che dopo la guerra s’era sposato, non voleva certo lasciare moglie e figli.È il destino che ha deciso così – conclude Jerzy –. Ma se potessi tornare indietro non cambierei niente.

Cyla Cybulska (morta nel 2006) e Jerzy Bielecki (morto nel 2011) sono restati amici fino alla fine dei loro giorni.

tratto da:https: it.aleteia.org/2018/02/07/auschwitz-cyla-cybulska-jerzy-bielecki/amp/

Il memoriale

Vi invito a fare insieme un viaggio a Oświęcim – la città distante circa 70 km da Cracovia, che ospita il Museo Nazionale Auschwitz Birkenau, punto importante sulla mappa della storia della Polonia. È un centro di studi e ricerche e di educazione che raccoglie, elabora, conserva ed espone i materiali d’archivio e oggetti museali legati al campo di concentramento. Auschwitz I, conservato quasi nello stato nel quale lo hanno lasciato i nazisti, costituisce la parte principale del Memoriale…

Il museo statale di Auschwitz-Birkenau, situato nel Distretto di Oświecim del Voivodato della Piccola Polonia, è un insieme di luoghi, aperto al visitatore per l’intero corso dell’anno, copre una superficie complessiva di poco meno di duecento ettari. Per le sue dimensioni colossali e per il fatto di rimanere in funzione sino al termine della guerra, Auschwitz è diventato simbolo dell’universo concentrazionario e della furia sterminazionista nazista, nonché per la sua triplice funzione di campo di concentramento, centro di sterminio ebraico e campo di lavoro, a rappresentare la sintesi più completa di oppressione, annientamento e sfruttamento, aspetti connaturali al nazismo e che si manifestarono in modo estremo nei territori dell’Europa orientale occupati. Il sito e il suo paesaggio rappresentano un alto livello di autenticità e di integrità, dato che l’assetto originale è stato conservato con cura, senza alcun intervento superfluo, ciò che resta vale a dire il campo base e il sito di Birkenau, risulta così protetto da ogni modificazione o intervento che ne snaturi lo stato di conservazione; protezione estesa anche all’area circostante. Troviamo terreni su cui erano state gettate le ceneri umane, resti delle camere a gas, i posti in cui le famiglie ebree aspettavano di morire, i luoghi delle esecuzioni. È un luogo in cui si conservano anche decine di migliaia di oggetti di carattere, significato e simbologia particolare. Si tratta sia dei beni personali dei deportati, ritrovati dopo la liberazione del campo, sia di oggetti legati alla vita dei prigionieri nel campo.
La visita dell’area occupata dal campo varia a seconda degli interessi, diversi da visitatore a visitatore. Essa può essere intesa come pellegrinaggio, intapresa per la sua funzione formativa o, ancora, per l’impatto emozionale che provoca. Auschwitz è divenuto nel corso degli anni il luogo storico e memoriale europeo del secolo XX più visitato, avvicinandosi a due milioni di presenze annue. Il monumento che commemora le vittime di Auschwitz (l’opera monumentale realizzata dal gruppo guidato da Pietro Cascella e Giorgio Simoncini) è stato posto all’interno dell’ex campo di concentramento di Birkenau nel 1967 e chiude fisicamente e simbolicamente la strada che, durante la guerra, portava alle camere a gas.
Nel 1979 il complesso museale del campo è stato iscritto dall’Unesco (Organizzazione delle Nazioni Unite per l’Educazione, la Scienza e la Cultura) tra i luoghi di interesse culturale per l’intera umanità come simbolo della crudeltà dell’uomo sull’uomo nel XX secolo. Secondo la commissione Unesco esso riveste un significato universale non solo per la memoria del nazismo e lo sterminio degli ebrei, ma anche perché segno concreto del risultato cui portano le ideologie nella loro forma estrema quando negano la dignità e l’uguaglianza di tutti gli uomini.

 

 

 

tratto da:https://www.viaggioauschwitz-cracovia.it/Auschwitz/AUSCHWITZ.aspx

Auschwitz-Birkenau Viaggio nella memoria

Per il secondo anno consecutivo una scuola secondaria superiore della Repubblica di San Marino ha organizzato un Viaggio ad Auschwitz-Birkenau, in occasione del settantesimo anniversario della liberazione dei sopravvissuti. La testimonianza di un insegnante che ha accompagnato gli alunni in questo viaggio.

Ripartiamo dalla B rovesciata della scritta ARBEIT:  La visita al lager comincia con la lettura di una frase, apposta sopra il cancello e i fili spinati che danno l’ingresso al campo di sterminio: “Arbeit Macht Frei”. Il lavoro rende liberi, ma nessuno riacquistò la libertà, i prigionieri diventavano liberi solo dopo la morte! Mi è rimasta impressa la storia raccontata da chi materialmente ha scritto questa frase. Il fabbro Jan Liwacz fu deportato ad Auschwitz il 20/06/1940, era il prigioniero numero 1010, oppositore politico polacco non ebreo, ed a lui fu dato l’incarico di costruire la scritta all’ingresso del Campo; ma, per una sommessa rivolta contro i nazisti, saldò la lettera B di ARBEIT al contrario, lettera che ancora oggi è visibile proprio sulla scritta all’entrata del Campo di Auschwitz. La motivazione prossima che ha fatto nascere in noi il desiderio di proporre un viaggio del genere è stato il settantesimo anniversario della liberazione dei sopravvissuti nel gennaio del 1945, che ci ha dato l’occasione – con la fatica del caso (non solo fisica) – di provare a metabolizzare quelle atrocità che in un modo o nell’altro abbiamo letto descritte nei libri di storia. Sarebbe bello leggere le testimonianze dei nostri ragazzi, ma in attesa di quelle, offro la mia. Anche quest’anno, il secondo consecutivo, noi insegnanti di religione abbiamo organizzato il viaggio al campo di sterminio Auschwitz-Birkenau. 

È stato un viaggio particolare, un viaggio nella memoria, in luoghi che trasudano ancora crudeltà da ogni angolo, capaci di spaventare anche da deserti e in cui storia, testimonianze e realtà si incrociano nella mente di chi li visita. Sensazioni ed emozioni fortissime, tanto chiare e indimenticabili per chi le ha vissute in prima persona quanto complicate da trasformare in parole: impossibile trovare un senso, una ragione logica ad una delle più grandi tragedie del Novecento. Auschwitz è davvero uno strano museo; ciò che abbiamo visto in quello spazio, anche i pelapatate, le forbici, le pentole, le posate, i pettini, le valigie stesse in cui i nazisti ordinavano agli ebrei di accumulare fino a 50 chili di bagagli alla partenza verso i lager non sono oggetti come in qualsiasi altro museo. Sono storie, sono persone. Ti scontri con la storia, con un luogo che è esso stesso memoria.I nostri studenti, che hanno accolto la proposta del viaggio (in due anni più di 200 ragazzi), si sono dimostratati di fatto giovani sensibili tanto preparati quanto spontanei. L’anno scorso, primo “esperimento” del viaggio nella memoria, abbiamo organizzato una visita di circa quattro ore; quest’anno ne abbiamo proposta una che ci ha coinvolto per tutta una giornata. Davvero impegnativa dal punto di vista psicologico, ma… ne è valsa la pena. Siamo stati accompagnati da guide assai preparate e molto coinvolgenti: grandi pedagoghi!

articolo tratto da: http://www.superiore.educazione.sm/on-line/home-portale-scuola-superiore/archivio-notizie/articolo41010733.html

 

 

Se questo è un uomo

Primo Levi, testimone e sopravvissuto ad Auschwitz ha lasciato ai posteri il capolavoro “Se questo è un uomo” riportando per iscritto quanto da lui vissuto nel campo di concentramento ad Auschwitz, perché non vada perduta la dignità dell’uomo, per non dimenticare…se-questo-uomo

per 

non

dimenticare…

 

 

                         Voi che vivete sicuri nelle vostre tiepide case,
voi che trovate tornando a sera il cibo caldo e visi amici:

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meditate che questo è stato, vi comando queste parole.
Scolpitele nel vostro cuore. Stando in casa andando per via,
coricandovi alzandovi. 
Ripetetele ai vostri figli.
O vi si sfaccia la casa, la malattia vi impedisca,
i vostri nati torcano il viso da voi.

Primo Levi

 

La B capovolta di “arbeit macht frei”

Forse non tutti sanno che la frase ARBEIT MACHT FREI è stata scritta  appositamente con un errore di battitura, una B capovolta che indica la libertà e  dignità alfabetica di quel tempo. Il lavoro rende liberi, ma dei tanti prigionieri  internati ad Auschwitz pochi riacquistarono la libertà da vivi, molti furono quelli  che la conquistarono dopo la morte.


«Gli aguzzini volevano imbrogliare le vittime fino all’ultimo. Illudere i morti viventi che sarebbero sopravvissuti. Lavorando. E’ diabolico. Lo slogan è stato posto anche all’entrata di altri campi e nei ghetti. Con lo stesso obiettivo: uno scherzo cinico, demoniaco». È rarissimo che accada, ma può accadere.
Una semplice, povera, trascurata, indifesa lettera alfabetica può, con la sua sola presenza oggettiva e tangibile, rappresentare il miracolo assoluto: l’anelito alla libertà e restituire dignità all’uomo, quando tutto intorno è precipitato nella notte della follia e nell’abisso della morte.
Quando tutto sembra perduto e intorno c’è soltanto l’esiziale ghigno del potere e della forza bestiale, proprio allora da una semplice lettera alfabetica può scaturire la rivolta, la forza estrema della propria coscienza di Uomo.
Questo è accaduto nel 1940, nel campo di sterminio polacco di Auschwitz (Oswiecim in polacco), ad opera di un umile artigiano, un fabbro polacco, prigioniero come altri milioni in quell’inferno assoluto e totalizzante.
Un capo tedesco del campo, Kurt Müller, chiede che venga immediatamente eseguito l’ordine imposto dal comandante Rudolf Höss, che venga cioè realizzata, e innalzata all’ingresso del campo di sterminio, la targa in ferro battuto progettata dallo stesso Müller, con la scritta Arbeit macht frei, il lavoro rende liberi, che i nazisti avevano ripreso, modificandola, da un passo del Vangelo di San Giovanni, Wahrheit macht frei, la verità rende liberi, e che a Höss ricorda i suoi anni di carcere durante il governo di Weimar. Ma Arbeit macht frei è anche il titolo di un romanzo del 1872 dell’etnologo e linguista Lorenz Diefenbach, che mai avrebbe immaginato il terribile uso che altri avrebbero fatto di quel titolo.
Una scritta illusoria e beffarda per coloro che mai avrebbero visto la libertà, morendo a milioni in quei luoghi (“le tre parole della derisione […] sulla porta della schiavitù”, così scrisse Primo Levi ne La Tregua). Della realizzazione viene incaricato un prigioniero, il dissidente politico polacco Jan Liwacz, non ebreo, numero di matricola 1010 tatuato sull’avambraccio, che in un’altra vita faceva il fabbro, entrato nel campo di sterminio il 20 giugno 1940. È lui a dirigere la “Schlosserei”, l’officina interna al campo che fabbricava lampioni, inferriate, sbarre, cancelli. Ebbene al momento di saldare le lettere per comporre la parola Arbeit Liwacz ribalta la B in modo che l’occhiello piccolo risulti in basso rispetto al grande, anziché in alto come la grafica impone. È questo un gesto più piccolo di un granello di sabbia del deserto, ma che in quel contesto terribile e inumano assume all’improvviso la forza e la grandezza dell’urlo di Munch e insieme quello di milioni di vittime innocenti che si ribellano, unite nel gesto umile e semplice di un fabbro. Un grido di libertà con le armi benevoli della grafica, dell’alfabeto, delle lettere.
Nella loro insulsa e bestiale brutalità razzista i nazisti non si accorsero mai che quella semplice B capovolta rappresentava la libertà, la dignità di una moltitudine di perseguitati, e insieme la rivolta simbolica contro la barbarie. Liwacz sopravvisse alla morte e reclamò, giustamente, a liberazione avvenuta la propria opera di ferro, ritornando al proprio villaggio Bystrzyca Klodzka, e dove morirà ottantaduenne.
Alla liberazione del campo il 27 gennaio 1945 ad opera dell’armata rossa, però, la scritta verrà caricata dai sovietici su un treno destinato all’Est. Ma un ex prigioniero del campo, Eugeniusz Nosal, intuendo l’alto valore simbolico della scritta, la scambiò con un soldato sovietico in cambio di una bottiglia di vodka. Sarà nascosta per anni nel municipio di Auschwitz e donata in seguito al Museo fondato sui resti del campo di sterminio.

articolo tratto da: bibliotecadisraele.wordpress.com

Dalla voce di un bambino – 1° parte

foto mia auschwitzMichele A. – che da 5 anni vive in Polonia – è una delle guide – educatrici del Museo di Auschwitz (la Direzione considera così le guide dei Campi di sterminio).

A lui va il nostro ringraziamento per averci concesso questa intervista ed averci raccontato con passione la sua esperienza lavorativa.

 

1) Tu sei una delle guide di questi campi di concentramento. Da quanto tempo svolgi questa attività e cosa ti ha spinto a sceglierla?

Da 4 anni lavoro come guida al Museo di Auschwitz e mi ha spinto la passione verso questa pagina di storia o meglio verso questo fatto umano commesso da esseri umani identici a noi. Tento sempre di dare – meglio che posso – voce a chi non ha mai potuto parlare e raccontare.

2) Cosa ritieni più importante trasmettere a chi viene in pellegrinaggio o come vacanziere a visitare questi luoghi?

Sicuramente la visita in un Campo di concentramento e centro di sterminio e’ una condivisione di emozioni continua con i visitatori. La Memoria durante la visita e’ molto emotiva. Importante e’ far capire che quello che vediamo non e’ avvenuto per caso ma ci sono stati segnali e motivi (chiaramente sbagliati) che hanno portato a tutto questo. Un fatto commesso da esseri umani e come tale se avvenuto una volta puo’ capitare una seconda. La Memoria non e’ statica ma dinamica da rapportare al nostro presente e futuro. Non dobbiamo chiederci dove era Dio ad Auschwitz ma dove era l’uomo. Quanto accaduto e’ anche il risultato di quando l’uomo si allontana e vuole sostituirsi a Dio.

3) Tu credi? Secondo te si riesce a percepire la presenza di Dio in questi luoghi, in cosa o in quale luogo particolarmente?

Si, s14.08.15 Auschwitz (26)ono credente. La presenza di Dio si percepisce in ogni passo che noi facciamo in quel luogo perché in ogni nostro passo calpestiamo un luogo dove e’ morto l’uomo – la nostra umanità che si e’ allontanata da Dio. Si percepisce poi durante la visita alla cella nr. 18 nel blocco 11 ad Auschwitz 1 dove fu ucciso Kolbe. Raccontare, sentire la sua storia e vedere il luogo di morte dove con un grande gesto di umanità e amore San Massimiliano Kolbe ha donato la sua vita per un altro uomo e ha ripetuto: “Solo l’amore crea”.

 

… continua