Andare ad Auschwitz non è una gita

“I campi di concentramento si devono visitare con consapevolezza, provando anche fame e freddo”. La toccante testimonianza e il messaggio della senatrice Liliana Segre.

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«Quando ero piccola, a settembre papà affittava villa Edera a Premeno e fu lì che nel settembre del ’38 mi sentii dire che ero stata espulsa da scuola. “Espulsa”: mi ha sempre colpito questa parola, perché in genere prima c’è un ammonimento. Avevo 8 anni e chiedevo a papà: “Cos’ho fatto di male?” Lui mi rispondeva “Sono leggi fasciste, tu non hai fatto niente”. Era la colpa di essere nata. Ero diventata “l’altra”. Oggi ho 88 anni ma sono la stessa bimba che si è vista chiudere la porta della scuola. Dopo 80 anni si è aperta quella del Senato: ed è stata un’emozione.

Papà ebbe un’esistenza da perdente, vedovo a 31 anni. Non ebbe il coraggio di scegliere tra me e i suoi genitori e non scappammo in Svizzera. Da qui il mio messaggio ai ragazzi, il mio pubblico preferito: non pensate che i genitori siano sempre forti. Li guardate come persone che possono far tutto ma hanno bisogno del vostro aiuto, di un abbraccio in più.

Contesto la parola gita in tutte le sue forme quando riferita ai campi di sterminio. La gita i ragazzi la devono fare a Lucca o a Spoleto. Ai campi di sterminio si va in pellegrinaggio, non in gita, e i bambini non sono adatti. E poi i bambini devono giocare e conoscere più tardi possibile i mali degli uomini. Gli stessi miei coetanei all’epoca sono rimasti indifferenti e ancora oggi mi chiedono cosa sia quel tatuaggio sul braccio.

Non mandate i figli in gita ai campi di sterminio. Lì si va in pellegrinaggio. Sono posti da visitare con gli occhi bassi, meglio in inverno con vestiti leggeri, senza mangiare il giorno prima, avendo fame per qualche ora.

Grazie di essere così tanti quando potreste fare altre cose. Grazie a chi è sensibile nel trasmettere la memoria. Sono pessimista: temo che man mano che noi testimoni saremo morti tutti la Shoah diventerà una riga in un libro di storia e poi nemmeno quella».

Intervento all’evento “E ora sono nel vento” organizzato per il 75° dell’eccidio degli ebrei del Lago Maggiore.

Testo riportato dal sito de La Stampa

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Il segreto del tatuatore

L’incredibile storia del tatuatore di Auschwitz: Lale Sokolov.

Ludwig ” Lale” Eisenberg era il tatuatore di Auschwitz, l’ uomo selezionato per caso dai nazisti tra tanti prigionieri per incidere loro il numero di matricola sull’ avambraccio. Per anni trasformò in numeri persone destinate alla morte. Poi si innamorò di una giovane prigioniera che aveva tatuato. Nel dopoguerra si ritrovarono e si sposarono. Visse una vita nel rimorso e nel senso di colpa, e solo dopo la morte della moglie, nel 2003 si decise a parlare prima di morire tre anni dopo. Ora la drammaturga neozelandese Heather Morris, che dal 2003 al 2006 ha raccolto le sue memorie, narra tutto in un libro.

Una vita tranquilla da coppia che invecchia bene insieme in un sobborgo della metropoli australiana Melbourne, e insieme per lui una vita col senso di colpa come un macigno sul cuore. Alla nascita nel 1916 in Slovacchia si chiamava Ludwig ” Lale” Eisenberg, era ebreo. Dopo la guerra cambiò nome in Lale Sokolov. Gita, la ragazza che conobbe ad Auschwitz tatuandola, fu la compagna della sua vita.

« L’ orrore del campo, l’ orrore di essere sopravvissuto, gli dettero una vita di rimorso paura e paranoia » , dice Heather alla Bbc.
Rimorso per aver degradato persone in numeri con quei dolorosissimi tatuaggi che impresse a centinaia di migliaia, paura di essere scoperto e perseguito come criminale nazista. Solo alla fine, si decise a vuotare il sacco. Lale aveva 26 anni quando fu deportato ad Auschwitz. Giovane e prestante, si offrì per i lavori più duri sperando di salvare dalla morte i suoi genitori: sapeva che erano anche loro deportati da qualche parte (successivamente un ente pubblico australiano finanziò ricerche sul caso poichè voleva farne un film e così scoprì che un mese prima della deportazione del figlio i genitori erano stati uccisi. Lale però non lo apprese mai.) 
Era già divenuto un numero egli stesso: 32407; si ammalò di tifo, fu curato da un tale Papen, medico francese allora tatuatore nel campo della morte che lo prese sotto la sua protezione, gli insegnò il “mestiere”, ne fece il suo assistente, gli insegnò a tacere sempre. Un giorno Papen sparì misteriosamente, allora i nazisti scelsero Lale – anche perché parlava slovacco, tedesco, russo, francese, ungherese e polacco – come tatuatore capo di Auschwitz- Birkenau, dipendente del “dipartimento politico delle SS”. Sempre sorvegliato, sempre vivendo nel terrore. Mengele, il medico della morte, veniva spesso a vedere quali tatuati poteva scegliere per i suoi esperimenti, e più volte gli disse «un giorno toccherà anche a te».

Lale visse anni nel terrore che l’ indomani fosse l’ ultimo giorno, ma aveva privilegi. Pranzava nell’ edificio dell’ amministrazione, aveva razioni extra e tempo libero. I tatuaggi, dolorossimi quanto umilianti – esseri umani ridotti a numero come bestiame da macello – prima venivano eseguiti con timbri metallici, poi con aghi a punta doppia, narrò Lale a Heather. Nel luglio 1942, i nazisti gli portarono una ragazza, Gita Hurmannova, cui toccava il tatuaggio 34902. Lui non dimenticò mai gli occhi di lei imploranti di dolore. Negli anni di Auschwitz, faceva di tutto per aiutarla a sopravvivere. Potendo uscire dal campo, vendeva gioielli tolti ai deportati in cambio di cibo per quella ragazza e altri deportati.Nel 1945,coi nazisti in fuga davanti all’ Armata rossa, Lale perse le tracce di Gita. A lungo la cercò invano.

Dopo la liberazione, tornò fortunosamente in treno a Bratislava. E alla stazione, riconobbe quegli occhi sorridenti: era lei, ritrovata per caso. Si sposarono, aprirono un negozietto ma il regime comunista al potere dal 1948 li espropriò, arrestò ed espulse perché Lale raccoglieva collette in sostegno al neonato Stato d’ Israele. Vienna, Parigi, infine l’ Australia furono le tappe del loro esodo. Vissero a Melbourne tutta la vita, Gita a volte tornò in Europa, Lale mai.

Dopo la morte di lei, Lale trovò in Heather Morris la persona che raccolse i suoi ricordi.

 

tratto da: http://m.dagospia.com/il-segreto-di-lale-il-tatuatore-dei-nazisti-ad-auschwitz-si-innamoro-di-gita-l-amore-di-una-vita-164408

 

Il trionfo dell’amore

La testimonianza di Flavio, un giovane del gruppo di Barletta, pellegrino nel mese di agosto nella terra polacca.

La morte è stata ingoiata per la vittoria. Dov’è, o morte, la tua vittoria? Dov’è, o morte, il tuo pungiglione? Il pungiglione della morte è il peccato e la forza del peccato è la legge. Siano rese grazie a Dio che ci dà la vittoria per mezzo del Signore nostro Gesù Cristo! (1 Cor. 15,54-56). Se provassimo a chiudere gli occhi e a staccarci dai frastuoni della quotidianità, ad immergerci con la mente e con il corpo in una realtà abitata dal silenzio e dalla contemplazione della Croce, certamente saremmo testimoni di un prodigio tanto grande e ricco nel suo splendore: l’Amore. Dinanzi a questo splendore trionfante, quanto grande e infinita la bontà di Colui che genera Amore, tanto piccola e misera è la nostra capacità nell’abbracciarlo e nel riconoscerlo. Ebbene, mi ritrovo a distanza di 10 anni esatti a dover testimoniare questo dono che instancabilmente il Signore pone sul mio cammino. Destinazione? È ovvio: il centro dell’Amore! Ripercorrere ancora una volta le orme di Santi che hanno regnato e combattuto per testimoniare il Vangelo, è per me una gioia indescrivibile che ho potuto vivere appieno nei giorni 9 – 16 agosto 2018 nella tanto amata e benedetta terra della Polonia. Se negli ultimi secoli ci sono stati degli eroi è perché la potenza di Dio fa sempre la sua parte.

Santa Teresa Benedetta della Croce (Edith Stein); santa Faustina Kowalska, san Massimiliano Maria Kolbe e san Giovanni Paolo II sono per me modelli ed esempi di vita, fari che illuminano e scuotono la coscienza dell’uomo imprigionato dal peccato,dalle sue paure, dalle sue fragilità e dalle sue indifferenze. Sì, proprio così, l’indifferenza, una delle più alte forme di male che rompe quel silenzio armonioso con Dio stesso e con il suo creato.

E ancora una volta Gesù viene crocifisso subendo la massima crudeltà dell’uomo. I miei piedi hanno ripercorso e calpestato ancora una volta quella terra che tanto racconta e getta ininterrottamente sangue, sangue innocente di milioni di ebrei e non, che come Gesù, hanno abbracciato la croce fino all’ultimo respiro. Non c’era via di scampo per loro in quei campi di sterminio di Auschwitz e Birkenau, riconosciuti in quel tempo semplicemente come campi di lavoro, dove i prigionieri erano costretti a subire ogni forma di violenza fisica e psicologica. In quei giorni la mia mente viaggiava nel passato e ricostruiva con la fantasia tutte le oscenità che solo la crudeltà dell’uomo poteva provocare, ma nonostante tutto, tra le grida di disperazione dei deportati, regnava quel filo di speranza che permetteva loro di resistere ancora una volta, anche se le lancette dell’orologio non erano nemmeno proiettate nei loro pensieri. Troppo forte quel silenzio che ho potuto ascoltare fino nel profondo del mio animo in quei campi, un silenzio assordante, un silenzio che grida, un silenzio abbracciato dal Padre. Osservando il cielo in quei precisi istanti percepivo una dimensione molto più grande di ciò che ascoltavo e vedevo nei campi, e cioè proprio la misericordia di Dio. Certo, per noi umani sarebbe molto difficile perdonare, ma questo è stato il secondo elemento caratterizzante di questa meravigliosa esperienza. Se da una parte si scatena tutta la violenza inaudita dell’uomo, dall’altra, invece, scaturisce quell’infinita misericordia che offre all’uomo un’ulteriore possibilità di riconciliazione con il Padre. Lo stesso Papa Francesco durante la GMG tenutasi a Cracovia nel 2016 (anno della misericordia), ha chiesto perdono per tutto il male che è stato commesso per quella povera gente, con l’auspicio che simili atrocità non si ripetano mai più. Questo viaggio dell’amore si arricchisce sempre di più attraverso lo sguardo di Gesù Misericordioso presso il santuario della Divina Misericordia in Łagiewniki, luogo legato al culto di santa Faustina Kowalska. Come non ricordare i luoghi riconducibili alla stupenda figura di san Giovanni Paolo II, il quale sin dalla più tenera età, nella sua Wadowice ha mosso i primi passi verso la sequela del Maestro, sin a diventare suo servo. “Solo l’amore crea” e con queste parole che tanto richiamano la fervente carità operata da san Massimiliano Maria Kolbe, in comunione con la Regina della Polonia (Vergine Maria di Czestochowa) si deduce, indubbiamente, che l’amore vince sempre e il suo trionfo non avrà mai fine.

Presenza

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“Presente. Eccomi. Ci sono!”, così rispondevamo a scuola o in occasione di altri appelli. “Essere o non essere?”, diceva Shakespeare. Nel nostro mondo globale e sempre connesso, la domanda potrebbe essere piuttosto “esser-ci o non esser-ci?”, il che è decisamente meno filosofico e molto più concreto. “Esserci”, infatti, significa stare dentro una realtà, una situazione, coinvolgersi, provare empatia, qui e ora. Tutti sappiamo quanto sia importante avere accanto qualcuno, specialmente nel dolore, nelle prove della vita, certo, anche nei momenti di gioia; non possiamo stare soli, siamo fatti per la relazione, per la condivisione.

Crediamo anche, per fede, in una Presenza sempre vicina, che accompagna, conforta, aiuta. In questo luogo vicino ai Campi di concentramento, dove ora siamo chiamate a vivere e ad accogliere tante persone, risuona continuamente questa terribile domanda: “Dov’era Dio ad Auschwitz? Era assente?”. E molti autori parlano del “silenzio di Dio”. Qui morte e vita, il male e il bene si sono affrontati a viso aperto e la fede è stata provata nel crogiolo della sofferenza. Ci interpella l’offerta di Massimiliano Kolbe, il suo “eccomi, scegli me al suo posto, lui ha famiglia…”, la sua prontezza a rispondere sì ad una richiesta silenziosa, drammatica. Ci fa riflettere quel suo modo di pregare coinvolto e fiducioso, e ancora di più la sua donazione concreta, fatta di tanti gesti di attenzione spesso discreti e nascosti; in essi riconosciamo l’impronta di Dio nella storia. Nel Nome stesso di Dio troviamo una certezza e una promessa: “Io sono Colui che (ci) sono”(Esodo 3,14), “Io sarò con te!” (Es 3,12). Facendo silenzio, lasciando scorrere le domande, entriamo in punta di piedi in questo mistero d’amore.

Sappiamo di poter contare anche su Maria, Regina della Polonia: ogni sera Lei c’è, è fedele all’Appello presso il Santuario di Częstochowa, dove spiritualmente si uniscono tutti i polacchi che continuano a confidare nella Madonna Nera, dal volto sfregiato dalla violenza. Perché il duello fra il male e il bene, fra le tenebre e la luce, continua nel mondo e nella vita di ciascuno di noi. Ma non siamo soli…

Le Missionarie di Harmęże, Polonia

La cella dell’amore è sempre aperta

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Puntata Ulisse – per ricordare la Shoah

Questa sera ad Ulisse – il piacere della scoperta – una puntata dedicata alla Shoah. Vedremo anche delle immagini del campo di concentramento di Auschwitz. Una importante occasione per riflettere e per non dimenticare…

Ulisse 2018 terza puntata

La terza puntata di Ulisse, in onda sabato 13 ottobre 2018, è dedicata al racconto di una delle pagine più buie della storia d’Italia, il rastrellamento degli ebrei nel ghetto di Roma del 16 ottobre 1943. Tra le testimonianze ci sarà quella di Liliana Segre. Tutto è cominciato con le leggi razziali, che da un giorno all’altro hanno privato di tanti diritti migliaia di cittadini italiani, perseguitati perché ebrei. Ed è finito con l’orrore dei campi di sterminio, dai quali pochissimi si sono salvati. Alberto Angela racconta le vicende negli stessi luoghi che hanno fatto da scenario ai tragici eventi. Al centro del racconto del programma la testimonianza diretta di coloro che sono scampati alla morte nei lager, certi che l’ascolto dalla loro viva voce sarà per i telespettatori una rinnovata occasione di riflessione, analisi e conoscenza.

su RAI 1 alle ore 21:25

La genesi

Il primo Settembre 1939 la Germania nazista di Hitler attacco’ ed invase la Polonia,  determinando l’inizio della Seconda Guerra Mondiale. La Polonia, come nazione, esisteva solo dalla fine della prima guerra mondiale e non aveva i mezzi necessari per contrastare il potente attacco tedesco, inoltre il 17 Settembre dello stesso anno, rispettando il patto di non aggressione e spartizione della Polonia (patto Molotov-Ribbentrop siglato il 23/08/1939), i russi attaccarono anche da est; il 27 Settembre 1939 capitolò Varsavia e così dopo poco più’ di un mese Hitler festeggiava la sua vittoria e la Polonia, come nazione, fu annientata.

20141229_123907Una parte del territorio polacco fu incorporata nel terzo Reich e la parte più’ a est fu controllata dai russi; successivamente, il 26 Ottobre del 1939, la  Germania nazista creò il Governatorato Generale, che comprendeva la parte della Polonia non annessa direttamente al Reich, ed ebbe come capitale  Cracovia e come Governatore Generale dei territori polacchi occupati, Hans Frank. Il Governatorato Generale fu diviso in 4 distinti distretti: Cracovia,  Varsavia, Lublino, Radom e fu posto direttamente sotto il controllo degli occupanti.  Il crescente numero di arresti di massa di polacchi (dissidenti, liberali, artisti ecc.) ed il sovraffollamento delle carceri esistenti, fu uno dei motivi per cui  ci fu il bisogno immediato della creazione di un nuovo campo di concentramento. 

…l’idea di un campo di concentramento ad Auschwitz nacque nell’Ufficio dell’Alto Comando delle SS e della Polizia di Wrocław diretto  dall’SS-Gruppenführer Erich von dem Bach-Zelewski, ad un suo subalterno, l’ispettore di polizia e dei servizi di pubblica sicurezza l’SS-Oberführer Arpad Wigand. Wigand, pressato dai continui rapporti sull’affollamento delle prigioni dell’Alta Slesia e delle regioni confinanti, che disturbavano l’applicazione del terrore e della repressione nei confronti della popolazione polacca, fece notare che l’intensificarsi del movimento della resistenza in Slesia e nel Governatorato Generale esigeva arresti di massa e che i campi esistenti erano insufficienti ad accogliere tutti i detenuti. Wigand indicò Auschwitz come il luogo più adatto per il futuro campo di concentramento, spiegando che i prigionieri potevano essere subito accolti nelle caserme situate poco lontano. I fabbricati, collocati fuori città, nel punto di confluenza del fiume Wisła (Vistola) e Soła, si prestavano ad un eventuale ampliamento del campo ed al suo isolamento dal mondo esterno. Un’ altra ragione a favore fu il buon collegamento ferroviario della città con la Slesia ed il Governatorato Generale……….. il 27 Aprile 1940 Himmler diede l’ordine di aprire ad Auschwitz un campo di concentramento e di ampliarlo ricorrendo all’impiego dei prigionieri. ……..Höss giunse, insieme a cinque SS il 30 Aprile, con l’incarico di dirigere i lavori preliminari, per poi essere ufficialmente nominato comandante il 4 Maggio 1940. (da “Genesi, Costruzione ed Ampliamento del Campo” di Danuta Czech – Auschwitz il Campo nazista della Morte)

Dopo vari sopralluoghi, fu scelta una vecchia caserma dell’esercito polacco abbandonata da molti anni, nella cittadina di Oświęcim (Auschwitz in lingua tedesca) che si trovava nel territorio incorporato nel terzo Reich. Il luogo venne scelto grazie alla presenza dei blocchi distanti dalla città’, facilmente ampliabile (nelle vicinanze c’erano solo case di campagna) ma soprattutto grazie all’ottimo snodo e collegamento ferroviario con la Germania.

Alla fine del mese di aprile del 1940 iniziarono i lavori di sistemazione ed il 14 giugno 1940 vennero internati i primi 728 prigionieri politici polacchi provenienti dalla prigione di Tarnow ( prigionieri appartenenti alla resistenza, rappresentanti della intellighenzia polacca, ecclesiastici ed anche ebrei). Con questo primo trasporto iniziò la lunga attività’ del Campo.

Arbeit Macht Frei” – Il lavoro rende liberi, ma nessuno riacquistò la libertà, i prigionieri diventavano liberi solo dopo la morte!
Il fabbro Jan Liwacz fu deportato ad Auschwitz il 20/06/1940, era il prigioniero numero 
1010, oppositore politico polacco non ebreo, ed a lui fu  dato  l’incarico di costruire la scritta all’ingresso del Campo; ma, per una sommessa rivolta contro i nazisti, saldò la lettera B di ARBEIT al    contrario, lettera che ancora oggi è visibile proprio sulla scritta all’entrata del Campo di Auschwitz I.

Fino alla fine del 1941 Auschwitz svolgerà la funzione di Campo di concentramento, dove la maggioranza dei deportati erano polacchi ed il motivo dell’internamento quello politico; dal 1942, in base agli accordi stipulati il 20 Gennaio 1942 durante la Conferenza di Wannsee, circa la “soluzione finale della questione ebraica”,  svolgerà’ una seconda funzione, diventando il più’ grande centro di sterminio degli ebrei provenienti dai vari paesi europei.

Auschwitz è da considerarsi un enorme complesso di campi che comprendeva: dal 1940 il Campo di Auschwitz I (Campo base) , dal 1942, a circa tre chilometri dal Campo base, il Campo di Auschwitz II – Birkenau, a circa 6 chilometri il Campo di Auschwitz III – Monowitz ( Campo dove fu internato anche Primo Levi) oltre a circa 45 sotto-campi  e più di 40 chilometri quadrati di area di competenza del Campo; per ottenere questo grande territorio furono mandati via o internati tutti i polacchi che vi abitavano….

Tratto da: http://www.visitare-auschwitz.it/auschwitz/