39 anni dopo

 

L’ incredibile storia d’amore nata nel lager di Auschwitz fra Jerzy e Cyla. Dopo l’evasione dal campo, si perdono di vista, si credono morti e dopo 39 anni si ritrovano.

Flashback. Inverno 1943. Jerzy incontra Cyla in un silos per il grano di Auschwitz. Dal 1940 è prigioniero nel Lager per aver fatto parte della resistenza polacca. Jerzy Bielecki si ricorda molto bene del momento esatto in cui ha visto all’ingresso del silos l’arrivo di un gruppo di una decina di ragazze ebree. Tutte brune, piuttosto sorridenti, l’aria un po’ divertita. Erano sbalorditivamente curate, in quel contesto: portavano dei grembiuli bianchi su delle camicette piuttosto pulite, nei capelli portavano dei foulard legati. Una delle ragazze mi ha sorriso e mi ha fatto l’occhiolino. Sono diventato rosso come un ragazzetto.

Cyla Cybulska veniva da un paesino dell’Est della Polonia. Era arrivata al campo nel gennaio 1943 con tutta la famiglia – i genitori, la sorellina e i due fratelli. È l’unica ad essere sopravvissuta.

È lì che Cyla s’innamorò di Jerzy, un giovane polacco cattolico, uno dei primi prigionieri di Auschwitz. Jerzy era stato arrestato mentre tentava di fuggire in Ungheria per attraversare l’Europa nel tentativo di unirsi all’esercito francese. Divampa il loro amore. Riescono a parlarsi durante i pasti in fabbrica grazie all’indulgenza (e alla corruzione) delle guardie.

Ero pazzo di lei. E del resto vedevo bene che, da parte sua, neppure lei era insensibile alle mie avances. Eravamo come degli adolescenti sulla panchina di un parco: ci rubavamo baci mentre tutt’intorno a noi la morte corrodeva ogni cosa.
Un giorno Cyla corse in lacrime verso Jerzy. La sua migliore amica era appena stata fucilata da una SS… «Non piangere, Cyla, ti porterò via da questo inferno», le promise Jerzy – e subito si mise a studiare i preparativi per l’evasione.

La cosa mi sbloccò. Non avrei avuto il coraggio di farlo per me stesso. Sapevo come finivano i tentativi di evasione. Ma per Cyla e per il nostro amore ero disposto a fare tutto, anche l’impossibile.

Chiese a un amico di procurargli un’uniforme tedesca. La ricevette un po’ alla volta. Dopo di ciò, grazie alla sua posizione relativamente privilegiata di prigioniero germanofono, giunse a ottenere un lasciapassare. Ma quando fu pronto il suo piano di evasione, nel maggio 1944, le ragazze smisero di venire a lavorare al silos – dall’oggi al domani. Jerzy non sapeva neppure se lei fosse ancora viva.

Qualche mese più tardi ricevette un messaggio:

Jurek [diminutivo di Jerzy in polacco, N.d.R.], mio caro, lavoro al lavatoio. Cerca di passare a trovarmi.

Riuscirono a rivedersi. Il 20 luglio 1944, Jerzy ha appena il tempo di mormorarle: «Domani una SS del dipartimento politico verrà a cercarti per un interrogatorio. A domani».

Cyla non pose domande. L’indomani la ragazza vide davanti all’ingresso… Jerzy travestito con l’uniforme da Rottenführer SS. Salutò la guardiana e con passo deciso portò via Cyla. Mancava solo l’esibizione del lasciapassare alla guardia del Lager… e sarebbero stati liberi. Dopo nove notti di cammino, arrivarono dallo zio di Jerzy. Per garantirsi la sicurezza decisero allora di separarsi. Jerzy si unì alla resistenza polacca, Cyla si nascose tra i contadini di un paesino. Quando sopraggiunse la fine della guerra, Cyla non riuscì ad avere notizie del suo drudo.Un giorno le dissero che era morto in battaglia. Disperata, decise di partire per New York, dove avrebbe cercato di dimenticare e di ricominciare una nuova vita. Ciò che all’epoca ignorava è che la regione in cui si trovava Jerzy sarebbe stata liberata tre settimane dopo le altre. Quando Jerzy fu alfine liberato, venne a cercare Cyla… con un fatale ritardo di tre settimane.La famiglia di Jerzy gli disse che Cyla era morta in un ospedale a Stoccolma, donde doveva partire per l’America. Ciò che lui non sa è che si trattava di una bugia. Forse i suoi genitori non volevano vederlo sposato con una ragazza ebrea? Molti anni dopo, a New York, Cyla è vedova da qualche anno e madre di una figlia unica. Siamo nel 1982. Cyla propose alla sua donna delle pulizie, polacca, di prendersi un caffè – una rara occasione di chiacchierare con una compatriota. Le raccontò allora la sua storia d’amore e di evasione dal campo di Auschwitz. Che sorpresa fu la sua, quando quella le disse in rimando di aver visto un giorno raccontare esattamente la medesima storia alla televisione polacca! Si trattava di un direttore di scuola che si chiamava, se la memoria non la tradiva… Jerzy.

Non potevo crederci – racconta Cyla –. Ho finito per trovare il suo numero di telefono. «Jurek, sono io, la tua piccola Cyla!». Quando ebbe sentito la mia voce… e lo chiamavo all’alba… comprese subito che ero la sua ragazza di Auschwitz.

  • Qualche mese dopo, Cyla decise di incontrarlo. Prese l’aereo per Cracovia. Quel giorno Jerzy, 62 anni, aspettava impazientemente all’aeroporto di Cracovia. Aspettava che l’aereo da New York atterrasse. In quel volo viaggiava Cyla. La sua piccola Cyla. Aveva in mano un bouquet di 39 rose. Una per ogni anno di separazione… Rinasceva l’amore – immensa emozione. Ma Jerzy, che dopo la guerra s’era sposato, non voleva certo lasciare moglie e figli.È il destino che ha deciso così – conclude Jerzy –. Ma se potessi tornare indietro non cambierei niente.

Cyla Cybulska (morta nel 2006) e Jerzy Bielecki (morto nel 2011) sono restati amici fino alla fine dei loro giorni.

tratto da:https: it.aleteia.org/2018/02/07/auschwitz-cyla-cybulska-jerzy-bielecki/amp/

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L’odore

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Che buon odore! Che odore ha? Quante volte abbiamo usato questa parola ma difficilmente ci siamo soffermati a pensare all’importanza di uno dei nostri cinque sensi, l’olfatto. Di per sé sembrerebbe un tema scontato: pensiamo a tutte quelle volte in cui dalla cucina arriva un allarmante odorino di bruciato, oppure ai cani che, per fare conoscenza, annusano le persone da ogni lato; ma anche al profumo del fieno o dei fiori che annunciano la primavera. Odori: esperienze semplici, quotidiane, che muovono ricordi, sensazioni, che si imprimono nella memoria senza parole. Anche le persone hanno un loro “odore” particolare e non dipende dal sapone usato: proviene dai loro sguardi, dai loro sorrisi, dalla serenità ed empatia che emanano e che senti “a fior di pelle”. Viceversa, altre possono trasmettere un odore di chiuso, di falsità. Sì, l’odore rivela l’identità e l’origine vera di ogni cosa.

Mensilmente visitiamo il campo di Auschwitz, e questa volta proviamo a pensare ai prigionieri immersi nel fetore insopportabile di quelle baracche, stretti nel freddo della disperazione e dell’odio che rendeva spesso disumani aguzzini e vittime. Immaginiamo di rivedere qui padre Kolbe mentre spandeva il profumo della carità e della speranza, donando il suo pezzo di pane o stringendo al petto chi stava piangendo. Quante situazioni anche oggi nel mondo dove l’aria è inquinata, quante guerre visibili e nascoste. In questo mese dedicato al s. Cuore di Gesù respiriamo a pieni polmoni il Suo profumo d’amore e ricordiamo nella preghiera le tante persone che soffrono.

E noi, che odore emaniamo in famiglia, nei nostri ambienti? Quale aroma ci piacerebbe inalare e spandere per rendere più bella, più serena la vita di chi ci sta accanto?

Le Missionarie di Harmęże, Polonia 

http://www.kolbemission.org/cella-amore

1, 2, 3 Kapò

La storia di Leone Efrati, detto Lelletto, ebreo romano che venne deportato nel campo di concentramento di Auschwitz. Dai ring europei passò a quelli non professionistici di Auschwitz per far divertire i suoi aguzzini e per difendere suo fratello vi trovò la morte.

 

Lelletto ha saputo che i kapò nazisti di Auschwitz hanno picchiato selvaggiamente il fratello ed è andato a farsi giustizia da solo, nell’unica maniera che le condizioni in cui lì è ridotta dignità umana gli permettono. Lui conosce bene l’arte del fare a pugni: uno, due, tre kapò non gli resistono. Poi questi iniziano a diventare tanti, troppi. E’ sopraffatto, ridotto al punto tale da non reggersi in piedi. E’ uno che non sta in piedi in quel posto non serve più a niente: viene mandato a morire nel forno crematorio il 16 aprile del 1944.

 

Sale sul ring e dà spettacolo per i suoi aguzzini. Sei peso piuma e devi batterti con un mediomassimo? Fa lo stesso, tanto in quel posto così sinistro non vale uno straccio di regola. Eppure lui emerge anche lì.
Schiva alla perfezione, rientra con colpi che sembrano rasoiate. Quelli che gli mettono davanti saranno pure più grossi, ma Lelletto è uno dei migliori pugili della rigogliosa boxe italiana degli anni trenta.

Quando in Italia entrano in vigore le leggi razziali, il 18 settembre 1938, lui sta iniziando a interessare il pubblico americano…
Potrebbe restare negli Usa, la boxe gli darebbe tranquillità economica ma… Efrati torna in Italia per stare vicino alla sua famiglia, nei suoi progetti c’è anche la boxe. Ma per lui ormai non c’è più spazio, qualsiasi opportunità gli è vietata. Cade in una retata della gestapo. Gli unici incontri che terrà saranno quelli sugli improbabili ring di Auschwitz, l’ultimo per difendere il fratello.

tratto da: http://www.repubblica.it/rubriche/la-storia/2016/01/26/news/leone_efrati_auschwitz-132043054/

 

la vita è una cosa meravigliosa

La testimonianza di  Alberto Mieli  – uno degli ultimi deportati romani – nell’ intervista del 27/01/2017. “Ho avuto la fortuna o la sfortuna – dice – di vedere l’apice della cattiveria, della brutalità, della malvagità dell’uomo. Dove può arrivare l’uomo a fare cose contro un suo simile. Ma sono atrocità che continuano ancora oggi, in tante parti del mondo.”  Punto di riferimento per gli studenti, in questi anni è stato la memoria vivente della Shoah e tutto quello che lui ha fatto in vita non sarà mai dimenticato.

Risultati immagini per alberto mieliSul braccio mostra il numero 180060.  “Quando me lo fecero piansi. Pensai, sono marchiato come una bestia”.
Seguendo la memoria di Alberto si rivive come un film in bianco e nero la Roma nazifascista, le leggi razziali, il suono delle sirene, i rifugi anti-aerei. Furono tre francobolli avuti a Roma dai ragazzi della resistenza, a far sprofondare Alberto nel girone infernale della Shoah. Alberto non ha perso la luce negli occhi,  ma un’ombra profonda attraversa il viso quando gli si chiede di raccontare la vita nei campi di concentramento. “Ancora sento l’odore acre avvertito appena arrivato lì. Credevamo che fosse per il materiale chimico utilizzato nelle fabbriche di guerra, ma nel giro di 4/5 giorni venimmo a sapere che si trattava dei forni crematori che lavoravano, 24 ore su 24, per bruciare cadaveri”.
Le donne hanno sofferto di più.“Venivano umiliate. Tagliavano loro i capelli e poi venivano denudate davanti a tutti…
Un giorno, Giovanni Paolo II – “un grande uomo che sapeva bene chi erano i nazisti” – gli chiese come ha fatto a sopravvivere a quell’inferno. “Non lo so”, dice Alberto. “Ancora non so rispondere a questa domanda. Botte ne ho prese tante. Il dolore fortissimo. Ma la vita è più forte, hai sempre la speranza di uscirne illeso”.
È quella luce fievole, ma sempre accesa, ad averlo tenuto in vita, dentro. Ed è quella luce che ora cerca di far vedere ai ragazzi, andando a incontrarli nelle scuole. “Dico loro di fare cose buone e di non dare mai dispiacere ai genitori, di non ascoltare i compagni che vorrebbero portarli sulla cattiva strada perché potrebbero pentirsi per tutta la vita. E poi dico che abbiamo avuto un grande regalo dal Signore che è la libertà. Questa è una cosa sacra, si può dare la vita per la libertà. Un uomo non è nulla, se non può esprimere le proprie idee, ma soprattutto se non sa rispettare quelle degli altri. Dico ai ragazzi che la vita è una cosa bellissima”.

Risultati immagini per alberto mieliI bambini…prego ogni mattina quando mi alzo per loro e chiedo al Signore di benedire i bambini, di proteggere i bambini 

tratto da: https://agensir.it/italia/2017/01/27/giorno-della-memoria-alberto-mieli-ai-ragazzi-oggi-dico-che-la-vita-e-una-cosa-bellissima/

 

Sui passi della memoria e della fede

Sui passi della memoria e della fede” è il tema che ha accompagnato il pellegrinaggio di tre parrocchie italiane in Polonia.

Un lungo viaggio in pullman con tante fermate, code e lavori in corso che li ha fatti giungere stanchi e un po’ sfiduciati ad Harmeze … è bastata però una bella cena nel nostro Centro per riprendersi subito. Il mattino seguente si sono messi in cammino verso i campi di concentramento di Auschwitz – Birkenau. Sentimenti di attesa, sconforto e dolore si vedevano nei volti di ciascuno e nei tanti “perché“ che ci venivano rivolti. Silenzio, ascolto, riflessione e preghiera: sono le parole che sempre ci aiutano a entrare in questi luoghi e che abbiamo suggerito loro all’inizio della visita. Al rientro hanno condiviso le loro esperienze molto profonde, nonostante in alcuni momenti, il cuore diventasse pesante e la commozione intensa.

Cosi ha scritto Paola: “Non ho trovato risposte, ma tanti perché. Quante vittime innocenti… Felice di aver visto, camminato e sentito con il cuore tantissime emozioni. Quella più grande: quando ho detto alla mia piccola Alice (9 anni) di dire una preghiera per tutti quei bambini che sono morti, e lei mi ha risposto: “Mamma, l’ho già fatto”.

Il piccolo Leonardo di 6 anni chiede alla mamma: “Mamma, le persone che erano qui come vivevano il Natale?”.

Ho pianto per la crudeltà dell’uomo, ma sotto nelle celle di punizione quel cero pasquale in memoria di san Massimiliano mi ha ricordato che non devo fermarmi al venerdì santo, ma dirigere lo sguardo verso la domenica di Pasqua. Grazie di questo cammino”.

Come si può avere fede in un luogo di dolore e morte? Come si puó pregare? Mi ha sconvolto vedere quella corona del Santo Rosario fatta da un prigioniero con la mollica del pane, significa che si era privato di quel pezzetto di pane giornaliero per realizzarlo. Che fosse più importante l’alimento della fede che quello del corpo? Non sarei stato capace di un gesto così!”.

Qualcuno ha detto che portava nel cuore e nella memoria gli occhi delle fotografie dei prigionieri, che ha ritrovato poi visitando la mostra di Marian Kołodziej.  Questi occhi di dolore, di sofferenza che interpellano, ti scrutano dentro… gli stessi li ha poi ritrovati nella sua profondità guardando gli occhi del Signore Risorto, nella immagine di Gesù Misericordioso al Santuario di Łagiewniki.

Maria del Carmen

Umanità perduta e ritrovata – 2°parte

Siamo stati condotti anche presso il cosiddetto “bunker della fame”, quello in cui morì san Massimiliano Kolbe il 14 agosto 1941, insieme ad altri nove prigionieri. Abbiamo potuto visionare l’interno solo da un’apertura nella porta d’ingresso: abbiamo visto il cero e i fiori posti in loro ricordo, e in quei pochi minuti in cui abbiamo potuto sostare, sono passate rapide dinanzi alla nostra mente le tappe della vita del santo, in particolare il momento della sua offerta, quando si staccò dalle file dei prigionieri per donare la sua vita al posto di quella di un padre di famiglia. Più volte a scuola avevamo parlato di padre Kolbe, avevamo riflettuto sul suo gesto, ci eravamo immaginati quella sua presenza paterna e generosa illuminare il buio di Auschwitz, e ora ci trovavamo proprio lì, laddove quel sacrificio si era consumato, e non in una data qualunque: era il giorno 14, era il suo anniversario.

Birkenau, con la sua sconfinata desolazione, è stato il luogo più difficile da attraversare, con il corpo e con la mente. Davanti a noi si apriva uno spazio enorme, dai contorni indefiniti, interamente coperto di neve, la cui continuità era interrotta solo da file di baracche e da un lungo binario che tagliava in due il campo, con la stessa inesorabilità con cui aveva infranto sogni e speranze di innumerevoli famiglie, portate lì con la promessa di chissà quale avvenire radioso.

All’interno delle baracche, le scene descritte dalla guida acquistavano una plasticità ed un realismo tali da far rabbrividire, stringere un nodo in gola e muovere nel cuore rabbia, tristezza, angoscia. In un crescendo di violenza che ci sembrava ormai di percepire anche sui nostri giovani corpi, si sono materializzati davanti a noi anche i resti dei forni crematori: l’ultima tappa di uno sterminio che prima ancora che fisico era psicologico.

Quando ci siamo trovati davanti alle lapidi poste in ricordo di tutte le vittime di quell’abominio, dopo aver deposto le corone di fiori, abbiamo deciso, solo scambiandoci un’occhiata, che quello era il momento di prestare la nostra voce a chi non poteva gridare più, il nostro volto a chi era stato privato della propria identità, la nostra vita a chi in quel luogo l’aveva persa.

Una nostra compagna ha cominciato ad intonare un canto che conoscevamo tutti bene: “Gam Gam”, ossia il quarto versetto del Salmo 23, in lingua ebraica. Senza indugio l’abbiamo seguita. Mentre le lacrime, che fino a quel momento non erano riuscite ad uscire, ci rigavano finalmente il volto, restituendoci quell’umanità che sembravamo aver perduto anche noi, la nostra bocca innalzava una preghiera di speranza: “Se dovessi camminare in una valle oscura, / non temerei alcun male, perché tu sei con me. / Il tuo bastone e il tuo vincastro / mi danno sicurezza”.

La tristezza aveva lasciato il posto alla gioia e alla soddisfazione del riscatto: la morte non aveva avuto l’ultima parola, perché il nostro cuore batteva per tutti gli uomini e le donne che ora si affidavano a noi per essere ricordati e rivivere ancora, stavolta PER SEMPRE.

Gli alunni della classe 3a  -A.I.C. “Rita Levi Montalcini”  

Umanità perduta e ritrovata – 1°parte

Dall’11 al 17 febbraio 2018 i ragazzi di terza media dell’I.C. “Rita Levi Montalcini” di Valle Martella (Zagarolo) sono stati in Polonia per un viaggio della Memoria che aveva lo scopo di sensibilizzare i giovani al dramma della Shoah, ripercorrendone i luoghi e rivivendone l’atmosfera, come se nulla da allora fosse mutato. La loro testimonianza, un dono al nostro blog.

Il clima rigido, il cielo grigio e la spessa coltre di neve che copriva ogni centimetro del suolo sul quale camminavamo hanno contribuito notevolmente a stimolare la nostra immaginazione e a richiamarci alla mente le sequenze di film come “La vita è bella”, “Il bambino col pigiama a righe”, “Jona che visse nella balena”, visti a scuola coi nostri insegnanti. Stavolta, però, non c’era alcuna finzione: eravamo totalmente immersi – corpo, mente e cuore – nella realtà gelida e implacabile dei luoghi dove si era consumato l’indicibile. E quel ghiaccio ci trapassava l’anima.

Appena varcato il cancello di Auschwitz, infatti, abbiamo sentito come se si aprisse dentro di noi un grande vuoto: non riuscivamo a provare emozioni, nemmeno ad elaborare un pensiero…qualcosa di ignoto ci stava privando, passo dopo passo, di ogni umanità.

Non dimenticheremo mai le stanze con i cumuli di oggetti appartenuti ai deportati: valigie, documenti, pentole, ma anche scarpe, vestiti, protesi, occhiali, spazzole e – più impressionanti di tutti– i capelli. Montagne di capelli. Tutti segni di una quotidianità bruscamente interrotta, di un’identità brutalmente cancellata. Lì ci siamo sentiti anche noi derubati di qualcosa, come se quegli oggetti fossero appartenuti a noi.

Nel blocco dieci abbiamo visto delle tele dipinte da un deportato sopravvissuto, il quale vi aveva rappresentato la vita quotidiana nel campo: più volte abbiamo vissuto la sensazione di essere parte, ormai, di quelle tele, ora che calpestavamo il suolo di Auschwitz e lasciavamo le nostre impronte nella neve come milioni di uomini e donne più di mezzo secolo fa. Eppure sembra ieri.

In una sala c’erano delle scodelle che ricordavano il magro pasto dei prigionieri; mentre la guida ci spiegava in cosa consistesse il pranzo, abbiamo pensato che per noi oggi quello non corrisponderebbe nemmeno alla nostra merenda. Ciò è assurdo e fa capire quanta crudeltà ci fosse dietro quella pianificazione così perfetta della giornata nel campo.

continua