Al termine del binario: Auschwitz

E’ fondamentale studiare con onestà la storia, per evitare la dinamica profetizzata da Marx in una celebre sentenza: “La storia si ripete sempre due volte: la prima volta come tragedia, la seconda come farsa”.

 

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La testimonianza fotografica può essere, soprattutto, per le giovani generazioni, un più efficace strumento per destare la consapevolezza di ciò che è stato, affinché mai più si ripeta. “Al termine del binario: Auschwitz” è un documento profondamente toccante, una testimonianza iconografica, di livello, di tutto ciò che è possibile visitare attualmente nel luogo ormai divenuto sinonimo universale di orrore e barbarie… La desolazione e l’orrore gridano ancora dalle scarne immagini, i testi accompagnano senza inutile enfasi il racconto fotografico. Come riferito dagli autori in una dichiarazione ad Adnkronos: “Visitare Auschwitz e fare questo lavoro è stato per noi non solo un viaggio nella Storia con la S maiuscola ma anche l’occasione per un’importante riflessione personale che ci ha portati a studiare quanto accaduto nel campo di Auschwitz e negli altri lager nazisti in Europa. La nostra riflessione si è via via spostata dal luogo all’uomo. Le immagini realizzate si pongono quindi come ponte fra la storia e le storie, fra ieri e oggi”.

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tratto da: https://www.ultimavoce.it/al-termine-del-binario-auschwitz/

Una lezione particolare

Diego Baroncini un docente di Lettere simula la deportazione con i suoi studenti di 2°Media: “Partendo da una emozione hanno capito e così abbiamo cominciato la settimana della Memoria”

Il prof entra in aula: “Chi non è di Ravenna si metta da questa parte”. Gli studenti lo guardano con sospetto, chi non è nato nella città romagnola, e sono poco meno della metà, si sposta ciondolando senza capirne il motivo. “Bene, volevo dirvi che d’ora in poi non potrete più fare lezione in questa classe, non potrete più venire a scuola”. Facce allibite, “prof, ma è serio?”, “dai, è uno scherzo”.  Il docente li ha incalzati: “Sono serissimo, ora toglietevi orologi, braccialetti, collanine e appoggiateli su quel banco. Voi che avete gli occhiali, via anche quelli”. “Ma non ci vediamo!”. “È così. Le cinture anche, ragazzi. E le scarpe, non vi servono più. Ragazze, tiratevi indietro i capelli, legateli, nascondeteli come se non li aveste più”. Una 

ragazza tornando verso il gruppo dei “non nati a Ravenna” senza scarpe dice: “Non mi sento più io”. Chi ammette di essere in imbarazzo, chi sogghigna. Poi cala il silenzio. Gli studenti ravennati, a bassa voce, uno con l’altro commentano: “Ma dai, ma perché?”. Quelli che non sono nati a Ravenna vengono spostati verso le finestre, fa freddo dagli spifferi, gli altri possono stare al caldo accanto ai termosifoni. Il professore si ferma: “Chi di voi ha capito?”. Tutti hanno capito: “Ci ha fatto vivere cosa hanno provato gli ebrei quando sono stati separati dai loro compagni, quando sono stati deportati”. E voi come vi siete sentiti? “A disagio, gli altri mi vedevano come io non voglio essere vista”. E ancora: “Ma senza occhiali non vedevo nulla”. Tutti concordano: non è giusto, ovvio. Eppure è stato.
L’insegnante ha continuato, rivolgendosi al gruppo dei nati a Ravenna: “E voi, perché siete stati zitti?”. “Perché lei è il prof”. “Ma se l’autorità commette qualcosa di atroce voi non dovete 

tacere. Succedeva cosi anche con le leggi razziali: alcuni avevano paura di esporsi pur riconoscendo che non erano giuste, altri hanno reagito con un atteggiamento superficiale“. Lezione conclusa. “Ho potuto farlo perché c’è un rapporto di fiducia con questi alunni, ho chiesto prima se se la sentivano di affrontare un esperimento. Due studentesse non hanno voluto e hanno solo assistito- Lo scopo era quello di introdurre il Giorno della Memoria, di arrivare a parlare della Shoah. Ma volevo che ci fosse un’emozione da cui partire per far seguire riflessioni profonde, non retoriche. Da questo senso di estraniamento, spogliandosi alcuni di ciò che li fa riconoscere in se stessi e gli altri guardando gli amici privarsi di quanto li rende riconoscibili, abbiamo così cominciato il nostro lavoro sulla memoria”.

tratto da: https://bologna.repubblica.it/cronaca

Le avventure del pulcino nero

Anche quando tuo padre moriva di fame e di stanchezza, ancora lo tenevo sotto la testa in un sacchetto cucito con gli asciugamani e pregavo i miei compagni prigionieri perché ti consegnassero questo libro” (Henryk Czulda) Prosegue il racconto delle fiabe: attraverso la creazione di esse, i prigionieri avevano trovato un motivo per resistere alle bruttezze del campo.

Il libro della “Fiaba delle avventure del pulcino nero” racconta come un pulcino e suo fratello viaggiarono per il mondo nonostante gli avvertimenti della madre chioccia. Anche il libretto creato da Henryk Czulda per il figlio fece un lungo e periglioso viaggio attraverso cinque campi di concentramento prima di arrivare nelle manine del piccolo Zbyszek. Henryk Czulda, polacco di Lodz, faceva l’architetto. Fu arrestato dalla Gestapo nel luglio del 1943, denunciato da un amico che militava nell’Esercito Nazionale. Aveva 44 anni, il figlio Zbyszek otto mesi. Portato ad Auschwitz venne messo a lavorare negli uffici delle SS della Zentralbauleitung del lager dove conobbe gli altri deportati politici polacchi che avevano iniziato a disegnare le fiabe. In un messaggio mandato alla moglie il 28 settembre 1944, Henryk dice di aver cercato di spedire il libretto fuori dal campo ma di non esserci riuscito. Di qui, la decisione di salvare il racconto e consegnarlo personalmente al piccolo. In una lettera scritta dopo il suo ritorno a casa e allegata al libro spiega al bambino: “Ascolta, figlio, com’è andata: un signore che stava con tuo padre nel campo di concentramento, si chiamava Stanislaw Bec, ha scritto una fiaba carina per suo figlio a proposito delle avventure del pulcino nero. Gli ho chiesto di darmi il testo, lui me l’ha dato molto volentieri e tuo padre ha cominciato il lavoro e ha fatto delle illustrazioni per te” Czulda fu fatto evacuare da Auschwitz il 29 ottobre del 1944: “Siamo andati verso un destino sconosciuto. Ci hanno preso quei pochi “averi” che avevamo, ma io ho salvato la fiaba e le fotografie che mi avevate spedito da casa. Sono stato in sei campi di concentramento. Ho caricato su di me per sei volte tutto quello potevo tenere addosso”. Henryk viene trascinato dai tedeschi in una delle famigerate “marce della morte” e dopo Auschwitz passa attraverso altri cinque lager: Breslau-Lissa (sottocampo di Gross-Rosen), Gross-Rosen, Buchenwald, Dautmergen, Allach (sottocampo di Dachau). “La fiaba per te è stata sempre con me: dovevo inventare degli inganni per salvarla, a volte dovevo usare la persuasione oppure dare un pezzo di pane della mia porzione”, scrive al figlio. Il 30 aprile del 1945 Henryk viene liberato dagli americani: “Malgrado fossi quasi morto ci fu finalmente l’evacuazione e solo grazie a questo la fiaba nata ‘all’ombra dei forni del campo di concentramento’ è arrivata nelle tue carissime piccole mani”. E proprio “Fiabe dalla terra dei forni” è il titolo del film che nel 2008 il figlio minore di Henryk, Andrzej Czulda, regista, ha deciso di girare per ricordare la storia delle favole di Auschwitz e il coraggio di suo padre, morto nel 1957 quando lui aveva solo sette anni: “Ho invidiato mio fratello, in una certa misura, perché aveva ricevuto un dono d’amore così grande, ma poi, siccome sono un regista, ho deciso di mostrare con questo film la mia gratitudine verso mio padre, che riuscendo a sopravvivere all’incubo dei campi di concentramento, ci ha regalato un’infanzia felice”.

tratto da: https://www.corriere.it/reportages/cultura/2017/fiabe-auschwitz/henryk.shtml

 

L’ultimo regalo

Una toccante storia: un ufficiale tedesco in uniforme delle SS, consegna un pacco ad una donna senza dire una parola. Al suo interno c’è un libro in tedesco con alcune pagine tagliate e un libro di fiabe nascosto dentro il foro. Sul retro del libro la firma di Bernard Swierczyna – Auschwitz – prigioniero n.1393.

La notte del 4 settembre del 1944 Felicjan dormiva quando un ufficiale tedesco delle SS bussò alla porta di casa sua a Myslowice, a poco più di una ventina di km da Auschwitz. La madre, Adelajda, aprì e si vide consegnare un libro di antichità in lingua tedesca. Il soldato disse “grazie”, “arrivederci” e andò via. Quando aprì il volume, Adelajda vide che all’interno alcune pagine erano state tagliate per creare uno spazio rettangolare. Dentro il foro era nascosto un libricino di fiabe con una dedica scritta da suo marito Bernard, prigioniero da quattro anni all’interno del lager di Auschwitz: “Un regalo per te figlio mio, nel giorno del compleanno di tua madre”.Bernard Swierczyna era un polacco membro della resistenza interna nel campo Auschwitz I. Arrivato tra i primissimi nel 1940 come deportato politico, per la sua conoscenza del tedesco era stato messo a lavorare presso il magazzino dei vestiti (Bekleidungskammer). Tre giorni prima dello scoppio della guerra, nel ’39, aveva sposato Adelajda. Il 18 luglio era stato registrato nel campo con il numero 1393 e suo figlio Felicjan era nato a settembre. Non si erano mai visti. Il libro contenente la “Fiaba della lepre, la volpe e il gallo” (tradotta dal ceco in polacco e disegnata di nascosto) fu il primo e ultimo regalo di Bernard per il figlio Felicjan. Il personaggio principale è la lepre costretta ad andarsene dalla sua capanna dalla pericolosa volpe di cui tutti hanno paura. Né i cani, né un orso, né il toro cacciano il nemico senza cuore. Solo il gallo ha il coraggio di proteggere la lepre quando ha ormai perso le speranze… Al figlioletto rimasero il libro con la fiaba e la dedica del papà, tre medaglie al valore e un ricordo sbiadito: nel 1944 mentre stava camminando con la zia e una vicina a Myslowice (dove abita tuttora) una macchina si fermò improvvisamente. Due militi delle SS e un uomo che indossava una divisa saltarono fuori. L’uomo lo prese tra le braccia, lo strinse e pianse. Era suo padre. Felicjan pensava fosse un ricordo frutto dei racconti e della sua immaginazione quando nel 2008 ricevette una lettera da parte della vicina di casa che era con loro: la donna lo aveva visto in tv e aveva deciso di chiamarlo per confermargli l’incontro.

tratto da: https://www.corriere.it/reportages/cultura/2017/fiabe-auschwitz/bernard.shtml

Le valigie di Auschwitz

La valigia, simbolo del viaggio, di solito rappresenta l’andare e il tornare. Ma non per questa storia, non quelle valigie ammassate nella stanza 4 del blocco 5 di Auschwitz.

Nella stanza numero 4 del blocco 5 c’è un lungo vetro che separa il visitatore da migliaia di valigie ammassate l’una sull’altra. Una montagna di borse vuote, tutte diverse: vecchie, rotte, strette, larghe, rattoppate, di cartone, eleganti, di stoffa, di pelle… Quando si entra in quella stanza, si resta immobili a guardare le valigie. Su tutte ci sono scritti un nome, un cognome e un indirizzo. Ce ne sono di piccole e di grandi. Ma non è la misura della valigia a raccontare se la speranza che trasportava era grande o piccola. Una speranza è una speranza. Punto. E una valigia è il posto giusto per conservarla. Perché c’è spazio per andare, e per tornare. Di solito è così che funziona. Ma non per questa storia, non per quelle valigie. I soldati nazisti rubavano gli Ebrei alle loro case e li portavano via. Alcuni mentre dormivano, altri mentre mangiavano, studiavano, giocavano, suonavano… Dicevano loro che sarebbero stati via a lungo ma che avrebbero fatto ritorno a casa. Per ingannarli facevano preparare loro una borsa per il viaggio, ma se qualcuno chiedeva dove erano diretti, i Tedeschi non rispondevano. Come fai a preparare una valigia se non sai dove stai andando? Non puoi sapere ciò che ti occorrerà. Allora, per non sbagliare, gli Ebrei mettevano un po’ di tutto nella borsa: pentole, giochi, scarpe, bambole, quaderni, violini, vestiti, soldi, spazzole, flauti, pettini, gioielli, carte, fogli, matite, colori, fotografie, diari, coperte, pane… Gli oggetti cari, le cose di tutti i giorni. Quelle stesse che avrebbero rimesso in valigia anche nel viaggio di ritorno, verso casa. Dopo un po’ di tempo avevano iniziato a capire che sarebbe stato difficile, perché nessuno era mai tornato indietro da quel viaggio. Gli Ebrei venivano portati ad Auschwitz in treno. Sul treno morivano in tanti: quel viaggio era pensato per non far tornare a casa nessuno. Eppure, per quella corsa di sola andata, i nazisti facevano pagare un biglietto. Quelli che riuscivano ad arrivare ad Auschwitz scendevano dai treni e trovavano ad aspettarli i nazisti, che li picchiavano e gli urlavano contro. Poi i soldati spingevano i bambini, le donne, i vecchi e gli uomini che non erano abbastanza forti per lavorare in uno stanzone e li facevano spogliare spiegando che avrebbero fatto la doccia. Prima, però, facevano scrivere i loro nomi sulle valigie, così le avrebbero ritrovate…. Non tutti davano credito a quelle promesse, ma scrivevano ugualmente i loro nomi, i cognomi, il luogo di provenienza: ovunque fossero precipitati, volevano che restasse scritto che erano esistiti…Risultati immagini per valigie auschwitz con nomi ebrei

tratto da: Daniela Palumbo – Le valigie di Auschwitz

La nascita di un lager

Originariamente l’area del campo di Auschwitz-Birkenau era occupato da una caserma dell’artiglieria polacca, caduta in mano tedesca durante l’invasione del 1939. Si trovava nei pressi dell’abitato di Oswieçim, piccolo centro della Slesia appartenuto all’Austria-Ungheria fino alla fine della Grande Guerra, quando tornò alla Polonia.

Quando il Terzo Reich invase la Polonia, al seguito della Wehrmacht si stabilirono gruppi speciali, gli Einsatzkommando, con l’obiettivo di studiare la realizzazione di campi di concentramento e sterminio degli ebrei e dei prigionieri polacchi. La vecchia caserma e la sua area adiacente di Birkenau, furono scelte per la disponibilità di strutture già edificate e di spazi adeguati. Operativo dal 1940, originariamente consisteva di un solo campo. Poi l’afflusso continuo di prigionieri rese necessaria la sua graduale espansione che durò sino al 1944. L’area limitrofa aggiunta (Auschwitz II) o campo II fu identificata nella zona adiacente di Brzezinka, in tedesco Birkenau. Un terzo campo che faceva parte del complesso era il campo di lavoro di Monowitz, che forniva mano d’opera alla vicina fabbrica chimica del colosso tedesco IG-Farben. Nell’ area di Auschwitz I (Stammlager I) erano ospitati gli uffici del comando, l’amministrazione e i magazzini del campo. Fino al 1942 era operativo il primo forno crematorio, chiuso nell’autunno di quell’anno. Dopo il 1942 le baracche dei prigionieri erano nell’area chiamata Auschwitz II-Birkenau, insieme a quattro forni crematori e alle camere a gas. Costruito su un area di 150 ettari era il vero campo di sterminio, dove si calcola venissero bruciati oltre 4.000 cadaveri al giorno.

Dal 1944 una linea ferroviaria a triplo binario trasportava i prigionieri direttamente all’interno della struttura, mentre prima d’allora lo sbarco e le selezioni avvenivano fuori,

sul mezzanino della fermata ferroviaria. Tutto attorno al lager, su un area di circa 40 km/q, sorgevano i più piccoli “sottocampi” dipendenti direttamente dal comando SS di Auschwitz. Questi ultimi erano soprattutto campi di lavoro dove i detenuti erano sfruttati al limite della sopravvivenza. Quando i prigionieri venivano giudicati inadatti al lavoro erano trasferiti a Birkenau dove in seguito venivano eliminati.

Il campo di Auschwitz come altri lager nazisti, era gestito dalle SS. In proporzione al numero crescente dei prigionieri, la guarnigione crebbe da un organico di 700 militari nel 1940 fino ai 4,480 uomini e 171 donne ausiliarie del gennaio 1945. Alla fine della guerra più di 8.000 membri delle SS prestarono servizio ad Auschwitz. Di questi, soltanto il 10% sarà processato.

Per gli ottimi collegamenti ferroviari e per la possibilità di occultare lo sterminio, il campo fu il punto di raccolta di cittadini ebrei da tutta l’Europa occupata dal Terzo Reich.


tratto da: https://www.panorama.it/cultura/oswiecim-ad-auschwitz-nascita-lager/#gallery-1=slide-14