da Auschwitz la definizione della gioia come “stile dell’aiuto”

La vita di san Massimiliano Kolbe viene definita come un esempio per i giovani volontari Prolife (età compresa fra i 15 e i 35 anni) che aderiscono al movimento per la vita.

Padre Kolbe ha sperimentato fino al sacrificio della vita la violenza dell’umanità, eppure nei sui giorni ad Auschwitz non aveva perso la gioia: “poteva essere felice ad Auschwitz, perché la sua felicità era Dio stesso”….  La definizione della gioia come “stile dell’aiuto” che ci ha lasciato Padre Kolbe con la sua vita non è un caso isolato. Edith Stein, morta anche lei ad Auschwitz, a chi le chiedeva consiglio rispondeva: “Lei potrà aiutare meglio gli altri se si preoccuperà il meno possibile di come farlo e sarà il più possibile semplice e gioiosa” 

Sono passati sessant’anni ma le stanze della morte continuano ad esistere. Sono quelle in cui si consumano quotidianamente l’aborto e l’eutanasia: nell’indifferenza generale però c’è chi, oggi come allora, dice no. I prolife di oggi hanno tanto da imparare dalla lezione di Kolbe e Stein. Con quale stile affrontiamo questi tremendi attacchi alla vita?Istantanea 5 (05-02-2016 22-46)Tante volte siamo tentati di rispondere all’odio con la rabbia,all’ingiustizia con il giudizio. Eppure Padre Kolbe ci insegna che lo stile di chi difende la vita deve essere quello di chi ama la vita:come in ogni innamoramento autentico il nostro primo sentimento non può che essere la gioia dell’amore.

 

 

 

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Pasqua 2016

Maria sostando presso un luogo di morte trasformato in luogo di vita,

ci aiuti a rimuovere il masso e ad uscire dai nostri sepolcri

di vuoto morale, infermità, odio e disperazione.

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Niente e nessuno ci può togliere la speranza della Risurrezione.

Ad ognuno di voi l’augurio di una Santa Pasqua nella gioia del Cristo Risorto.

Attraversare la porta della misericordia – 3°parte

BDSCN0982irkenau è molto più grande, una distesa di baracche mezze bruciate, e in fondo i forni e il campo dove sono state sparse le ceneri di Edith. I contadini di Oswiecin – nome polacco del posto – oggi hanno grande rispetto della terra che arano e coltivano. Dio mio… Desidero tornare a contemplare, ascoltare il silenzio, pregare. Desidero condividere la tragedia dell’innocente, perché io non sono innocente e ho tanto bisogno di essere sradicato dal mio orgoglio e dal mio egocentrismo. Desidero tornare con i miei giovani confratelli, con i ragazzi. Ho sentito spesso di giovani che hanno cambiato vita, a partire dall’incontro con Auschwitz: forse a volte ho aspettative un po’ magiche dalle iniziative che proponiamo, ma più profondamente intuisco che dobbiamo proporci e proporre soltanto la conversione. Senza paura di apparire impopolari. La vita è una cosa meravigliosa, ed è anche una cosa seria. ‘Da oggi abbiamo una grande responsabilità’, mi ha detto Antonella.2506384828_e7c72cc943

Raccontare,Gaudete, all’omelia non mi veniva una immagine più significativa e autentica della gioia cristiana che quel cero acceso nella cella 18. I santi, abbandonati al Dio Bambino e Crocifisso al punto da dare la vita per amore, sono la vera gioia, in questo mondo che sarà sempre sfregiato dalla violenza, come il volto e il cuore di Maria, e che cercherà sempre volti e cuori disponibili a lasciarsi sfigurare per seminare speranza nei campi di morte degli altri.

P. Luca Garbinetto