L’ultimo Amen

Una testimonianza che fa venire i brividi quella di Bruno Borgowiec, numero 1.192 ad Auschwitz, il prigioniero interprete che assistette alle ultime ore di vita di Kolbe e dei suoi compagni condannati a morire nel bunker della fame. “Pregavano e cantavano”, ma per chi come noi ha visitato il Campo ed è entrato nella cella non c’erano invece parole, solo un gesto: piegare le ginocchia e chinare il capo.

«Si può dire che la presenza di padre Massimiliano nel bunker fu necessaria per gli altri. Stavano impazzendo al pensiero che non sarebbero più tornati alle loro famiglie, alle loro case, e gridavano e imprecavano per la disperazione. Egli riuscì a pacificarli ed essi iniziarono a rassegnarsi. Con il suo dono di consolazione, prolungo le vite dei condannati, di solito cosi psicologicamente distrutti che morivano in pochi giorni. Per risollevare il loro spirito, li incoraggiava dicendo che il fuggitivo poteva ancora essere ritrovato e che sarebbero stati rilasciati.

Affinché potessero unirsi a lui, pregava ad alta voce. Le porte della cella erano di quercia, e grazie al silenzio e all’acustica, la voce di Kolbe in preghiera si estendeva anche alle altre celle dove i prigionieri potevano udirla bene. Anche questi ultimi si univano a lui. Da allora in poi, ogni giorno, dalla cella dove si trovavano queste povere anime e alla quale si univano le altre celle, si poteva udire la recita delle preghiere, il Rosario, gli inni. Padre Kolbe li guidava e gli altri rispondevano in coro. Poiché queste preghiere e inni risuonavano in ogni parte del bunker, io avevo l’impressione di essere in una chiesa».

Auschwitz, 28 maggio 1941

28 mag

Dalla prigione di Pawiak, dove si trovava rinchiuso dal 17 febbraio 1941, Massimiliano Kolbe viene mandato al campo di concentramento di Auschwitz. Insieme a lui tanti altri prigionieri stipati nei vagoni del treno. Sono persone di diverse età, nazionalità, religione, cultura, tutte unite da un unico drammatico destino, vittime dell’odio e dell’intolleranza più assoluta. Da persone a numeri. Padre Kolbe sulla sua pelle avrà impresso fino alla morte il numero di matricola 16670.

«Di bocca in bocca passava la voce: “Padre Massimiliano è fra noi”. Gli uomini scuotevano la testa: “Anche lui!”. E allora ci domandavamo quanto fossero atroci le cose che accadevano in Polonia. Allo stesso tempo eravamo felici di avere con noi un uomo autentico, un combattente per la verità» (testimonianza di Francesco Mleczko, dal libro di Patricia Treece: Massimiliano Kolbe – Il Santo di Auschwitz, Edizioni Immacolata).

Nel giorno dell’anniversario del suo arrivo, il 28 maggio, condividiamo un’iniziativa importante da seguire su zoom in collegamento dalla Polonia e dal Museo di Auschwitz. Si ripercorreranno i passi di Kolbe nel Campo fino ad entrare nella cella dove è morto donando la sua vita. Prima verranno mostrati gli oggetti religiosi che venivano utilizzati dai prigionieri, compreso il piccolo calice del quale Massimiliano ha potuto usufruire qualche volta durante la sua prigionia.

Il collegamento inizierà alle ore 16. Oltre alla lingua polacca si potrà seguire anche in inglese.  

https://us02web.zoom.us/j/83154381876?pwd=NWE2VFgxbkRSY0ZtM2Yrc1pQOVY3Zz09

Passcode: 135545

Pregare ad Auschwitz

nella giornata della Memoria

Da ottobre scorso che il Campo di Auschwitz non si può visitare ma sembra che il 27 gennaio danno la possibilità di entrare per una breve preghiera, solo per due di noi, solo per 10 minuti, forse non riusciremo neppure ad arrivare al Muro della morte e tornare indietro ma è già qualcosa. Così seguiremo la commemorazione della celebrazione via streaming, il programma è molto interessante, con la testimonianza di due ex prigionieri arrivati ai Campi da bambini, il saluto del Presidente della Repubblica Polacca e i vari ambasciatori, un momento di preghiera interconfessionale… Per noi sarà un giorno di preghiera, di ricordo, di riflessione perché la storia di Auschwitz non è finita. Anche di ringraziamento per il messaggio che Massimiliano Kolbe ha lasciato al Campo attraverso l’offerta della sua vita. Il suo ideale è stato “Ovunque amore”, sappiamo come si fa fatica a realizzarlo nella realtà anche se ci sono tanti segni di bene.

Il tema di quest’anno sarà “I bambini ad Auschwitz”. Al Campo sono arrivati 230.000 bambini, quando Auschwitz è stata liberata ce n’erano solo 700 perché i più piccoli quando arrivavano venivano mandati subito nelle camere a gas. I sopravvissuti sono stati gli ultimi ad essere arrivati, in particolare da Varsavia.

Vi saluto con una notizia arrivata poche ore fa: san Massimiliano è stato nominato protettore della regione della Małopolska  “Piccola Polonia”, già patrono della diocesi di Bielsko-Białae di Oświęcim. Un’opportunità in più affinché Kolbe sia sempre più conosciuto. Vi assicuriamo il nostro ricordo nella preghiera soprattutto quando andiamo alla “cella dell’amore” ad Auschwitz, quando avete delle intenzioni particolari da presentare a San Massimiliano Kolbe potete inviarcele (celakolbe@kolbemission.org). Grazie!

Anna Matera – Missionaria, Centro San Massimiliano Kolbe

Harmeze, Polonia

Ascolta “Giornata della Memoria – dalla Polonia” su Spreaker.

CONSOLAZIONE

Da qualche settimana mi trovo presso il Centro di Harmęże, in Polonia, mi ritengo davvero fortunata a poter vivere questa esperienza in questo momento importante per la mia vita e in un contesto storico così difficile per tutto il mondo, penso all’Italia ma anche alla mia terra, la Nigeria. Qui tutto è avvolto nel silenzio e ogni rumore, ogni suono assume un suo significato. Vado spesso a passeggiare nei dintorni, vicino alla casa ci sono i laghetti dove venivano gettate le ceneri dei prigionieri morti nei Campi, sento gli uccelli che cantano, vedo dei fiori anche in questa stagione autunnale, la natura mi dice qualcosa, mi parla di Dio, della sua presenza in questi luoghi della memoria. Penso a padre Kolbe e alla consolazione che mi sta dando la sua testimonianza. Andando nei Campi di concentramento sento la sua voce che mi invita a tenere viva la speranza, mi dice che dopo la pioggia ci sarà il sole, che nel buio ci può essere sempre una piccola luce. La sua voce risuona nel silenzio dei viali, le lacrime mi spuntano negli occhi pensando a quello che c’è stato, alla sua esperienza, a quella di tante persone che sono state qui. Se lui è riuscito a vivere l’amore, a resistere all’odio, ad affrontare il dolore, allora anche le mie difficoltà, le mie sofferenze mi sembrano più piccole. Voglio guardare in alto, voglio guardare avanti, al futuro con tanta fiducia. Ne abbiamo tutti bisogno.

Agatha

Un segno inaspettato

Buona festa della Assunta. Nonostante le  prescrizioni imposte dalle leggi anti Covid qui in Polonia che non permettono di scendere nel corridoio della cella ieri, 14 agosto, c’è stato concesso il dono di andare per ben due volte. Dapprima, al mattino, solo in due, con la delegazione ufficiale dei vescovi e dei frati più tardi.

Nel  pomeriggio  poi siamo  tornate  anche con la comunità e con una volontaria. In  quel momento ci ha visto una guardia del Campo di Auschwitz, forse ci ha riconosciuto che eravamo le missionarie di Harmeze e senza  nessuna  richiesta  da  parte nostra ci ha condotto nel corridoio del bunker suscitando un po’ l’invidia di coloro ai quali non era stato permesso. La guardia si è fermata con noi il  tempo della nostra preghiera a san Massimiliano. Poi siamo risalite e andate  davanti al muro della fucilazione per continuare le nostra preghiera per tutte le vittime dell’odio di ogni tempo e per le intenzioni che c’erano state affidate anche attraverso i messaggi che ci giungono via mail. Alla fine la guardia ci ha accompagnate all’uscita. Lo abbiamo vissuto come un dono particolare, non previsto, forse neppure sperato, un segno del padre Kolbe che nel giorno della sua festa ci ha mandato un “angelo custode”.

Anna Matera, missionaria ad Harmeze

http://www.kolbemission.org/cella-amore

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Il 14 di ogni mese

Affida a san Massimiliano Kolbe le tue intenzioni:

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Le missionarie in Polonia, ad Harmęże, ricorderanno tutti i giorni la tua preghiera e il 14 di ogni mese, memoria del martirio di Kolbe (14 agosto 1941), la porteranno alla cella del blocco 11 nel campo di Auschwitz.

http://www.kolbemission.org/cella-amore

Il “nostro” viaggio (3)

Margherita, Mara e Maria, tre amiche, un viaggio fatto insieme nell’estate 2019 alla scoperta di un passato ancora troppo vicino. L’esperienza di Maria.

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Essere ospitate dalle missionarie il giorno prima della visita ai campi e successivamente a essa è stata una vera e propria grazia. Il senso di fraternità e l’accoglienza ci hanno preparato con delicatezza e consapevolezza man mano maggiore ad entrare in uno dei momenti più bui della storia recente dell’umanità. Ritrovarle dopo ci ha aiutato a tornare a respirare dopo il macigno che ci è stato messo sul cuore.

Tra le cose che mi hanno colpito di quei giorni ad Auschwitz c’è stato innanzitutto il rispetto e la delicatezza nei racconti della immensa sofferenza e nello stesso tempo anche il riserbo usato anche nel parlare di chi ha agito con tanta violenza e disumanità. Il dolore e il male non devono essere taciuti ma non è buono per nessuno fomentare odio e aggressività. Questo l’ho captato dal modo in cui ci hanno parlato delle varie storie di male e di bene vissute proprio lì a pochi passi e anche dalla giovane guida che ci ha accompagnato nella visita ai campi. Tantissime donne, uomini, bambini sono stati oggetto di comportamenti crudeli: non riesco a credere fossero pienamente consapevoli, ma questo lo sa solo Dio.

La presenza dei frati francescani e delle missionarie in Harmeze è un dono grande per tutti, penso lo sia anche per chi non li incontri direttamente. E’ proprio un posto di missione e come potrebbe non esserlo vivere in un luogo con una storia così carica di dolore ma anche di amore? E’ missione il cercare ogni giorno di trasformare le ferite in feritoie di luce. Questo è un po’ come vivere nelle stimmate di Francesco, con le quali Gesù gli ha donato di provare tutto il Suo dolore e tutto il Suo amore. Per me incontrare lì le missionarie e i frati è stato come sentirmi un po’ a casa, in quanto francescana secolare.

Dal punto di vista strettamente personale, la permanenza a Hermeze e Auschwitz mi ha portato a fare un percorso individuale che è partito dalla mostra di Marian Kolodziej, grazie all’accompagnamento prezioso di una missionaria. Diverse immagini mi hanno colpito e mi sono rimaste impresse. Innanzitutto quelle da cui emerge il percorso di consapevolezza e riconciliazione che Marian ha fatto con il suo passato nel campo, con tanta sofferenza. L’abbraccio tra il Marian ormai anziano e libero e il Marian giovane e prigioniero, ad un livello diverso e sicuramente meno doloroso, è l’abbraccio a cui sono invitata anche io tra la me bambina e/o sofferente e la me adulta e/o serena e pacificata. Verso la fine della mostra Marian ci accompagna poi a fare un altro passo in quanto egli rende fecondo tanto dolore cercando di seminare amore e pace. Mi ha colpito profondamente un disegno che mi si è stampato nella mente: Marian puntando il dito verso chi guarda sembra chiedergli: e tu? Ecco si, io come sono messa con quel puntino nero di male che è nel mio cuore a causa del peccato? Mi occupo di soffocarlo con il bene, coltivo il buono? Quanto spazio lascio alla divisione, alla violenza, alla fredda efficienza, come hanno fatto i nazisti che hanno raccolto anche i capelli dei prigionieri? Quanto consapevolmente vivo e mi guardo attorno, mi preoccupo della sorte degli altri, anche se è scomodo, o mi illudo che il problema sia di altri, che non possa fare niente per aiutare, per denunciare, come hanno fatto tanti contemporanei di Marian che hanno creduto non potesse stare accadendo qualcosa di così orribile o che non “conveniva” intervenire?

La visita ai campi mi ha lasciato la sensazione di un pugno nello stomaco, un peso sul cuore perché come uomini siamo stati capaci di tanta disumanità. Ma anche in tanta brutalità e miseria è un segno certo di speranza conoscere le vite di persone che sono state capaci di donare e spendersi in quella situazione, tante storie di giusti di cui le missionarie fanno tesoro e che diffondono, primo fra tutti Massimiliano Kolbe, che ci indica la strada: amare con tutti noi stessi e amare Gesù negli altri laddove siamo, qualunque posto sia. Se lui lo ha fatto in un campo di sterminio, possiamo farlo anche noi nelle nostre vite comode e regolate.

Una volta tornata a casa, mi è capitato di vedere in TV un servizio proprio sui gerarchi nazisti e sui campi, mi ha sorpreso il fatto che sono rimasta a guardarlo con interesse e che guardando provavo una grande tenerezza. I campi, gli esili corpi dei prigionieri, le storie di vita sconvolta, erano ormai entrati nella mia storia, come se si trattasse di amici, parenti, di cui si conoscono i dolori e le sofferenze, che si sentono ancora più vicini perché in difficoltà. Li conosco, ho intuito quanto hanno sofferto, ho visto dove hanno vissuto, dove e come sono morti, sono persone a me intime.

Maria