Ma io non odio

L’odio trova spazio anche sul web, purtroppo. La nostra solidarietà alla senatrice e testimone della Shoah Liliana Segre, colpita ogni giorno da attacchi antisemiti sui social. Con i suoi messaggi ci invita a non dimenticare, per non ripetere gli errori del passato.

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“La speranza in una nonna c’è sempre, ma la realtà qualche volta si abbatte sopra la speranza con una bastonata tremenda. Io di bastonate ne ho prese tante e sono ancora qui… Ogni minuto va goduto e sofferto bisogna studiare, vedere le cose belle che abbiamo intorno, combattere quelle brutte, ma perdere tempo a scrivere a un 90enne per augurarle la morte… Tanto c’è già la natura che ci pensa”.

(da un’intervista su repubblica.it – foto da Avvenire)

Il “nostro” viaggio (2)

Margherita, Mara e Maria, tre amiche, un viaggio fatto insieme alla scoperta di una pagina di storia da non dimenticare. La testimonianza di Mara.

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Ho avuto il dono di incontrare le missionarie più di 30 anni fa e il desiderio di andare a posare i miei passi in quella terra benedetta dall’opera e dal martirio di Kolbe è maturato negli anni. Ritengo una vera grazia la presenza della comunità di Harmeze per tutti i pellegrini che in essa non solo vengono accolti, ma anche spiritualmente e materialmente accompagnati a ripercorrere un parte molto dolorosa della nostra storia recente.

La visita ai campi di Auschwitz e Birkenau è stata chiaramente molto forte ma ho compreso l’insistenza del Museo storico dei campi nel poter allestire la mostra di Marian Kolodziej presso i propri spazi, richiesta sempre negata da Marian che ha voluto che rimanesse presso i frati conventuali e le missionarie. Nessun reperto storico, per quanto smisuratamente crudele, può avere la medesima forza emotiva ed evocativa del vissuto raccontato. Il Viaggio Umano di cui parla Margherita è stato letteralmente tale. Marian, artista e scenografo, ha usato il suo linguaggio, le immagini, un linguaggio trasversale, che arriva immediatamente dritto a cuore e mente, che davvero fa intravedere le atrocità gratuite, le sofferenze immani che milioni di innocenti hanno subito. Ma anche nella mostra, tra tanto buio, si coglievano spiragli di luce, nei compagni di prigionia che sostenevano i più deboli per andare a prendere la razione quotidiana, nel conservare, nonostante l’obiettivo dei campi fosse anche quello di trasformare uomini in animali, la propria dignità umana.

Al termine della visita dei campi, uscendo dal lungo viale di Birkenau, un pensiero preciso ha fatto strada dentro di me: “In mezzo a tanto male, ci sono state anche tante testimonianze di bene”. E non penso solo all’esempio luminosissimo di Kolbe, ma a tante altre situazioni, magari non note, in cui persone, sia internati, sia polacchi che vivevano nelle vicinanze dei campi, hanno messo a repentaglio la propria vita per quella altrui. Uscivo dal campo pensando: il male non ha avuto la forza di mettere a tacere il Bene che Dio ha seminato nei nostri cuori.

Mara

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Foto da “I Labirinti di Marian Kolodziej”

Eva Mozes Kor: la forza del perdono

Non sono stati molti i sopravvissuti agli esperimenti del temuto medico Josef Mengele. Tra questi però le due sorelle gemelle Eva e Miriam. Eva, l’ultima “gemella di Auschwitz” è morta in questo mese di luglio, giovedì 4, in un albergo di Cracovia, proprio vicino al campo dove aveva vissuto quelle terribile esperienza e dove si recava ogni anno con un gruppo di giovani per condividere la sua testimonianza e proponendo la via del perdono come unica via per raggiungere la vera libertà. Lo aveva scritto nel suo libro: “Ad Auschwitz ho imparato il perdono. Una storia di liberazione” e in quello per bambini “Surviving the Angel of Death”. Conosciuto in Italia è anche il documentario sulla sua storia dal titolo “La donna che ha perdonato i nazisti”. Proponiamo alcuni suoi scritti e pensieri:

«Io e mia sorella gemella Miriam siamo nate nel 1934 in Transilvania, Romania. Nel 1944 io e la mia intera famiglia siamo stati deportati nel campo di concentramento di Auschwitz. Appena arrivati non potevamo fare a meno di notare quanto la gente fosse spaventata e disperata. In molti piangevano, urlavano e le guardie del campo erano accompagnate da alcuni cani che ci ringhiavano contro. Siamo stati costretti a metterci in fila e siamo stati esaminati. Mio padre e le mie sorelle più grandi erano stati già portati via. Io e mia sorella eravamo aggrappate a nostra madre. Ad un certo punto una guardia si è avvicinata a noi e ha chiesto a nostra madre se io e mia sorella fossimo gemelle e lei ha risposto di sì. All’improvviso è arrivato un altro nazista che ha spinto via mia madre. Ho ancora vivo il ricordo di come piangesse e si divincolasse affinché non ci portassero via. Quella fu l’ultima volta che ho visto mia madre.

…Conosco l’odio. So bene che sapore ha, in tutte le sue sfumature. So come si diffonde nello stomaco e, poco per volta, condiziona anche il modo di pensare.

…Non sapremo mai cosa ci hanno iniettato all’interno dei nostri corpi ed è proprio per queste iniezioni che mia sorella Miram è morta, il 6 giugno del 1993.

…ogni volta che, per un motivo o per l’altro, i fantasmi del passato riemergevano, io mi sentivo crollare. L’odio c’era ancora. Intatto, logorante, con tutta la sua forza distruttiva,
perché la più grande vittima dell’odio è chi lo cova dentro di sé. …

Con il perdono si sprigiona l’unica energia di cui disponiamo veramente. E perdonare chi voleva uccidervi – scindendo l’ultimo legame che unisce la vittima al carnefice e riprendendo le redini della propria vita – procura un’incredibile energia, un immenso senso di potenza. Nessuna vendetta potrebbe fare altrettanto, nessuna pena detentiva potrebbe eliminare il dolore e la perenne sensazione di sentirsi indifesi. Solo il perdono libera davvero dalle sofferenze del passato».

La vita vuole vivere

Paul Glaser dirigente medico olandese nato immediatamente dopo la seconda guerra mondiale, scopre casualmente che il suo cognome è un cognome di origine ebraica, piuttosto diffuso in altri paesi ma non in Olanda. Inizia così la ricerca sulle sue origini, che lo porterà a raccontare nel libro Ballando ad Auschwitz la storia di Rosie Glacér (originariamente Rosa Regina Glaser) e della sua famiglia.

…il governo del dopoguerra, nella fretta di chiudere con il passato, non rende giustizia a chi è sopravvissuto, né supporto, né risarcimento adeguato. Le giovani generazioni olandesi non sono consapevoli di questo, lo stesso Paul ne è particolarmente scosso: “L’Olanda così moderna e progressista ha in realtà un lato oscuro. E scoprirlo ha rappresentato uno degli shock più forti di tutto il mio lavoro di ricerca”.

Infine, un parallelo: emergono nella storia di Rosie molti dei temi che anche Primo Levi affronta nelle sue riflessioni da sopravvissuto: la violenza e la cattiveria “inutili”, il male degli aguzzini che sporca le vittime anche nella loro volontà di sopravvivere, la zona grigia e il privilegio, l’incomunicabilità da parte dei salvati di quanto accaduto.
Ma mentre Primo Levi è riflessivo, a tratti sereno ma sempre dolente, Rosie ha fame di libertà, Rosie è la joie de vivre, Rosie è la vita. E la vita vuole vivere.

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Questa è la vera storia di mia zia Rosie.
Ho raccontato le sue esperienze basandomi sui suoi diari, foto, lettere e appunti del tempo di guerra, interviste e ricerche d’archivio.
Subito dopo la guerra Rosie denunciò coloro che l’avevano tradita alla polizia. Anche i rapporti che li riguardano e numerose dichiarazioni di testimoni sono entrati a far parte del suo archivio.
In quanto primo nato della generazione postbellica, ho dato alla storia di mia zia forma di libro. Essa dimostra l’importanza che possono avere la forza di carattere e l’ottimismo nei momenti critici. Tramandatela.

Paul Glaser

tratto da: https://bambolediavole.wordpress.com/2017/01/27/ballando-ad-auschwitz-la-storia-di-rosie-e-della-famiglia-glaser/