Quale bellezza salverà il mondo?

Entriamo in punta di piedi nel mistero del Venerdì Santo, con le nostre tante domande, spiazzati dal silenzio di Dio, sui Golgota di ieri e di oggi.

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Crocifisso scolpito con le unghie da un prigioniero ad Auschwitz

«Sempre più mi è entrata nel cuore la domanda che Dostoevskij, nel suo romanzo L’idiota, pone sulle labbra dell’ateo Ippolit al principe Myskin. “E’ vero, principe, che voi diceste un giorno che il mondo lo salverà la ‘bellezza’? Signori – gridò forte a tutti – il principe afferma che il mondo sarà salvato dalla bellezza… Quale bellezza salverà il mondo?”. Il principe non risponde alla domanda. Sembrerebbe quasi che il silenzio di Myskin – che sta accanto con infinita compassione d’amore al giovane che sta morendo di tisi a diciotto anni – voglia dire che la bellezza che salva il mondo è l’amore che condivide il dolore.

Sulla Croce il dolore e la morte entrano in Dio… E’ questo amore incredibile e insieme mite, attraente che ci coinvolge e ci affascina, quello che esprime la vera bellezza che salva.

Certo, il Dio cristiano non dà in questo modo una risposta teorica alla domanda sul perché del dolore del mondo. Egli semplicemente si offre come la “custodia”, il “grembo” di questo dolore, il Dio che non lascia andare perduta nessuna lacrima dei Suoi figli, perché le fa Sue. E’ un Dio vicino, che proprio nella vicinanza rivela il Suo amore di misericordia e la Sua tenerezza fedele. Il Figlio è il grande compagno della sofferenza umana, colui che ci è dato riconoscere in tutte le sofferenze, soprattutto quelle che chiamiamo “innocenti”».

+ Carlo Maria Martini

Tratto da: www.chiesadimilano.it

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Un futuro di pace

Sono tanti i gruppi che passano dal Centro Massimiliano Kolbe di Harmęże, soprattutto giovani accompagnati dai loro insegnanti o educatori. La visita ai Campi è un’esperienza che ricorderanno per tutta la loro vita.

(031) BirkenauSono una alunna di una scuola di gesuiti di Barcellona. Con un gruppo di studenti sono venuta in Polonia per vivere una delle esperienze più dure ma, penso, più necessarie della nostra vita. Abbiamo potuto toccare anche attraverso l’esperienza di un sopravvissuto la sofferenza del popolo polacco. I nostri insegnanti nel lavoro di gruppo ci hanno detto che è importante ricordare il passato per non ripetere gli stessi errori. Ma io mi domando: “Quando noi uomini e donne impareremo ad amarci?”. Tante le domande..

Sono tornata dal campo con tanta tristezza nel cuore. Ma riflettendo sulla esperienza vissuta da padre Massimiliano Kolbe sento che è importante guardare al futuro con uno sguardo positivo. Soprattutto noi giovani siamo chiamati a costruire un futuro di pace e armonia.

Maria Corral – Barcellona

OSWIECIM – poesia

Il divenire inesorabile del tempo – afferma Franco Achenza – smembra la memoria a tal punto che la nostra storia può essere opportunamente capovolta, se si eclissano i custodi della verità…” poesia vincitrice del 1°premio “Romolo Liberale”

A memoria il passo incolonnato
ferrato e battente
e la sua piaga
di fantasmi muti e scalzi
squarciano i giorni
e il loro incessante mutare
quando nel cielo aperto
la luce disfa avara.

Lacerante il treno
di città in città
sbuffa spasmi di sgomento e orrore.
Lenta e oscura
lavora l’agonia
spoglia di decoro e dignità.
Afferra e strappa avida
il cuore
il nome
la radice.

Nella coatta dispersione
corale litania
si trascina dietro fili spinati
accorda il pianto
modula il passo fangoso
e l’orrido lezzo.

Estenuante lo sciogliersi del tempo
smembra e irride
offende e affonda
nei suoi baratri infernali.
Avanza attonita l’ora tarda
in un lascito pigiato
di capelli, occhiali e stelle
nell’ultimo disperato viaggio.

Beffardo l’inganno dei camini
non è più sparpaglio d’anime
ma palpito di riscatto.
Della notte iniqua di silenzi
rimarrà nell’aria
urlo di risacca
e bagliori di candele accese.

tratto da: http://www.portaleletterario.net

Al termine del binario: Auschwitz

E’ fondamentale studiare con onestà la storia, per evitare la dinamica profetizzata da Marx in una celebre sentenza: “La storia si ripete sempre due volte: la prima volta come tragedia, la seconda come farsa”.

 

Risultati immagini per treno al termine del binario auschwitz

La testimonianza fotografica può essere, soprattutto, per le giovani generazioni, un più efficace strumento per destare la consapevolezza di ciò che è stato, affinché mai più si ripeta. “Al termine del binario: Auschwitz” è un documento profondamente toccante, una testimonianza iconografica, di livello, di tutto ciò che è possibile visitare attualmente nel luogo ormai divenuto sinonimo universale di orrore e barbarie… La desolazione e l’orrore gridano ancora dalle scarne immagini, i testi accompagnano senza inutile enfasi il racconto fotografico. Come riferito dagli autori in una dichiarazione ad Adnkronos: “Visitare Auschwitz e fare questo lavoro è stato per noi non solo un viaggio nella Storia con la S maiuscola ma anche l’occasione per un’importante riflessione personale che ci ha portati a studiare quanto accaduto nel campo di Auschwitz e negli altri lager nazisti in Europa. La nostra riflessione si è via via spostata dal luogo all’uomo. Le immagini realizzate si pongono quindi come ponte fra la storia e le storie, fra ieri e oggi”.

Risultati immagini per l'uomo di auschwitz

tratto da: https://www.ultimavoce.it/al-termine-del-binario-auschwitz/

Una lezione particolare

Diego Baroncini un docente di Lettere simula la deportazione con i suoi studenti di 2°Media: “Partendo da una emozione hanno capito e così abbiamo cominciato la settimana della Memoria”

Il prof entra in aula: “Chi non è di Ravenna si metta da questa parte”. Gli studenti lo guardano con sospetto, chi non è nato nella città romagnola, e sono poco meno della metà, si sposta ciondolando senza capirne il motivo. “Bene, volevo dirvi che d’ora in poi non potrete più fare lezione in questa classe, non potrete più venire a scuola”. Facce allibite, “prof, ma è serio?”, “dai, è uno scherzo”.  Il docente li ha incalzati: “Sono serissimo, ora toglietevi orologi, braccialetti, collanine e appoggiateli su quel banco. Voi che avete gli occhiali, via anche quelli”. “Ma non ci vediamo!”. “È così. Le cinture anche, ragazzi. E le scarpe, non vi servono più. Ragazze, tiratevi indietro i capelli, legateli, nascondeteli come se non li aveste più”. Una 

ragazza tornando verso il gruppo dei “non nati a Ravenna” senza scarpe dice: “Non mi sento più io”. Chi ammette di essere in imbarazzo, chi sogghigna. Poi cala il silenzio. Gli studenti ravennati, a bassa voce, uno con l’altro commentano: “Ma dai, ma perché?”. Quelli che non sono nati a Ravenna vengono spostati verso le finestre, fa freddo dagli spifferi, gli altri possono stare al caldo accanto ai termosifoni. Il professore si ferma: “Chi di voi ha capito?”. Tutti hanno capito: “Ci ha fatto vivere cosa hanno provato gli ebrei quando sono stati separati dai loro compagni, quando sono stati deportati”. E voi come vi siete sentiti? “A disagio, gli altri mi vedevano come io non voglio essere vista”. E ancora: “Ma senza occhiali non vedevo nulla”. Tutti concordano: non è giusto, ovvio. Eppure è stato.
L’insegnante ha continuato, rivolgendosi al gruppo dei nati a Ravenna: “E voi, perché siete stati zitti?”. “Perché lei è il prof”. “Ma se l’autorità commette qualcosa di atroce voi non dovete 

tacere. Succedeva cosi anche con le leggi razziali: alcuni avevano paura di esporsi pur riconoscendo che non erano giuste, altri hanno reagito con un atteggiamento superficiale“. Lezione conclusa. “Ho potuto farlo perché c’è un rapporto di fiducia con questi alunni, ho chiesto prima se se la sentivano di affrontare un esperimento. Due studentesse non hanno voluto e hanno solo assistito- Lo scopo era quello di introdurre il Giorno della Memoria, di arrivare a parlare della Shoah. Ma volevo che ci fosse un’emozione da cui partire per far seguire riflessioni profonde, non retoriche. Da questo senso di estraniamento, spogliandosi alcuni di ciò che li fa riconoscere in se stessi e gli altri guardando gli amici privarsi di quanto li rende riconoscibili, abbiamo così cominciato il nostro lavoro sulla memoria”.

tratto da: https://bologna.repubblica.it/cronaca

Le avventure del pulcino nero

Anche quando tuo padre moriva di fame e di stanchezza, ancora lo tenevo sotto la testa in un sacchetto cucito con gli asciugamani e pregavo i miei compagni prigionieri perché ti consegnassero questo libro” (Henryk Czulda) Prosegue il racconto delle fiabe: attraverso la creazione di esse, i prigionieri avevano trovato un motivo per resistere alle bruttezze del campo.

Il libro della “Fiaba delle avventure del pulcino nero” racconta come un pulcino e suo fratello viaggiarono per il mondo nonostante gli avvertimenti della madre chioccia. Anche il libretto creato da Henryk Czulda per il figlio fece un lungo e periglioso viaggio attraverso cinque campi di concentramento prima di arrivare nelle manine del piccolo Zbyszek. Henryk Czulda, polacco di Lodz, faceva l’architetto. Fu arrestato dalla Gestapo nel luglio del 1943, denunciato da un amico che militava nell’Esercito Nazionale. Aveva 44 anni, il figlio Zbyszek otto mesi. Portato ad Auschwitz venne messo a lavorare negli uffici delle SS della Zentralbauleitung del lager dove conobbe gli altri deportati politici polacchi che avevano iniziato a disegnare le fiabe. In un messaggio mandato alla moglie il 28 settembre 1944, Henryk dice di aver cercato di spedire il libretto fuori dal campo ma di non esserci riuscito. Di qui, la decisione di salvare il racconto e consegnarlo personalmente al piccolo. In una lettera scritta dopo il suo ritorno a casa e allegata al libro spiega al bambino: “Ascolta, figlio, com’è andata: un signore che stava con tuo padre nel campo di concentramento, si chiamava Stanislaw Bec, ha scritto una fiaba carina per suo figlio a proposito delle avventure del pulcino nero. Gli ho chiesto di darmi il testo, lui me l’ha dato molto volentieri e tuo padre ha cominciato il lavoro e ha fatto delle illustrazioni per te” Czulda fu fatto evacuare da Auschwitz il 29 ottobre del 1944: “Siamo andati verso un destino sconosciuto. Ci hanno preso quei pochi “averi” che avevamo, ma io ho salvato la fiaba e le fotografie che mi avevate spedito da casa. Sono stato in sei campi di concentramento. Ho caricato su di me per sei volte tutto quello potevo tenere addosso”. Henryk viene trascinato dai tedeschi in una delle famigerate “marce della morte” e dopo Auschwitz passa attraverso altri cinque lager: Breslau-Lissa (sottocampo di Gross-Rosen), Gross-Rosen, Buchenwald, Dautmergen, Allach (sottocampo di Dachau). “La fiaba per te è stata sempre con me: dovevo inventare degli inganni per salvarla, a volte dovevo usare la persuasione oppure dare un pezzo di pane della mia porzione”, scrive al figlio. Il 30 aprile del 1945 Henryk viene liberato dagli americani: “Malgrado fossi quasi morto ci fu finalmente l’evacuazione e solo grazie a questo la fiaba nata ‘all’ombra dei forni del campo di concentramento’ è arrivata nelle tue carissime piccole mani”. E proprio “Fiabe dalla terra dei forni” è il titolo del film che nel 2008 il figlio minore di Henryk, Andrzej Czulda, regista, ha deciso di girare per ricordare la storia delle favole di Auschwitz e il coraggio di suo padre, morto nel 1957 quando lui aveva solo sette anni: “Ho invidiato mio fratello, in una certa misura, perché aveva ricevuto un dono d’amore così grande, ma poi, siccome sono un regista, ho deciso di mostrare con questo film la mia gratitudine verso mio padre, che riuscendo a sopravvivere all’incubo dei campi di concentramento, ci ha regalato un’infanzia felice”.

tratto da: https://www.corriere.it/reportages/cultura/2017/fiabe-auschwitz/henryk.shtml