SALVI PER CASO

Davanti ad una scelta, solo un attimo per decidersi, in gioco la vita e la morte. E rendersi conto di non voler continuare ad essere, ancora, prigionieri della vendetta e dell’odio, di voler essere veramente e per sempre liberi.

Liliana Segre ha descritto più volte la cosiddetta “marcia della morte”, durante la quale i prigionieri furono costretti a seguire i nazisti in fuga. Fino a quando questi ultimi si tolsero la divisa per nascondersi tra la popolazione civile. Una SS gettò a terra la sua pistola. La donna pensò: “Prendo l’arma e la uccido”. Poi si bloccò. “No, non la prendo”. E in quel momento, dice la Segre, “ha vinto la vita”.

https://www.corriere.it/cultura/salvi-per-caso/

Un segno inaspettato

Buona festa della Assunta. Nonostante le  prescrizioni imposte dalle leggi anti Covid qui in Polonia che non permettono di scendere nel corridoio della cella ieri, 14 agosto, c’è stato concesso il dono di andare per ben due volte. Dapprima, al mattino, solo in due, con la delegazione ufficiale dei vescovi e dei frati più tardi.

Nel  pomeriggio  poi siamo  tornate  anche con la comunità e con una volontaria. In  quel momento ci ha visto una guardia del Campo di Auschwitz, forse ci ha riconosciuto che eravamo le missionarie di Harmeze e senza  nessuna  richiesta  da  parte nostra ci ha condotto nel corridoio del bunker suscitando un po’ l’invidia di coloro ai quali non era stato permesso. La guardia si è fermata con noi il  tempo della nostra preghiera a san Massimiliano. Poi siamo risalite e andate  davanti al muro della fucilazione per continuare le nostra preghiera per tutte le vittime dell’odio di ogni tempo e per le intenzioni che c’erano state affidate anche attraverso i messaggi che ci giungono via mail. Alla fine la guardia ci ha accompagnate all’uscita. Lo abbiamo vissuto come un dono particolare, non previsto, forse neppure sperato, un segno del padre Kolbe che nel giorno della sua festa ci ha mandato un “angelo custode”.

Anna Matera, missionaria ad Harmeze

http://www.kolbemission.org/cella-amore

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#14agosto

Noi che siamo stati un giorno, una o più volte, di fatto o con il desiderio, pellegrini ad Auschwitz, ci ritroviamo insieme oggi presso la cella dell’amore, il santuario di Massimiliano Kolbe. In silenzio, a piedi nudi, disarmati, ammirati. Allora è possibile un mondo diverso, una logica diversa, è possibile credere in una umanità diversa. Anche oggi, mentre stiamo combattendo un’altra guerra, al primo posto vogliamo mettere sempre la difesa della vita e della dignità di ogni uomo.

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«Dove è odio, fa ch’io porti amore,
dove è offesa, ch’io porti il perdono,
dove è discordia, ch’io porti la fede,
dove è la disperazione, ch’io porti la speranza.

Dove è tristezza, ch’io porti la gioia,
dove sono le tenebre, ch’io porti la luce.  (san francesco)

http://www.kolbemission.org/cella-amore

Il Memoriale italiano di Auschwitz

In questo momento ci risulta difficile e forse prematuro pensare a dei viaggi organizzati di gruppo in Polonia, potrebbe risultare invece possibile una visita a questo importante Museo.

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Il Memoriale fu voluto, progettato e collocato nel Blocco 21 del campo di Auschwitz nel 1979 dall’Aned (Associazione nazionale ex deportati nei campi nazisti) e inaugurato nella primavera successiva. Nell’ottobre del 2014, a seguito della decisione del museo polacco di non poterlo più esporre, il Comune di Firenze e la Regione Toscana hanno accolto la proposta dell’Associazione di ospitarlo nel capoluogo toscano. E’ una delle prime opere multimediali europee frutto di una progettazione collettiva e corale alla quale partecipò anche Primo Levi. All’ingresso presenta una targa scritta dallo scrittore e testimone in cui tra l’altro si legge:

«Visitatore, osserva le vestigia di questo campo e medita: da qualunque paese tu venga, tu non sei un estraneo. Fa che il tuo viaggio non sia stato inutile, che non sia stata inutile la nostra morte. Per te e per i tuoi figli, le ceneri di Auschwitz valgano di ammonimento: fa che il frutto orrendo dell’odio, di cui hai visto qui le tracce, non dia nuovo seme, né domani né mai».

Il Memoriale è costituito da una passerella lignea circondata da una spirale ad elica all’interno della quale il visitatore cammina come in un tunnel. La spirale è rivestita all’interno con una tela composta da 23 strisce dipinte da Pupino Samonà, seguendo la traccia del testo di Primo Levi, mentre dalla passerella sale la musica di Luigi Nono intitolata ‘Ricorda cosa ti hanno fatto in Auschwitz’.

Il Memoriale può essere visitato gratuitamente su prenotazione. Per ulteriori info si può visitare la pag http://musefirenze.it/attivita/visite-al-memoriale-di-auschwitz/

Il mio ricordo di Marian

Ero arrivata ad Harmęże affaticata e stanca per il lungo viaggio di ventisei ore e non vedevo l’ora di riposare. Ma Marian e sua moglie volevano dare il benvenuto alla missionaria venuta dall’Italia. Ed io, desiderosa di conoscere questi coniugi speciali, volentieri mi sono fermata in loro compagnia. Il volto luminoso di Marian mi fece dimenticare subito la fatica del viaggio. Il nostro incontro è stato soprattutto di sguardi, sorrisi. Si era creata, al di là della lingua polacca che non conoscevo, una certa complicità per una passione condivisa: la Shoah e san Massimiliano Kolbe, testimonianza di luce nell’abisso di orrore di Auschwitz.

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Marian Kołodziej, un artista, uno scenografo polacco. In occasione di due visite di san Giovanni Paolo II in patria progettò due altari per le celebrazioni del Pontefice. A diciassette anni fu un partigiano che con i suoi amici scout si oppose all’invasione nazista. Era il 14 giugno 1940 quando fu arrestato e deportato ad Auschwitz con il primo gruppo di 728 prigionieri. Lui diventa il numero 432. Il 29 luglio 1941 è presente all’appello durante il quale il deportato 16.670 (padre Massimiliano Kolbe) si offre per salvare la vita di un altro prigioniero. Sopravvissuto al campo di concentramento e a un ictus, nel 1993 Marian rompe un silenzio durato cinquant’anni per creare un’opera, The Labyrinths, che è un inedito spaccato di Auschwitz visto da dentro. Muore a Danzica il 14 ottobre 2009.

L’opera, in italiano I Labirinti della memoria, è formata da quadri in cui Marian racconta o, come egli stesso dice, «scrive con i disegni» le orribili esperienze vissute per cinque anni nei campi di prigionia. Attraverso una sequenza di immagini e con la sua genialità, Marian ci fa cogliere la vita nei campi di sterminio, conducendo sempre verso un oltre di speranza. Una speranza che ha un nome e un volto: quello di padre Massimiliano Kolbe. Lo considera infatti suo patrono e intercessore. Questi quadri non raccontano solo quello che è accaduto ad Auschwitz, ma raccontano Auschwitz di tutti i tempi, ossia la lotta tra il bene e il male, ben evidenziata dai disegni in bianco e nero. «Questa – ci tiene a sottolineare Marian – non è arte. L’arte è impotente per esprimere quanto l’uomo ha fatto all’altro uomo. Questi non sono quadri. Sono parole racchiuse nei disegni… Vi prego, leggete le mie parole racchiuse nei disegni».

Il prigioniero 432 ha portato i “gassati” nei crematori, ha dormito in piedi nella cella di punizione, è stato messo a morte e salvato da un amico cui aveva regalato una zuppa, ha vissuto interminabili appelli, ha dormito insieme ad altri 7-8 dove ce ne stavano 3, fra escrementi e urina. Finché «sorpreso dalla grazia di Dio, dalla provvidenza, dal destino, sono stato liberato dall’esercito americano, il 6 maggio 1945 ad Ebensee. Pesavo 36 chili». E continua la sua riflessione chiedendosi: «Valeva la pena subire tutto questo?Guardando alla conclusione della mia vita e anche alla conclusione del nostro ventesimo secolo, vedo che, dopo Auschwitz, non solo niente è cambiato sulla terra ma è addirittura peggio… Le stesse leggi del campo governano, ancora, il mondo. I miei disegni sono la mia penitenza. Milioni di tratteggi. Con ogni tratteggio venero e ricordo quei milioni di vittime: i compagni morti e quelli ancora vivi. È attraverso i disegni che recito, per loro, le mie preghiere, il mio vivente “Gorzkie Zale”, per supplicare perdono».

I Labirinti, un’opera grandiosa anche per il numero dei disegni. Quanti? Trecento, quattrocento? Neanche Marian lo sapeva con esattezza. Ai pellegrini di tutto il mondo, in particolare giovani, in visita ai Klisze Pamięci la guida presenta l’opera di Marian interpretandola nell’oggi della nostra vita.

Angela Esposito

Presentazione della Mostra di Marian

Giù la sbarra

Ancora chiuso. In questo tempo di pandemia globale anche i luoghi simbolo della memoria della Shoah hanno chiuso da qualche settimana le porte dei loro cancelli. Il Museo di Auschwitz non è più meta di visite, i giovani non organizzano più i viaggi con le scuole, anche i pellegrinaggi che si organizzavano ogni estate sono stati sospesi. C’è silenzio, più di quello che c’è solitamente, un silenzio pieno di domande, di paure, di incertezze. Il mondo è alle prese con un’altra battaglia, una lotta che però non si può paragonare a una guerra, il nemico è invisibile agli occhi, non ha intelligenza, non ha strategie particolari, non nutre odio, non discrimina, risponde solo a leggi della natura anche se fa male come un colpo di cannone o una frustata sul volto, e trascina con sé tanti lutti, tanto dolore. La domanda sul “perché” della sofferenza, del dolore innocente riemerge con tutta la sua attualità e la sua forza. A chi indirizziamo i nostri punti interrogativi dipende da noi, forse dalle aspettative che abbiamo, dalle esperienze precedenti, dalle “fedi” che muovono la nostra vita e il nostro cuore. Qualche risposta la scienza col tempo ce la darà, come successo in passato, e questo virus sarà sconfitto ma non sarà mai una risposta definitiva al “perché”. Dobbiamo cercarla da un’altra parte, forse non la troveremo mai, forse siamo nati per questo, pellegrini di una meta mai definitivamente raggiunta ma comunque sereni, felici di ogni passo in più, di quella sfida e fatica che siamo riusciti a superare, insieme.

La sbarra del cancello di Auschwitz è ancora chiusa ma la memoria deve rimanere viva. Ritorneremo in Polonia, con questa esperienza alle spalle e con il segno delle cicatrici sulla pelle. Torneremo diversi, consapevoli di cosa vogliano dire parole come dolore, libertà, solidarietà, offerta, sacrificio, voglia di ricominciare. Sarà diverso dalle altre volte, e sarà un’esperienza indimenticabile!

Lucia C.

(031) Birkenau

Cercare un senso

«La vita umana ha sempre, in tutte le circostanze, un significato, e quest’infinito senso dell’essere comprende anche le sofferenze, morte, miseria e malattie…» (Viktor Frankl).

All-focus

Voglio trovare un senso a questa sera
Anche se questa sera un senso non ce l’ha

Voglio trovare un senso a questa vita
Anche se questa vita un senso non ce l’ha

Voglio trovare un senso a questa storia
Anche se questa storia un senso non ce l’ha

Voglio trovare un senso a questa voglia
Anche se questa voglia un senso non ce l’ha

Sai che cosa penso
Che se non ha un senso
Domani arriverà
Domani arriverà lo stesso
Senti che bel vento
Non basta mai il tempo
Domani è un altro giorno, arriverà

Voglio trovare un senso a questa situazione
Anche se questa situazione un senso non ce l’ha

Voglio trovare un senso a questa condizione
Anche se questa condizione un senso non ce l’ha

Sai che cosa penso
Che se non ha un senso
Domani arriverà
Domani arriverà lo stesso
Senti che bel vento
Non basta mai il tempo
Domani è un altro giorno, arriverà
Domani è un altro giorno, ormai è qua

Voglio trovare un senso a tante cose
Anche se tante cose un senso non ce l’ha, ah

Domani arriverà
Domani arriverà lo stesso
Senti che bel vento
Non basta mai il tempo
Domani è un altro giorno, arriverà
Domani è un altro giorno, arriverà
Domani è un altro giorno…   (Vasco Rossi, Un senso)

Il 14 di ogni mese

Affida a san Massimiliano Kolbe le tue intenzioni:

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Le missionarie in Polonia, ad Harmęże, ricorderanno tutti i giorni la tua preghiera e il 14 di ogni mese, memoria del martirio di Kolbe (14 agosto 1941), la porteranno alla cella del blocco 11 nel campo di Auschwitz.

http://www.kolbemission.org/cella-amore