Via Crucis

Ritrovo il giorno 3 novembre davanti all’entrata del Campo di Birkenau. Tante le persone che vogliono esserci, in silenzio, per pregare, per piangere, per tenere viva la memoria della Shoah, dei tanti campi di concentramento del XX secolo del continente europeo (e non solo).

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Anche le missionarie e i volontari del Centro Massimiliano Kolbe di Harmeze sono presenti e animano la tredicesima stazione. Con loro tutti noi, pellegrini ad Auschwitz, portando la quella Croce, corresponsabili di una storia che vorremmo non si ripetesse mai più.

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http://www.kolbemission.org/cella-amore

Ma io non odio

L’odio trova spazio anche sul web, purtroppo. La nostra solidarietà alla senatrice e testimone della Shoah Liliana Segre, colpita ogni giorno da attacchi antisemiti sui social. Con i suoi messaggi ci invita a non dimenticare, per non ripetere gli errori del passato.

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“La speranza in una nonna c’è sempre, ma la realtà qualche volta si abbatte sopra la speranza con una bastonata tremenda. Io di bastonate ne ho prese tante e sono ancora qui… Ogni minuto va goduto e sofferto bisogna studiare, vedere le cose belle che abbiamo intorno, combattere quelle brutte, ma perdere tempo a scrivere a un 90enne per augurarle la morte… Tanto c’è già la natura che ci pensa”.

(da un’intervista su repubblica.it – foto da Avvenire)

Un volto, una storia

Amsterdam – Ritratto di Anna Frank, alto 24 metri, realizzato dall’ artista brasiliano Eduardo Kobra e intitolato Let Me Be Myself.

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E’ stato pensato per «stimolare, da un lato, la contemplazione e allo stesso tempo portare molti giovani a trarre ispirazione dal coraggio e dalla saggezza di questa giovane donna».

Per non dimenticare…

 

Tenebre e luce

La Polonia: terra benedetta ma anche molto provata. Un pellegrinaggio ricco di doni per chi sa fare tesoro di tutto quello che ha visto, sentito, immaginato. Rientrata nella quotidianità di ogni giorno sento forte il desiderio di scrivere quanto ho ricevuto da questo viaggio.

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Un pellegrinaggio è un’esperienza di gruppo, è fatto di tante persone tutte con un loro percorso, sensibilità diverse, occhi e cuori diversi, ma credo che tutti siamo ritornati alle nostre case con un profondo senso di gratitudine. Gratitudine a Dio che sempre opera meraviglie: proprio là dove le tenebre sono più fitte, più chiara e luminosa risplende la Luce. Non ho fatto molti pellegrinaggi nella mia vita, ma sempre sono stati per me fonte di crescita spirituale e umana, non solo per i  luoghi visitati, per la preghiera, per le parole ascoltate, ma soprattutto per la ricchezza delle testimonianze.

Mi sento di poter dire che visitare la Polonia è un po’ come andare nei luoghi della Terra Santa. Dopo aver calpestato la terra di Gesù si comprendono molto meglio le Sue parole; così è anche per la terra di Polonia, si comprendono meglio tante vicende della nostra recente storia umana attraverso le figure di Massimiliano Kolbe, papa Wojtyla e i tanti martiri che hanno offerto la vita e le loro sofferenze in nome della libertà, della fede, per l’umanità intera.

Prima della partenza avevo nel cuore sentimenti contrastanti: da una parte sentivo il desiderio di visitare quei luoghi di sofferenza come Auschwitz e Birkenau ma avevo anche timore perché non sapevo come la mia sensibilità avrebbe sopportato tanto dolore e ingiustizia. Come la maggior parte di noi, credo, mi sono sempre posta la domanda: perché Dio ha potuto permettere tutto ciò?

Ora, di ritorno da quei luoghi, sento in me una profonda gratitudine e riconoscenza per i tanti martiri che in quel luogo maledetto hanno saputo risplendere come lampade nella notte, hanno offerto a Dio la sofferenza e spesso anche la loro vita. Sono convinta che, se il seme dell’odio e della violenza seminato in Europa dall’ideologia nazista è stato sconfitto e se noi godiamo dell’attuale libertà, questo è grazie al prezzo che tante anime sante hanno pagato con il loro sacrificio. Ci sono martiri che con il dono della loro vita hanno fatto in modo che noi potessimo vivere in libertà la nostra fede. Il sentimento che più di ogni cosa porterò nel cuore è questa profonda gratitudine per tutto il popolo polacco, per i suoi martiri e per l’esempio di vita cristiana che hanno e continuano oggi a testimoniare.

Aurora – Verona

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Foto di Antonella Castelli

dal pellegrinaggio in Polonia di un gruppo di Verona – 15-21 settembre 2019: “Noi pellegrini in terra polacca… per non dimenticare l’amore”. http://www.kolbemission.org/cella-amore

Il segnalibro della memoria

«L’olocausto è una pagina del libro dell’Umanità da cui non dovremo mai togliere il segnalibro della memoria».    Primo Levi

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Foto di Antonella Castelli

dal pellegrinaggio in Polonia di un gruppo di Verona – 15-21 settembre 2019                   “Noi pellegrini in terra polacca… per non dimenticare l’amore”. http://www.kolbemission.org/cella-amore

Il “nostro” viaggio (3)

Margherita, Mara e Maria, tre amiche, un viaggio fatto insieme nell’estate 2019 alla scoperta di un passato ancora troppo vicino. L’esperienza di Maria.

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Essere ospitate dalle missionarie il giorno prima della visita ai campi e successivamente a essa è stata una vera e propria grazia. Il senso di fraternità e l’accoglienza ci hanno preparato con delicatezza e consapevolezza man mano maggiore ad entrare in uno dei momenti più bui della storia recente dell’umanità. Ritrovarle dopo ci ha aiutato a tornare a respirare dopo il macigno che ci è stato messo sul cuore.

Tra le cose che mi hanno colpito di quei giorni ad Auschwitz c’è stato innanzitutto il rispetto e la delicatezza nei racconti della immensa sofferenza e nello stesso tempo anche il riserbo usato anche nel parlare di chi ha agito con tanta violenza e disumanità. Il dolore e il male non devono essere taciuti ma non è buono per nessuno fomentare odio e aggressività. Questo l’ho captato dal modo in cui ci hanno parlato delle varie storie di male e di bene vissute proprio lì a pochi passi e anche dalla giovane guida che ci ha accompagnato nella visita ai campi. Tantissime donne, uomini, bambini sono stati oggetto di comportamenti crudeli: non riesco a credere fossero pienamente consapevoli, ma questo lo sa solo Dio.

La presenza dei frati francescani e delle missionarie in Harmeze è un dono grande per tutti, penso lo sia anche per chi non li incontri direttamente. E’ proprio un posto di missione e come potrebbe non esserlo vivere in un luogo con una storia così carica di dolore ma anche di amore? E’ missione il cercare ogni giorno di trasformare le ferite in feritoie di luce. Questo è un po’ come vivere nelle stimmate di Francesco, con le quali Gesù gli ha donato di provare tutto il Suo dolore e tutto il Suo amore. Per me incontrare lì le missionarie e i frati è stato come sentirmi un po’ a casa, in quanto francescana secolare.

Dal punto di vista strettamente personale, la permanenza a Hermeze e Auschwitz mi ha portato a fare un percorso individuale che è partito dalla mostra di Marian Kolodziej, grazie all’accompagnamento prezioso di una missionaria. Diverse immagini mi hanno colpito e mi sono rimaste impresse. Innanzitutto quelle da cui emerge il percorso di consapevolezza e riconciliazione che Marian ha fatto con il suo passato nel campo, con tanta sofferenza. L’abbraccio tra il Marian ormai anziano e libero e il Marian giovane e prigioniero, ad un livello diverso e sicuramente meno doloroso, è l’abbraccio a cui sono invitata anche io tra la me bambina e/o sofferente e la me adulta e/o serena e pacificata. Verso la fine della mostra Marian ci accompagna poi a fare un altro passo in quanto egli rende fecondo tanto dolore cercando di seminare amore e pace. Mi ha colpito profondamente un disegno che mi si è stampato nella mente: Marian puntando il dito verso chi guarda sembra chiedergli: e tu? Ecco si, io come sono messa con quel puntino nero di male che è nel mio cuore a causa del peccato? Mi occupo di soffocarlo con il bene, coltivo il buono? Quanto spazio lascio alla divisione, alla violenza, alla fredda efficienza, come hanno fatto i nazisti che hanno raccolto anche i capelli dei prigionieri? Quanto consapevolmente vivo e mi guardo attorno, mi preoccupo della sorte degli altri, anche se è scomodo, o mi illudo che il problema sia di altri, che non possa fare niente per aiutare, per denunciare, come hanno fatto tanti contemporanei di Marian che hanno creduto non potesse stare accadendo qualcosa di così orribile o che non “conveniva” intervenire?

La visita ai campi mi ha lasciato la sensazione di un pugno nello stomaco, un peso sul cuore perché come uomini siamo stati capaci di tanta disumanità. Ma anche in tanta brutalità e miseria è un segno certo di speranza conoscere le vite di persone che sono state capaci di donare e spendersi in quella situazione, tante storie di giusti di cui le missionarie fanno tesoro e che diffondono, primo fra tutti Massimiliano Kolbe, che ci indica la strada: amare con tutti noi stessi e amare Gesù negli altri laddove siamo, qualunque posto sia. Se lui lo ha fatto in un campo di sterminio, possiamo farlo anche noi nelle nostre vite comode e regolate.

Una volta tornata a casa, mi è capitato di vedere in TV un servizio proprio sui gerarchi nazisti e sui campi, mi ha sorpreso il fatto che sono rimasta a guardarlo con interesse e che guardando provavo una grande tenerezza. I campi, gli esili corpi dei prigionieri, le storie di vita sconvolta, erano ormai entrati nella mia storia, come se si trattasse di amici, parenti, di cui si conoscono i dolori e le sofferenze, che si sentono ancora più vicini perché in difficoltà. Li conosco, ho intuito quanto hanno sofferto, ho visto dove hanno vissuto, dove e come sono morti, sono persone a me intime.

Maria