L’ultimo regalo

Una toccante storia: un ufficiale tedesco in uniforme delle SS, consegna un pacco ad una donna senza dire una parola. Al suo interno c’è un libro in tedesco con alcune pagine tagliate e un libro di fiabe nascosto dentro il foro. Sul retro del libro la firma di Bernard Swierczyna – Auschwitz – prigioniero n.1393.

La notte del 4 settembre del 1944 Felicjan dormiva quando un ufficiale tedesco delle SS bussò alla porta di casa sua a Myslowice, a poco più di una ventina di km da Auschwitz. La madre, Adelajda, aprì e si vide consegnare un libro di antichità in lingua tedesca. Il soldato disse “grazie”, “arrivederci” e andò via. Quando aprì il volume, Adelajda vide che all’interno alcune pagine erano state tagliate per creare uno spazio rettangolare. Dentro il foro era nascosto un libricino di fiabe con una dedica scritta da suo marito Bernard, prigioniero da quattro anni all’interno del lager di Auschwitz: “Un regalo per te figlio mio, nel giorno del compleanno di tua madre”.Bernard Swierczyna era un polacco membro della resistenza interna nel campo Auschwitz I. Arrivato tra i primissimi nel 1940 come deportato politico, per la sua conoscenza del tedesco era stato messo a lavorare presso il magazzino dei vestiti (Bekleidungskammer). Tre giorni prima dello scoppio della guerra, nel ’39, aveva sposato Adelajda. Il 18 luglio era stato registrato nel campo con il numero 1393 e suo figlio Felicjan era nato a settembre. Non si erano mai visti. Il libro contenente la “Fiaba della lepre, la volpe e il gallo” (tradotta dal ceco in polacco e disegnata di nascosto) fu il primo e ultimo regalo di Bernard per il figlio Felicjan. Il personaggio principale è la lepre costretta ad andarsene dalla sua capanna dalla pericolosa volpe di cui tutti hanno paura. Né i cani, né un orso, né il toro cacciano il nemico senza cuore. Solo il gallo ha il coraggio di proteggere la lepre quando ha ormai perso le speranze… Al figlioletto rimasero il libro con la fiaba e la dedica del papà, tre medaglie al valore e un ricordo sbiadito: nel 1944 mentre stava camminando con la zia e una vicina a Myslowice (dove abita tuttora) una macchina si fermò improvvisamente. Due militi delle SS e un uomo che indossava una divisa saltarono fuori. L’uomo lo prese tra le braccia, lo strinse e pianse. Era suo padre. Felicjan pensava fosse un ricordo frutto dei racconti e della sua immaginazione quando nel 2008 ricevette una lettera da parte della vicina di casa che era con loro: la donna lo aveva visto in tv e aveva deciso di chiamarlo per confermargli l’incontro.

tratto da: https://www.corriere.it/reportages/cultura/2017/fiabe-auschwitz/bernard.shtml

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Le valigie di Auschwitz

La valigia, simbolo del viaggio, di solito rappresenta l’andare e il tornare. Ma non per questa storia, non quelle valigie ammassate nella stanza 4 del blocco 5 di Auschwitz.

Nella stanza numero 4 del blocco 5 c’è un lungo vetro che separa il visitatore da migliaia di valigie ammassate l’una sull’altra. Una montagna di borse vuote, tutte diverse: vecchie, rotte, strette, larghe, rattoppate, di cartone, eleganti, di stoffa, di pelle… Quando si entra in quella stanza, si resta immobili a guardare le valigie. Su tutte ci sono scritti un nome, un cognome e un indirizzo. Ce ne sono di piccole e di grandi. Ma non è la misura della valigia a raccontare se la speranza che trasportava era grande o piccola. Una speranza è una speranza. Punto. E una valigia è il posto giusto per conservarla. Perché c’è spazio per andare, e per tornare. Di solito è così che funziona. Ma non per questa storia, non per quelle valigie. I soldati nazisti rubavano gli Ebrei alle loro case e li portavano via. Alcuni mentre dormivano, altri mentre mangiavano, studiavano, giocavano, suonavano… Dicevano loro che sarebbero stati via a lungo ma che avrebbero fatto ritorno a casa. Per ingannarli facevano preparare loro una borsa per il viaggio, ma se qualcuno chiedeva dove erano diretti, i Tedeschi non rispondevano. Come fai a preparare una valigia se non sai dove stai andando? Non puoi sapere ciò che ti occorrerà. Allora, per non sbagliare, gli Ebrei mettevano un po’ di tutto nella borsa: pentole, giochi, scarpe, bambole, quaderni, violini, vestiti, soldi, spazzole, flauti, pettini, gioielli, carte, fogli, matite, colori, fotografie, diari, coperte, pane… Gli oggetti cari, le cose di tutti i giorni. Quelle stesse che avrebbero rimesso in valigia anche nel viaggio di ritorno, verso casa. Dopo un po’ di tempo avevano iniziato a capire che sarebbe stato difficile, perché nessuno era mai tornato indietro da quel viaggio. Gli Ebrei venivano portati ad Auschwitz in treno. Sul treno morivano in tanti: quel viaggio era pensato per non far tornare a casa nessuno. Eppure, per quella corsa di sola andata, i nazisti facevano pagare un biglietto. Quelli che riuscivano ad arrivare ad Auschwitz scendevano dai treni e trovavano ad aspettarli i nazisti, che li picchiavano e gli urlavano contro. Poi i soldati spingevano i bambini, le donne, i vecchi e gli uomini che non erano abbastanza forti per lavorare in uno stanzone e li facevano spogliare spiegando che avrebbero fatto la doccia. Prima, però, facevano scrivere i loro nomi sulle valigie, così le avrebbero ritrovate…. Non tutti davano credito a quelle promesse, ma scrivevano ugualmente i loro nomi, i cognomi, il luogo di provenienza: ovunque fossero precipitati, volevano che restasse scritto che erano esistiti…Risultati immagini per valigie auschwitz con nomi ebrei

tratto da: Daniela Palumbo – Le valigie di Auschwitz

La nascita di un lager

Originariamente l’area del campo di Auschwitz-Birkenau era occupato da una caserma dell’artiglieria polacca, caduta in mano tedesca durante l’invasione del 1939. Si trovava nei pressi dell’abitato di Oswieçim, piccolo centro della Slesia appartenuto all’Austria-Ungheria fino alla fine della Grande Guerra, quando tornò alla Polonia.

Quando il Terzo Reich invase la Polonia, al seguito della Wehrmacht si stabilirono gruppi speciali, gli Einsatzkommando, con l’obiettivo di studiare la realizzazione di campi di concentramento e sterminio degli ebrei e dei prigionieri polacchi. La vecchia caserma e la sua area adiacente di Birkenau, furono scelte per la disponibilità di strutture già edificate e di spazi adeguati. Operativo dal 1940, originariamente consisteva di un solo campo. Poi l’afflusso continuo di prigionieri rese necessaria la sua graduale espansione che durò sino al 1944. L’area limitrofa aggiunta (Auschwitz II) o campo II fu identificata nella zona adiacente di Brzezinka, in tedesco Birkenau. Un terzo campo che faceva parte del complesso era il campo di lavoro di Monowitz, che forniva mano d’opera alla vicina fabbrica chimica del colosso tedesco IG-Farben. Nell’ area di Auschwitz I (Stammlager I) erano ospitati gli uffici del comando, l’amministrazione e i magazzini del campo. Fino al 1942 era operativo il primo forno crematorio, chiuso nell’autunno di quell’anno. Dopo il 1942 le baracche dei prigionieri erano nell’area chiamata Auschwitz II-Birkenau, insieme a quattro forni crematori e alle camere a gas. Costruito su un area di 150 ettari era il vero campo di sterminio, dove si calcola venissero bruciati oltre 4.000 cadaveri al giorno.

Dal 1944 una linea ferroviaria a triplo binario trasportava i prigionieri direttamente all’interno della struttura, mentre prima d’allora lo sbarco e le selezioni avvenivano fuori,

sul mezzanino della fermata ferroviaria. Tutto attorno al lager, su un area di circa 40 km/q, sorgevano i più piccoli “sottocampi” dipendenti direttamente dal comando SS di Auschwitz. Questi ultimi erano soprattutto campi di lavoro dove i detenuti erano sfruttati al limite della sopravvivenza. Quando i prigionieri venivano giudicati inadatti al lavoro erano trasferiti a Birkenau dove in seguito venivano eliminati.

Il campo di Auschwitz come altri lager nazisti, era gestito dalle SS. In proporzione al numero crescente dei prigionieri, la guarnigione crebbe da un organico di 700 militari nel 1940 fino ai 4,480 uomini e 171 donne ausiliarie del gennaio 1945. Alla fine della guerra più di 8.000 membri delle SS prestarono servizio ad Auschwitz. Di questi, soltanto il 10% sarà processato.

Per gli ottimi collegamenti ferroviari e per la possibilità di occultare lo sterminio, il campo fu il punto di raccolta di cittadini ebrei da tutta l’Europa occupata dal Terzo Reich.


tratto da: https://www.panorama.it/cultura/oswiecim-ad-auschwitz-nascita-lager/#gallery-1=slide-14 

 

Il viaggio del saio

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Il 10 dicembre scorso una delegazione di frati cappuccini italiani è entrata nel campo di concentramento di Auschwitz con l’abito che Padre Pio indossava il 20 settembre 1918, quando ricevette il dono delle stimmate permanenti. L’iniziativa è stata organizzata dal Servizio di animazione giovanile e vocazionale dei frati della provincia di Sant’Angelo e Padre Pio.

Il saio è stato poggiato dinanzi sulla parete esterna della cella in cui, il 14 agosto 1941, è morto il martire polacco san Massimiliano Kolbe. Qui c’è stato un primo momento di intensa e commossa preghiera. Quindi l’abito, reso ingombrante dalla teca di plexiglas che lo custodisce, è stato riposto nel furgone con cui è stato trasportato in Polonia, mentre la delegazione giunta da San Giovanni Rotondo si è recata all’interno della cella in cui è stato ucciso Kolbe, portando solo un reliquiario contenente una pezzuola con cui Padre Pio tamponava la doppia ferita del costato. Anche qui c’è stato un breve ma intenso momento di preghiera.

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La peregrinatio del saio ha toccato altre significative località polacche (tra le quali Varsavia, Poznań, Częstochowa,per poi ritornare in Puglia).

 

dal sito: https://www.teleradiopadrepio.it

Il Pane

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Quanti ricordi! I primi passi in Polonia, nel 1995, il nostro andare spesso al Museo di Auschwitz e alla cella di Massimiliano Kolbe per pregare. Ci piaceva anche osservare i vari gruppi di turisti che scendevano dai pullman nel parcheggio antistante il Campo. Un giorno, notammo un gruppo di giovani italiani: gli animatori distribuivano ai ragazzi varie scatolette di carne, bibite e cose di vario genere. Pensammo al loro lungo viaggio, al fatto che non conoscevano la lingua polacca e… che non sapevano dove e come comprare il pane! Decidemmo così di comprare noi alcune pagnotte per tutto il gruppo, un regalo. Difficile descrivere la gioia dei ragazzi.
Succedeva anche spesso che dei poveri bussassero alla nostra porta. Ci aspettavamo di sentirci chiedere una piccola offerta, chiedevano invece sempre del pane, nient’altro: erano bambini, uomini, donne. Ci piangeva il cuore mentre davamo loro tutto il pane che avevamo in casa.

Sappiamo che più volte padre Kolbe diede la sua razione di pane a qualche prigioniero affamato e riuscì alcune volte a celebrare la Messa di nascosto. Prendeva il suo pane (che doveva servire per l’intera giornata di lavoro) e lo riduceva in tanti pezzettini, affinché molti potessero fare la comunione. Non volle mai ricevere nulla in cambio, racconta un testimone, Aleksander Dziuba. Nella cella del martirio, nudo, con la sola forza della preghiera e dell’amore, divenne lui stesso pane e viatico per i nove compagni, per tutti gli altri prigionieri, per le stesse SS, ripetendo in silenzio: «Prendete e mangiatene tutti, questo è il mio corpo, offerto in sacrificio per voi!».

In Polonia, alla cena della vigilia di Natale, è tradizione scambiarsi gli auguri spezzando e condividendo l’opłatek. E’ un’ostia speciale, rettangolare, che porta impressa l’immagine del presepe. E’ il momento più importante di tutta la cena.

Il pane è simbolo di incontro, di dialogo, di amicizia, di amore, racchiude più di mille parole. Betlemme significa Casa del Pane. E a Natale Dio ci dona proprio il Pane, la sua Parola: Gesù, il “regalo” più grande.

Le Missionarie di Harmęże, Polonia

La cella dell’amore è sempre aperta

Portami ad Auschwitz: la sclerosi non ferma il desiderio

L’ ambulanza dei desideri è un’iniziativa che è presente in Italia da poco meno di due anni, mentre all’estero lo è da da lungo tempo. E’ un progetto che impegna enti privati e volontari per trasformare ogni desiderio in realtà, che sia un giro al parco o, un incontro con un lontano parente o, un viaggio vero e proprio, come quello di Giorgio Foglia, affetto da sclerosi multipla. 

Un “desiderio antico” che ha origine nei più profondi meandri dello spirito e che anche una ‘malattia che scarna il corpo’ è incapace di spegnere: sembra essere questo il significato del viaggio di Giorgio Foglia, protagonista di una storia che parla proprio di quel desiderio realizzato….
Ex imbianchino ormai “forzatamente pensionato”, come lui stesso racconta nel documentario, Giorgio non ha scelto di visitare il celebre campo di concentramento solo per la sua importanza storica ma per le profonde affinità con la propria condizione.  
Il suo è stato innanzitutto un viaggio interiore.  Come i deportati, lui si è solo “trovato nel posto sbagliato al momento sbagliato. Non ho fatto nulla per meritare questo. Non ho stuprato, ucciso, rubato… mmh, forse rubato sì, ma non cose importanti, dai!”, scherza. Parlando della sclerosi multipla che lo affligge, Giorgio la paragona a una prigione, una “corazza che mi intrappola, una non-presenza. Ogni giorno sento che qualcosa scivola via senza che io possa fare nulla”.
Parole sofferenti, pronunciate con malinconia, eppure con occhi vividi . È con una sottile ironia, questa capacità di non abbattersi e scherzare sulla propria condizione, che la forza di Giorgio è esternata. La sua come quella della sua famiglia. Molto toccante nel documentario la scena dello scambio della sigaretta (la ‘paglia’) tra padre e figlio.
Ma no papà, tu non sei in prigione. Non più.”   “Lo sono Alberto. D’altronde è questo il significato, la ragione per cui siamo qui.”  L’idea di realizzare un docu-film sul viaggio è partita da Anmic, come racconta Mariagrazia Villa. “Volevamo dare a Giorgio e ai suoi compagni di viaggio un ricordo speciale di questa esperienza. Abbiamo deciso di condividerlo con la città solo in un secondo momento”.

http://www.parmateneo.it

 

Storie che cambiano il mondo

Ci sono storie che devono essere raccontate. Sono storie che cambiano il mondo: esse hanno il potere, raro e prezioso, di cambiare la vita di chi le racconta e di chi le ascolta. La storia di Irena Sendler è una di queste. E’ una storia un po’ magica, sembra quasi una favola tanto è bella e, tuttavia, è una storia vera.

Irena nacque nel 1910 a Varsavia in Polonia. Quando nel 1939 scoppiò la seconda guerra mondiale, lavorava in un servizio sociale e aveva soltanto 29 anni. Iniziò da subito a proteggere gli amici ebrei a Varsavia. Nel 1940 fu eretto il ghetto e Irena iniziò a entrarvi con vari pretesti: ispezioni per verificare potenziali sintomi di tifo, ispezioni alle tubature d’acqua. I pretesti variavano, ma lo scopo vero no: Irena iniziò a trasportare fuori dal ghetto decine e decine di bambini di tutte le età, per salvarli dalla morte certa che li attendeva. Nascondeva i neonati nelle casse del furgone, i bambini più grandicelli in sacchi di juta. Addestrò il suo cane ad abbaiare quando arrivavano i tedeschi, perché non potessero sentire i pianti disperati dei bambini che venivano separati dai loro genitori. Irena più volte in seguito ebbe a dire che in realtà i veri eroi erano quelle madri e quei padri che decisero di affidarle i loro bambini. La sua libertà di entrare e uscire dal ghetto le permise di convincere i genitori ad affidarle i bambini, affinché si potesse evitare loro la vita di stenti del ghetto con la speranza di poter riunire le famiglie in futuro. Alla fine Irena riuscì a salvare circa 2500 bambini. E’ un numero impressionante. Quanti viaggi avrà fatto per portarne fuori così tanti? Non tutti erano nel ghetto, molti erano anche negli orfanotrofi. Irena li prendeva e forniva loro una nuova identità, li affidava a famiglie e preti cattolici. Questi bambini ora sono adulti e, soprattutto, sono vivi. Ma il sogno di Irena era quello di restituire loro un giorno la famiglia d’origine. Nascose quindi per anni in barattoli di marmellata vuoti i fogli con i nomi delle famiglie d’origine, poi sotterrò i barattoli nel giardino.

Ad un certo punto la Gestapo la catturò. Subì la tortura, le fratturano entrambe le gambe e le braccia. Irena riuscì a non rivelare il suo segreto. La condannarono a morte, ma la resistenza polacca attraverso l’organizzazione clandestina ZEGOTA riuscì a salvarla, corrompendo alcuni soldati tedeschi. Cosi alla fine della guerra questi preziosi barattoli furono recuperati da Irena e utilizzati per ricontattare 2000 bambini. Le loro famiglie erano state sterminate e nella maggioranza dei casi il ricongiungimento non fu possibile.  

Dal 1965 il suo nome fu menzionato nell’elenco del museo Yad Vashem fra i “Giusti tra le Nazioni” e nel 1983 un albero fu piantato nel giardino dello stesso museo in Israele in suo onore…

 

la storia completa nel sito: https://www.linkiesta.it/it/blog-post/2012/06/22/la-vita-in-un-barattolo-irena-sendler-e-il-destino-di-2500-bambini-ebr/8397/