Vorrei

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Dagli scritti di padre Luigi Faccenda, fondatore dell’Istituto delle Missionarie e dei Missionari dell’Immacolata padre Kolbe.

Vorrei portarti nel carcere di Pawiak e ad Auschwitz, nel campo di sterminio, il campo degli orrori e della morte. Vorrei che tu lo vedessi con quanta calma accetta i soprusi, le sevizie, le torture. Come sorride, quando viene bastonato e come incoraggia i suoi compagni di sventura parlando loro di Dio, di Maria, di amore e di perdono.

Sì, vorrei che tu lo vedessi, nella cella della fame, confortare quei condannati a morte, consolarli, confessarli, sorridere e baciarli.

Vorrei… Oh, come vorrei che tu vedessi il suo volto sorridente, mentre fissa, con quei suoi occhi celestiali, il feroce carnefice che gli inietta nel braccio il veleno che lo porta a ricevere dalla mano di Maria la corona rossa, la corona del martirio.

Vorrei  farti vedere il volto bagnato di lacrime di gioia: e sono giovani, donne, uomini e ragazzi che piangono di riconoscenza, perché da padre Kolbe hanno ottenuto la forza per vincere il peccato…

Vorrei ripeterti testimonianze a non finire di persone che, incontrando padre Kolbe, hanno incontrato la Madonna, hanno incontrato la salvezza.

 

 

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un solo atto di umanità genera il perdono

12745465_1107151065982610_1892225701237847509_nRudolf Höss, primo comandante tedesco del campo di Auschwitz compì un unico atto di umanità.

 

Un giorno portarono ad Auschwitz «un’intera comunità di gesuiti» tranne il superiore e questo, disperato, volle raggiungere i suoi confratelli intrufolandosi nel campo di concentramento. Le guardie lo scoprirono e lo portarono da Höss, certi che il comandante avrebbe ordinato la sua esecuzione. Invece il sacerdote fu liberato, lasciando le guardie sconcertate.
Quando la guerra finì Höss fu arrestato e condannato a morte per crimini contro l’umanità. Ma l’ex comandante non era terrorizzato tanto dalla morte quanto dalla detenzione, convinto che le guardie polacche si sarebbero vendicate «torturandolo per tutto il tempo della prigionia e provocandogli una pena inimmaginabile». La sua sorpresa fu quindi enorme quando vide che «uomini le cui mogli, figlie e figli, uccisi ad Aushwitz, lo trattavano bene. Non riusciva a capacitarsene» chiese di potersi confessare. Le guardie provarono a cercare un sacerdote disponibile, ma «le ferite ancora molto vive» non resero facile trovare chi «volesse ascoltare la sua confessione». E infatti «non trovarono nessuno». L’ex comandante si ricordò improvvisamente di quel gesuita, padre Wladyslaw Lohn, che aveva risparmiato anni prima. Supplicò le guardie di cercarlo. Il gesuita, rintracciato proprio nel DSCN0461santuario della Divina misericordia di Cracovia, dove era diventato cappellano delle suore della Beata Vergine Maria della Misericordia, accettò di confessare Höss.
La confessione «durò e durò e durò, finché non gli diede l’assoluzione: “Ti sono perdonati i tuoi peccati. Rudolf Hoss, tu “l’animale”, i tuoi peccati ti sono perdonati. Vai in pace». Il giorno successivo, prima dell’esecuzione, il gesuita tornò per dare la Comunione al condannato…

 

dalla rivista tempi 

 

perdonare un nazista di Auschwitz

 

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Eva Mozes Kor è fondatrice dell’organizzazione CANDLES (Children of Auschwitz Nazi Deadly Lab Experiments Survivors) e ha come scopo, oltre quello di informare sugli orrori dell’eugenetica nazista, anche quello di educare alla forza del perdono. Lei stessa ne dà testimonianza incontrando l’ex ufficiale delle SS Gröning.

 

L’ ex ufficiale delle SS può essere considerato parzialmente il prodotto dell’approccio fallimentare con cui le potenze vincitrici umiliarono la Germania dopo la sconfitta della prima guerra mondiale preparando il terreno per la rivalsa tedesca. Il padre, grande patriota, divenne membro dell’organizzazione radicale Stahlhelm,nella cui sezione giovanile entrò presto il piccolo Gröning. Da qui poi il passo verso l’Hitlerjugend e successivamente le SS fu breve.Dato che all’epoca dei fatti Gröning lavorava in banca,venne assegnato come contabile ad Auschwitz dove lavorò per due anni, compreso il periodo tra maggio e luglio del 1944 durante la cosiddetta Aktion Höß – quando furono internati 420.000 ebrei ungheresi. Il suo compito era quello di contare le proprietà sequestrate sulla rampa agli ebrei selezionati per le camere a gas. Non prese mai parte direttamente alle violenze, anzi, una volta si lamentò con i superiori dopo aver visto un soldato zittire un bambino che piangeva spaccandogli la testa. Chiese anche il trasferimento, che tuttavia non gli fu concesso. Dopo la guerra Gröning non cercò mai di nascondere la propria identità o il suo passato nelle SS. Negli anni ’80, dopo aver letto un pamphlet neonazista, entrò in polemica con un negazionista al quale rispose che tutto quello che viene detto sull’Olocausto è la pura verità, di cui lui era stato testimone oculare. Da qui iniziò la redazione delle proprie memorie e le numerose interviste per Der Spiegel e la BBC. Gröning non si è neanche mai nascosto dietro il classico “obbedivo agli ordini”, ma ha spiegato il proprio comportamento calandolo nel contesto dell’educazione ricevuta: sin da piccolo aveva conosciuto una sola “verità”: gli ebrei sono il nemico interno contro cui combattere.

Eva Mozes Kor e Oskar Gröning
“Non v’è alcun dubbio sulla mia responsabilità morale,” ha dichiarato durante il processo, quando ha chiesto pubblicamente perdono. Questo è anche uno dei motivi che ha spinto Eva Mozes Kor, che ad Auschwitz ha perso i genitori e due sorelle più anziane, a incontrarlo per offrirgli il suo perdono. “So che molti mi criticheranno per questo, ma solo col perdono ho trovato la vera libertà,” sono le sue parole toccanti. 

tratto da Gariwo:la foresta dei giusti

 

 

Il perdono è sempre individuale

Colui che ascolta un testimone diventa egli stesso un testimone“, recita la targa consegnata a Piero Terracina, superstite del campo di sterminio di Auschwitz-Birkenau.

Oggi vi racconto l’inferno: non quello che vi ha raccontato Dante, né quello delle religioni. Io all’inferno ci sono stato e sono qui per raccontarvelo. L’inferno che ho vissuto io si chiama Auschwitz-Birkenau”. Le prime parole di Piero Terracina gelano subito la platea gremita dell’Auditorium Paganini. Inizia così il suo racconto. Il racconto del suo viaggio negli abissi più profondi della crudeltà dell’uomo. Piero Terracina, sopravvissuto al più grande campo di concentramento messo in piedi dalla macchina di sterminio nazista, dove sono state uccise almeno un milione e centomila persone. “Non vi vedrò più, ci disse mia madre quando separarono le donne”, confida alla platea con voce rotta. Portato in una baracca, insieme ad altri deportati. Spogliati di tutto. Rasati in tutte le parti del corpo, cosparsi di antiparassitario. Da lì ha inizio l’inferno di Terracina, che da quel momento viene spogliato della sua identità e diventa “A5506”: il numero che gli viene tatuato sull’avam12439496_10153208236081097_7188689528484703770_nbraccio destro.
Dal lager, Piero Terracina è riuscito ad uscire – quasi tra gli ultimi prigionieri – nel dicembre del 1945, undici mesi dopo la liberazione da parte delle truppe sovietiche.

E’ riuscito a perdonare?  “No, non posso perdonare – dice serio, interrotto dall’applauso della platea – ci sono colpe che non possono essere perdonate. 

…Fate attenzione a non cadere in balia di nuovi duci cialtroni. Chi non ragiona con la propria testa non sarà mai libero. Credo che la memoria della Shoah debba essere tramandata per fare memoria del passato: mi auguro che dall’incontro di stasera qualcosa rimanga nella vostra memoria. La memoria che deve essere tramandata per evitare in futuro che questi fatti si ripetano.  “Ragazzi impegnatevi – li esorta – fatelo per voi, fatelo per gli altri, per i vostri figli che verranno. Il Bene e il Male si vedono, si riconoscono. Tenetevi lontano dal Male, vivete la vostra vita nel Bene”.

Fonte:Repubblica di Parma – intervista integrale

La forza della debolezza

meditazioniEcco il colpo di scena. In mezzo alla derisione generale, i due malfattori si mettono a discutere tra di loro. Il buon ladrone dice: “non hai alcun timore di Dio, tu che sei condannato alla stessa pena? Noi, giustamente, perchè riceviamo quello che abbiamo meritato per le nostre azioni; egli invece non ha fatto nulla di male”                (Lc 23,40-41)

di Padre Serafino Tognetti – Ed.Shalom

Egli è nella nostra condanna, ma mentre noi paghiamo per le nostre azioni, egli non ha fatto nulla di male. Si è messo nella nostra condanna, pur potendo farne a meno. Questo stesso gesto lo compirà, duemila anni dopo, san Massimiliano Maria Kolbe. Pur potendo farne a meno, si offrì di morire al posto di un altro. Il vero gesto eroico di Kolbe non fu nei confronti dell’uomo di cui prese il posto, ma nel fatto che andò giù nel bunker con altri dieci sorteggiati a morire di fame e di sete. Entrò nella stessa condanna, mentre poteva starsene fuori, e li accompagnò alla morte, come aveva fatto il Signore Gesù…

Quei dieci condannati a morte nel bunker della fame al tempo di padre Massimiliano Kolbe morirono tutti in grazia di Dio, pregando e cantando salmi e il Santo fu l’ultimo a morire. Kolbe riuscì a fare quello che aveva fatto Gesù sulla croce con l’ultimo ladrone. Inoltre, questi non erano neanche colpevoli, mentre il buon ladrone sì. Non erano colpevoli e stavano morendo. San Massimiliano li portò dalla maledizione, dalla morte nell’odio, al perdono, alla morte nell’amore.

Ma chi può fare questo? Solo Gesù! E Gesù, in quel momento, viveva in lui.

una donna piena di misericordia

Nell’ anno dedicato alla misericordia, Eva Mozes Kor sopravvissuta agli orrori del nazismo, ci insegna il valore del perdono con un gesto molto particolare.

L’incontro tra Eva e Rainer risale all’estate del 2013, riporta il quotidiano La Stampa. Si trovava ad Auschwitz, e f800f-eva2bmozes2bkorLei fu immediatamente colpita dalla sua “intelligenza estrema”.  Era il nipote del malvagio Rudolf Höss, condannato a morte e giustiziato per impiccagione nel 1947. Rainer ha tagliato i ponti con la sua famiglia di origine nel 1985. Oggi,insegna alle nuove generazioni a riconoscere il male del nazismo e a combatterlo. Un anno dopo il loro incontro, Eva, che ha più di 80 anni, ha chiesto al nipote del suo boia, se accettava di essere adottato da lei, però lui le ha anche chiesto di perdonare la sua famiglia, spiegando che era “l’unico modo” se avesse voluto davvero “scongiurare il male di Hitler.

La rencontre entre Eva et Rainer remonte à l’été 2013, rapporte La Stampa. C’était à Auschwitz, où elle fut d’emblée frappée par son «extrême intelligence». Il était le petit-fils du tristement célèbre Rudolf Höss, qui sera condamné à mort puis exécuté par pendaison en 1947. Rainer a coupé les ponts avec sa famille d’origine en 1985. Aujourd’hui, il apprend aux jeunes générations à reconnaître le mal du nazisme et à le combattre.Rudolf-Hoess_3111974b Un an après leur rencontre, Eva, qui a plus de 80 ans, a demandé au petit-fils de son bourreau s’il acceptait d’être adopté par elle, mais lui a également demandé de pardonner à sa famille, lui expliquant que c’était «la seule façon» s’il voulait vraiment «conjurer le mal d’Hitler».

fonte:Aleteia