Il bene o il male?

Padre Tomasz Szymczak, guida spirituale del viaggio in Polonia 2017 -organizzato dalle Missionarie dell’Immacolata Padre Kolbe – è un frate francescano polacco (OFMConv.) che vive a Roma ed insegna Sacra Scrittura all’USMI.  La sua breve ma intensa testimonianza.

Dai campi di concentramento di Auschwitz e di Birkenau esco sempre in silenzio. Che si può dire? Vengono in mente tante domande e tanti pensieri. Sulla banalità e noia del male, che non riesce a creare mai nulla di nuovo. Riesce solo a inventare distruzione, disgregazione, distorsione di cio che è bello, innocente, forte, nobile.
Viene in mente che in un’ultima analisi, il male, per quanto possa sembrare molto intelligente nell’organizzare bene le cose, è stupido e cretino. Ha un vocabolario limitato a qualche parolaccia, ha un set delle azioni limitato a qualche pugno e calcio. Non riesce a dire le cose nuove…

Dall’altro canto – vengono in mente i pensieri sul bene. E’ sempre fresco, bello, creativo, sorprendente. Parla un milione dei linguaggi. Il bene inventa, sorprende, dà il coraggio. Come il gesto di Massimiliano Kolbe, che lo inserisce negli annali della storia con il titolo di santo martire della carità.  Da quale parte mi metto?…

Padre Tomasz Szymczak

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Il perdono è sempre individuale

Colui che ascolta un testimone diventa egli stesso un testimone“, recita la targa consegnata a Piero Terracina, superstite del campo di sterminio di Auschwitz-Birkenau.

Oggi vi racconto l’inferno: non quello che vi ha raccontato Dante, né quello delle religioni. Io all’inferno ci sono stato e sono qui per raccontarvelo. L’inferno che ho vissuto io si chiama Auschwitz-Birkenau”. Le prime parole di Piero Terracina gelano subito la platea gremita dell’Auditorium Paganini. Inizia così il suo racconto. Il racconto del suo viaggio negli abissi più profondi della crudeltà dell’uomo. Piero Terracina, sopravvissuto al più grande campo di concentramento messo in piedi dalla macchina di sterminio nazista, dove sono state uccise almeno un milione e centomila persone. “Non vi vedrò più, ci disse mia madre quando separarono le donne”, confida alla platea con voce rotta. Portato in una baracca, insieme ad altri deportati. Spogliati di tutto. Rasati in tutte le parti del corpo, cosparsi di antiparassitario. Da lì ha inizio l’inferno di Terracina, che da quel momento viene spogliato della sua identità e diventa “A5506”: il numero che gli viene tatuato sull’avam12439496_10153208236081097_7188689528484703770_nbraccio destro.
Dal lager, Piero Terracina è riuscito ad uscire – quasi tra gli ultimi prigionieri – nel dicembre del 1945, undici mesi dopo la liberazione da parte delle truppe sovietiche.

E’ riuscito a perdonare?  “No, non posso perdonare – dice serio, interrotto dall’applauso della platea – ci sono colpe che non possono essere perdonate. 

…Fate attenzione a non cadere in balia di nuovi duci cialtroni. Chi non ragiona con la propria testa non sarà mai libero. Credo che la memoria della Shoah debba essere tramandata per fare memoria del passato: mi auguro che dall’incontro di stasera qualcosa rimanga nella vostra memoria. La memoria che deve essere tramandata per evitare in futuro che questi fatti si ripetano.  “Ragazzi impegnatevi – li esorta – fatelo per voi, fatelo per gli altri, per i vostri figli che verranno. Il Bene e il Male si vedono, si riconoscono. Tenetevi lontano dal Male, vivete la vostra vita nel Bene”.

Fonte:Repubblica di Parma – intervista integrale