Il segreto del tatuatore

L’incredibile storia del tatuatore di Auschwitz: Lale Sokolov.

Ludwig ” Lale” Eisenberg era il tatuatore di Auschwitz, l’ uomo selezionato per caso dai nazisti tra tanti prigionieri per incidere loro il numero di matricola sull’ avambraccio. Per anni trasformò in numeri persone destinate alla morte. Poi si innamorò di una giovane prigioniera che aveva tatuato. Nel dopoguerra si ritrovarono e si sposarono. Visse una vita nel rimorso e nel senso di colpa, e solo dopo la morte della moglie, nel 2003 si decise a parlare prima di morire tre anni dopo. Ora la drammaturga neozelandese Heather Morris, che dal 2003 al 2006 ha raccolto le sue memorie, narra tutto in un libro.

Una vita tranquilla da coppia che invecchia bene insieme in un sobborgo della metropoli australiana Melbourne, e insieme per lui una vita col senso di colpa come un macigno sul cuore. Alla nascita nel 1916 in Slovacchia si chiamava Ludwig ” Lale” Eisenberg, era ebreo. Dopo la guerra cambiò nome in Lale Sokolov. Gita, la ragazza che conobbe ad Auschwitz tatuandola, fu la compagna della sua vita.

« L’ orrore del campo, l’ orrore di essere sopravvissuto, gli dettero una vita di rimorso paura e paranoia » , dice Heather alla Bbc.
Rimorso per aver degradato persone in numeri con quei dolorosissimi tatuaggi che impresse a centinaia di migliaia, paura di essere scoperto e perseguito come criminale nazista. Solo alla fine, si decise a vuotare il sacco. Lale aveva 26 anni quando fu deportato ad Auschwitz. Giovane e prestante, si offrì per i lavori più duri sperando di salvare dalla morte i suoi genitori: sapeva che erano anche loro deportati da qualche parte (successivamente un ente pubblico australiano finanziò ricerche sul caso poichè voleva farne un film e così scoprì che un mese prima della deportazione del figlio i genitori erano stati uccisi. Lale però non lo apprese mai.) 
Era già divenuto un numero egli stesso: 32407; si ammalò di tifo, fu curato da un tale Papen, medico francese allora tatuatore nel campo della morte che lo prese sotto la sua protezione, gli insegnò il “mestiere”, ne fece il suo assistente, gli insegnò a tacere sempre. Un giorno Papen sparì misteriosamente, allora i nazisti scelsero Lale – anche perché parlava slovacco, tedesco, russo, francese, ungherese e polacco – come tatuatore capo di Auschwitz- Birkenau, dipendente del “dipartimento politico delle SS”. Sempre sorvegliato, sempre vivendo nel terrore. Mengele, il medico della morte, veniva spesso a vedere quali tatuati poteva scegliere per i suoi esperimenti, e più volte gli disse «un giorno toccherà anche a te».

Lale visse anni nel terrore che l’ indomani fosse l’ ultimo giorno, ma aveva privilegi. Pranzava nell’ edificio dell’ amministrazione, aveva razioni extra e tempo libero. I tatuaggi, dolorossimi quanto umilianti – esseri umani ridotti a numero come bestiame da macello – prima venivano eseguiti con timbri metallici, poi con aghi a punta doppia, narrò Lale a Heather. Nel luglio 1942, i nazisti gli portarono una ragazza, Gita Hurmannova, cui toccava il tatuaggio 34902. Lui non dimenticò mai gli occhi di lei imploranti di dolore. Negli anni di Auschwitz, faceva di tutto per aiutarla a sopravvivere. Potendo uscire dal campo, vendeva gioielli tolti ai deportati in cambio di cibo per quella ragazza e altri deportati.Nel 1945,coi nazisti in fuga davanti all’ Armata rossa, Lale perse le tracce di Gita. A lungo la cercò invano.

Dopo la liberazione, tornò fortunosamente in treno a Bratislava. E alla stazione, riconobbe quegli occhi sorridenti: era lei, ritrovata per caso. Si sposarono, aprirono un negozietto ma il regime comunista al potere dal 1948 li espropriò, arrestò ed espulse perché Lale raccoglieva collette in sostegno al neonato Stato d’ Israele. Vienna, Parigi, infine l’ Australia furono le tappe del loro esodo. Vissero a Melbourne tutta la vita, Gita a volte tornò in Europa, Lale mai.

Dopo la morte di lei, Lale trovò in Heather Morris la persona che raccolse i suoi ricordi.

 

tratto da: http://m.dagospia.com/il-segreto-di-lale-il-tatuatore-dei-nazisti-ad-auschwitz-si-innamoro-di-gita-l-amore-di-una-vita-164408

 

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Il segreto di Dio

Noi non possiamo scrutare il segreto di Dio – vediamo soltanto frammenti e ci sbagliamo se vogliamo farci giudici di Dio e della storia. Non difenderemmo, in tal caso, l’uomo, ma contribuiremmo solo alla sua distruzione. No – in definitiva, dobbiamo rimanere con l’umile ma insistente grido verso Dio: Svégliati! Non dimenticare la tua creatura, l’uomo! E il nostro grido verso Dio deve al contempo essere un grido che penetra il nostro stesso cuore, affinché si svegli in noi la nascosta presenza di Dio – affinché quel suo potere che Egli ha depositato nei nostri cuori non venga coperto e soffocato in noi dal fango dell’egoismo, della paura degli uomini, dell’indifferenza e dell’opportunismo. Emettiamo questo grido davanti a Dio, rivolgiamolo allo stesso nostro cuore, proprio in questa nostra ora presente, nella quale incombono nuove sventure, nella quale sembrano emergere nuovamente dai cuori degli uomini tutte le forze oscure: da una parte, l’abuso del nome di Dio per la giustificazione di una violenza cieca contro persone innocenti; dall’altra, il cinismo che non conosce Dio e che schernisce la fede in Lui.

Noi gridiamo verso Dio, affinché spinga gli uomini a ravvedersi, così che riconoscano che la violenza non crea la pace, ma solo suscita altra violenza – una spirale di distruzioni, in cui tutti in fin dei conti possono essere soltanto perdenti. Il Dio, nel quale noi crediamo, è un Dio della ragione – di una ragione, però, che certamente non è una neutrale matematica dell’universo, ma che è una cosa sola con l’amore, col bene. 

Noi preghiamo Dio e gridiamo verso gli uomini, affinché questa ragione, la ragione dell’amore e del riconoscimento della forza della riconciliazione e della pace prevalga sulle minacce circostanti dell’irrazionalità o di una ragione falsa, staccata da Dio… 

tratto dal Discorso del Papa Emerito Benedetto XVI, in occasione del viaggio apostolico in Polonia