Occhi

Graziella da molto tempo desiderava visitare la Polonia; il 3 di ottobre ha finalmente realizzato il suo sogno e, ci ha reso partecipi delle sue emozioni con questa toccante testimonianza.

 

In questa terra autunnale piena di bellissimi colori e di luce, il primo giorno del pellegrinaggio inizia con la visita al campo di sterminio di Auschwitz.

I primi passi verso l’entrata del campo, ci riportano con la mente ai passi di quanti erano inconsciamente transitati sotto la famosa scritta “ARBEIT MACHT FREI” il lavoro rende liberi. Stavamo percorrendo la medesima strada, in quel silenzio che tutto raccontava…
La guida con sentimento e decisione ci spiegava quello che era successo nel campo e che ormai tutto il mondo conosceva. Le strade alberate con il sole parlavano di luce e di vita, invece lì era passata la morte, una morte devastante. Sembrava inconcepibile quello che raccontava la guida: come l’uomo si creda padrone del mondo, della vita, di poter gestire la vita degli altri esseri umani, l’onnipotenza umana. Entrando nella palazzina n.11 si trovano alcuni ricordi degli ebrei sterminati, loro entravano ma non sapevano che non ne sarebbero piu’ usciti. Ci ha colpito particolarmente una parete con le foto di quelli che erano rinchiusi lì: schedati, i loro visi tutti diversi ma tra loro in comune oltre alla magrezza, c’erano gli occhi. Occhi che parlavano dell’orrore che stavano vivendo. In fondo all’orbita l’orrore, lo stupore, l’incredulità, la richiesta di aiuto… non avevano piu’ nulla a che fare con la dignità dell’essere umano.
Occhi che avevamo visto la mattina nella mostra di Marian, un sopravvissuto. Dopo tanti anni, ormai anziano, Marian aveva trovato il coraggio di disegnare, scrivere l’orrore vissuto.
I suoi disegni evidenziano subito gli occhi dei prigionieri, di lui giovane e delle scene del quotidiano orrore.
Occhi che parlavano della loro anima e questi occhi li abbiamo ritrovati nelle foto del campo. Tutti uguali, infiniti, muti, increduli.
Una foto in particolare – ci indica la guida – un sacerdote salesiano di nome Józef Kowalski dichiarato beato dalla Chiesa. Anche lui, come San Massimiliano Kolbe, ha continuato a pregare nella sua cella e quando lo hanno scoperto non ha voluto calpestare la corona del rosario ed e’ stato soffocato negli escrementi.
Questo ci ha fatto prendere coscienza di quanto l’uomo può accanirsi verso un altro suo simile per futili motivi.


Ed è un’ esperienza da condividere per non dimenticare e guardare il tuo prossimo come te stesso.

Annunci

Il popolo di Israele è vivo

Una giornata in visita ai campi di sterminio di Alberto Pezzotta

… Per lunghi minuti si sente solo il rumore del vento e dei passi di una massa di turisti che ora procede incolume e senza rischi. Poi si procede verso l’uscita. Dietro di noi, un folto gruppo di ragazze israeliane, con la bandiera e t-shirt bianche azzurre. Alcune sono falascià. Tra gli accompagnatori spiccano tre tipi grossi come armadi, con occhialetti neri e capelli rasati. Penso all’ingiustizia e alla violenza che continua a subire un popolo costretto ad andare in vacanza con le guardie del corpo. Le ragazze però sembrano allegre: improvvisamente cominciano a cantare, e non è il lamento funebre che un goy come me si aspetterebbe, ma una canzone gioiosa. Decido di avvicinarmi a uno dei presunti agenti del Mossad per chiedere che cosa cantano. Mi squadra sospettoso e mi risponde solo: “It’s religious”. A quel punto mi avvicina un signore anziano, amichevole, che mi mette una mano sulla spalla e mi spiega che cantano “Am Israel chai”, “Il popolo di Israele è vivo” Penso che solo loro, e in questo modo, possano dare un senso a tutto quello che abbiamo visto.
L’articolo completo:
http://www.corriere.it/cronache/13_gennaio_27/turismo-auschwitz-lettore%20_f3dbb5ea-689d-11e2-b978-d7c19854ae83.shtml

La poesia: filo spinato


Filo spinato

Su un acceso rosso tramonto,
sotto gl’ippocastani fioriti,
sul piazzale giallo di sabbia,
i giorni sono tutti uguali,
belli come gli alberi fioriti.
È il mondo che sorride
e io vorrei volare. Ma dove?
Un filo spinato impedisce
che qui dentro sboccino fiori.
Non posso volare.
Non voglio morire.

Peter, bambino ebreo

Testimonianze

Ancora alcune testimonianze dall’ultimo pellegrinaggio dell’estate 2017 in Polonia

La visita ad Auschwitz e a Birkenau ci ha toccato moltissimo, le immagini dei campi e della mostra sono e rimarranno sempre impresse nel cuore e nella mente…. Ci ha colpito molto la montagna di capelli esposta dietro quelle vetrate (noi che se abbiamo un capello fuori posto ….!!!!) e le scarpe ammucchiate.

Ci è ritornata alla mente una poesia di Joyce Lussu: “C’è un paio di scarpette rosse”… poesia bellissima che aveva imparato a memoria nostra figlia…), ma vedendo quelle scarpette reali è tutta un’altra cosa !!!!

Manuela e Stefano


 

Mi ha colpito Birkenau.
È grande, molto, a percorrerlo, oltre e tornando,dalla schiera degli alberi mi ha colpito la sistematicità e la volontà di eliminare.
Penso a quanto può una coscienza indottrinata e sviata.
Penso al condizionamento che rende praticabile ciò che è condiviso.
Oltre il chiedere solo il silenzio, se si affida all’amore, potrà essere fecondo…

Raffaele Facci

17._IMG_4696

Per un mondo senza violenza

Da Auschwitz l’impegno dei giovani di Sant’Egidio per la pace. Un’appello che, speriamo, non rimanga inascoltato e che interpella ciascuno di noi.

auschwitz-oc

Strade di pace: “Giovani Europei per un Mondo senza Violenza”
APPELLO
Noi, giovani europei dalla Polonia, dall’Ucraina, dalla Russia, dalla Cechia, dall’Ungheria, dalla Slovacchia, dalla Romania, riuniti dalla Comunità di Sant’Egidio siamo venuti ad Auschwitz per fare memoria dell’orrore della seconda guerra mondiale e delle vittime del nazismo, con il sogno di costruire strade di pace per un mondo senza violenza.
In questo luogo, nel cuore dell’Europa, si aprì l’abisso della Shoah, il genocidio
del popolo ebraico, e del Porrajmos, lo sterminio dei Rom e dei Sinti. Milioni di vite
furono divorate dall’odio razziale e dalla disumanità della guerra.
Siamo nati tanti anni dopo, ma oggi capiamo che il razzismo e la violenza
inquinano ancora i nostri paesi. I poveri e i deboli sono i primi a esserne colpiti. Ogni
volta che un povero è umiliato, che un anziano è dimenticato, ogni volta che una persona viene giudicata per la sua origine, la sua religione o perché è diversa, si apre una strada
di odio nel cuore delle persone.

Ogni volta che si costruisce un muro per escludere chi è povero o chi fugge dalla guerra, l’indifferenza prevale sull’umanità.
Occorre vincere la paura e i pregiudizi che portano ad allontanare l’altro, solo
perché diverso o non lo si conosce, spesso senza capirne le ragioni. L’odio e la violenza possono tornare, manifestando nuovamente il volto crudele della guerra, come accade dolorosamente da alcuni anni in Ucraina orientale, o il volto spietato del terrorismo.
Ascoltando la voce dei bambini, dei giovani, degli anziani, dei barboni, dei Rom,
dei profughi, delle vittime dei conflitti oggi diciamo con forza: No alla violenza e alla
guerra! No al razzismo e all’indifferenza!
Qui ad Auschwitz sentiamo forte la responsabilità di essere più audaci, per vincere
l’odio e ribellarci all’ingiustizia e alla povertà. Ci impegniamo a contrastare ogni violenza e a scegliere la via dell’incontro e dell’amicizia. Ci uniamo all’appello dei Giovani per la Pace che si sono riuniti a Barcellona dopo il terribile attentato terroristico che ha colpito quella città, e con loro diciamo: “More Youth, More Peace”.

Noi giovani siamo una forza di pace per il futuro. Abbiamo bisogno di unirci ed essere di più. “Più giovani, più pace”.
Da questo luogo inizia il sogno di un mondo diverso, che vogliamo comunicare ai
giovani dei nostri Paesi. Oggi compiamo insieme la scelta di rifiutare l’indifferenza e
qualsiasi forma di razzismo. La pace è il futuro. Nulla è impossibile se ci rivolgiamo a
Dio nella preghiera. Tutti possiamo essere artigiani di pace nella nostra amata Europa e
nel mondo. Per un mondo senza ingiustizie! Strade di pace per un mondo senza violenza!
Auschwitz-Birkenau, 22 settembre 2017

auschwitz-giovanipace-2017-2

Da: http://www.santegidio.org

 

La forza del silenzio

Nell’ultimo libro del Cardinale R.Sarah – prefetto della Congregazione per il Culto Divino e la disciplina dei Sacramenti – “La forza del Silenzio contro la dittatura del rumore”, il Cardinale si pone delle domande, le stesse che ogni pellegrino si fa mentre si aggira tra le baracche di Auschwitz-Birkenau e ciò che rimane delle persone che sono state deportate là.

L’umanità parla e Dio risponde con il suo silenzio.
Come è possibile comprendere gli anni della Shoah e il corteo abominevole dei campi di sterminio, come quello di Auschwitz-Birkenau, in cui sono morti tanti ebrei innocenti?
Come si fa a capire il silenzio di Dio?
Perchè Dio ha scelto di non intervenire mentre massacravano il suo popolo?

Risultati immagini per muro delle fucilazioni auschwitz

La sofferenza dell’uomo diviene misteriosamente sofferenza di Dio.
Credere in un Dio silenzioso che “soffre” significa rendere il mistero del silenzio di Dio ancora più misterioso, ma anche più luminoso…
Il silenzio di Dio è un invito a custodire il silenzio per approfondire il grande mistero dell’uomo posto di fronte alle sue gioie, alle sue pene, alla sua sofferenza e alla sua morte.

Risultati immagini per rosa ad auschwitz

Il deportato bambino di Auschwitz

Bogdan Bartnikowski, polacco, sopravvissuto all’Olocausto era adolescente quando venne deportato nel campo di concentramento di Auschwitz. E’ autore di: “Infanzia dietro il filo spinato”, un libro che lascia un qualcosa nell’animo di diverso, non è solo un libro che racconta disumanità. Bodgan non ha mai smesso di pensare che oltre quel male e quella tragedia ci fosse ancora una speranza, ha avuto il coraggio di credere in queste piccole cose senza perdere mai la fiducia, come racconta nel suo blog Arianna Cordori.

 

Sopra la giacca indossa ancora un cartellino che lo identifica con nome, cognome e numero: Bogdan Bartnikowski era stato registrato ad Auschwitz  come prigioniero 192731.  

«È una giornata speciale – ha detto -. Proprio oggi, nel 1945, uscivo dal campo. Allora, quando si parlava di libertà, si intendeva solo quella conquistata attraverso i camini delle camere a gas. Per me è diverso: sono uscito dal cancello del lager tenendo per mano mia madre».

«Non provo alcun rancore per le nuove generazioni di tedeschi, in fondo loro non c’entrano nulla. È però attraverso il ricordo che non si ripetono gli errori».

Bartnikowski venne infatti deportato all’età di 12 anni durante l’insurrezione di Varsavia del ’44. «Si pensava di scappare, ma senza conoscere alla perfezione il campo era impossibile – ha proseguito -.  La fede? Ero troppo piccolo per capire. Quando Papa Giovanni Paolo II ha visitato Auschwitz si è però chiesto dove fosse Dio in quei giorni. Io rispondo che era in noi e continuare a crederci ci rendeva uomini pensanti».

intervista tratta da: http://www.lastampa.it/2017/01/12/edizioni/novara/la-testimonianza-agli-studenti-sono-stato-bambino-nel-campo-di-auschwitz-rVq3jGgwiljaRFU20phOBM/pagina.html