Umanità perduta e ritrovata – 2°parte

Siamo stati condotti anche presso il cosiddetto “bunker della fame”, quello in cui morì san Massimiliano Kolbe il 14 agosto 1941, insieme ad altri nove prigionieri. Abbiamo potuto visionare l’interno solo da un’apertura nella porta d’ingresso: abbiamo visto il cero e i fiori posti in loro ricordo, e in quei pochi minuti in cui abbiamo potuto sostare, sono passate rapide dinanzi alla nostra mente le tappe della vita del santo, in particolare il momento della sua offerta, quando si staccò dalle file dei prigionieri per donare la sua vita al posto di quella di un padre di famiglia. Più volte a scuola avevamo parlato di padre Kolbe, avevamo riflettuto sul suo gesto, ci eravamo immaginati quella sua presenza paterna e generosa illuminare il buio di Auschwitz, e ora ci trovavamo proprio lì, laddove quel sacrificio si era consumato, e non in una data qualunque: era il giorno 14, era il suo anniversario.

Birkenau, con la sua sconfinata desolazione, è stato il luogo più difficile da attraversare, con il corpo e con la mente. Davanti a noi si apriva uno spazio enorme, dai contorni indefiniti, interamente coperto di neve, la cui continuità era interrotta solo da file di baracche e da un lungo binario che tagliava in due il campo, con la stessa inesorabilità con cui aveva infranto sogni e speranze di innumerevoli famiglie, portate lì con la promessa di chissà quale avvenire radioso.

All’interno delle baracche, le scene descritte dalla guida acquistavano una plasticità ed un realismo tali da far rabbrividire, stringere un nodo in gola e muovere nel cuore rabbia, tristezza, angoscia. In un crescendo di violenza che ci sembrava ormai di percepire anche sui nostri giovani corpi, si sono materializzati davanti a noi anche i resti dei forni crematori: l’ultima tappa di uno sterminio che prima ancora che fisico era psicologico.

Quando ci siamo trovati davanti alle lapidi poste in ricordo di tutte le vittime di quell’abominio, dopo aver deposto le corone di fiori, abbiamo deciso, solo scambiandoci un’occhiata, che quello era il momento di prestare la nostra voce a chi non poteva gridare più, il nostro volto a chi era stato privato della propria identità, la nostra vita a chi in quel luogo l’aveva persa.

Una nostra compagna ha cominciato ad intonare un canto che conoscevamo tutti bene: “Gam Gam”, ossia il quarto versetto del Salmo 23, in lingua ebraica. Senza indugio l’abbiamo seguita. Mentre le lacrime, che fino a quel momento non erano riuscite ad uscire, ci rigavano finalmente il volto, restituendoci quell’umanità che sembravamo aver perduto anche noi, la nostra bocca innalzava una preghiera di speranza: “Se dovessi camminare in una valle oscura, / non temerei alcun male, perché tu sei con me. / Il tuo bastone e il tuo vincastro / mi danno sicurezza”.

La tristezza aveva lasciato il posto alla gioia e alla soddisfazione del riscatto: la morte non aveva avuto l’ultima parola, perché il nostro cuore batteva per tutti gli uomini e le donne che ora si affidavano a noi per essere ricordati e rivivere ancora, stavolta PER SEMPRE.

Gli alunni della classe 3a  -A.I.C. “Rita Levi Montalcini”  

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Umanità perduta e ritrovata – 1°parte

Dall’11 al 17 febbraio 2018 i ragazzi di terza media dell’I.C. “Rita Levi Montalcini” di Valle Martella (Zagarolo) sono stati in Polonia per un viaggio della Memoria che aveva lo scopo di sensibilizzare i giovani al dramma della Shoah, ripercorrendone i luoghi e rivivendone l’atmosfera, come se nulla da allora fosse mutato. La loro testimonianza, un dono al nostro blog.

Il clima rigido, il cielo grigio e la spessa coltre di neve che copriva ogni centimetro del suolo sul quale camminavamo hanno contribuito notevolmente a stimolare la nostra immaginazione e a richiamarci alla mente le sequenze di film come “La vita è bella”, “Il bambino col pigiama a righe”, “Jona che visse nella balena”, visti a scuola coi nostri insegnanti. Stavolta, però, non c’era alcuna finzione: eravamo totalmente immersi – corpo, mente e cuore – nella realtà gelida e implacabile dei luoghi dove si era consumato l’indicibile. E quel ghiaccio ci trapassava l’anima.

Appena varcato il cancello di Auschwitz, infatti, abbiamo sentito come se si aprisse dentro di noi un grande vuoto: non riuscivamo a provare emozioni, nemmeno ad elaborare un pensiero…qualcosa di ignoto ci stava privando, passo dopo passo, di ogni umanità.

Non dimenticheremo mai le stanze con i cumuli di oggetti appartenuti ai deportati: valigie, documenti, pentole, ma anche scarpe, vestiti, protesi, occhiali, spazzole e – più impressionanti di tutti– i capelli. Montagne di capelli. Tutti segni di una quotidianità bruscamente interrotta, di un’identità brutalmente cancellata. Lì ci siamo sentiti anche noi derubati di qualcosa, come se quegli oggetti fossero appartenuti a noi.

Nel blocco dieci abbiamo visto delle tele dipinte da un deportato sopravvissuto, il quale vi aveva rappresentato la vita quotidiana nel campo: più volte abbiamo vissuto la sensazione di essere parte, ormai, di quelle tele, ora che calpestavamo il suolo di Auschwitz e lasciavamo le nostre impronte nella neve come milioni di uomini e donne più di mezzo secolo fa. Eppure sembra ieri.

In una sala c’erano delle scodelle che ricordavano il magro pasto dei prigionieri; mentre la guida ci spiegava in cosa consistesse il pranzo, abbiamo pensato che per noi oggi quello non corrisponderebbe nemmeno alla nostra merenda. Ciò è assurdo e fa capire quanta crudeltà ci fosse dietro quella pianificazione così perfetta della giornata nel campo.

continua

La gioia di un incontro

E’ sempre bello accogliere i gruppi di pellegrini che desiderano vivere una esperienza nella terra di Polonia! Sono passati alcuni giorni dopo la partenza del gruppo delle parrocchie di Roncadelle e Ormelle (Treviso) e ancora sono vivi i ricordi e le parole che questi amici condividevano mentre camminavamo sui viali di Auschwitz:

– “E’ stato importante conoscere per la prima volta l’esperienza di Marian Kolodziej. Quanta sofferenza! Sento su di me lo sguardo di quelle fotografie, sono persone con una storia, con desideri, con speranze…”.

– “Mi sono molto commosso e non ho potuto trattenere le lacrime… soprattutto quando siamo entrati nei corridoi del blocco 11, il sotterraneo della morte”.

– “Un raggio di luce e di speranza si e’ accesso nel mio cuore quando abbiamo sostato in silenzio davanti alla cella del martirio di padre Massimiliano Kolbe, un uomo libero e coraggioso, un uomo per gli altri, un uomo guidato soltanto dalla forza dell’amore. Che gesto incredibile!”.

– “Sono rimasto in silenzio durante tutto il percorso ‘ascoltando’ la terra di Auschwitz, riflettendo sul valore della vita, della pace, del perdono, e alla fine del cammino ho baciato questa terra che porta in sé la vita di tanti uomini, donne, bambini, giovani, anziani… in segno di omaggio a ciascuno di loro”.

Il giorno seguente la visita al campo di concentramento, i passi dei nostri amici pellegrini si sono incamminati verso il Santuario della Misericordia, Łagiewniki per ascoltare ancora il messaggio del Vangelo, per dare senso alle domande del cuore, per lasciarsi rasserenare dalla Sua Presenza di perdono e di riconciliazione, per ripetere: Gesù, confido in Te!

I giorni sono passati in fretta ma la memoria del cuore li riportava lì, ad Auschwitz, ai luoghi della memoria, ai luoghi dell’Olocausto, a quel piccolo “santuario”: il bunker della morte di padre Kolbe. E da lì ripartire per continuare il cammino della vita, forti delle sue parole: “Non dimenticate l’amore, solo l’amore crea!”.

La gioia di questo incontro ci ha legato in una profonda comunione che si rafforza ogni volta che ritorniamo a visitare il campo. Nella cella dell’amore ricordiamo con affetto tutti e ciascuno.

Maria del Carmen

Missionarie di Harmęże – Polonia

La compagna di Anna Frank

La storia di Eva Schloss, figlia adottiva di Otto Frank e scrittrice ebrea austriaca, raccontata con le parole del libro che lei stessa ha scritto ad oltre quarant’anni di distanza dalla sua liberazione, avvenuta il 27 gennaio 1945 nel ’campo di sterminio’ di Auschwitz.

La sua vicenda umana è legata a quella di Anna Frank. E’ stata sua compagna di giochi ad Amsterdam e nel dopoguerra sua madre Fritzi, anch’essa sopravvissuta allo sterminio (il papà ed il fratello morirono ad Auschwitz), sposerà Otto Frank, a sua volta unico superstite della sua famiglia. L’arrivo di Eva ad Amsterdam (febbraio 1940) dove fa amicizia con Anna Frank: “Parlava talmente tanto che la chiamavamo la ‘Signora Qua Qua’ e nei miei ricordi era sempre circondata da un gruppo di ragazzine pronte a ridacchiare per le sue ultime esperienze e osservazioni. Mentre io giocavo a campana, Anne leggeva riviste di cinema e andava con le amiche nei caffè a mangiare gelati e a discorrere come le signore di mondo che avrebbero voluto diventare (…). Alla fine del suo diario, poco prima di essere catturata, Anne Frank ha scritto di credere ancora che la gente fosse fondamentalmente buona; chissà cosa avrebbe pensato se fosse sopravvissuta ai campi di concentramento di Auschwitz e Bergen-Belsen. La mia esperienza ha dimostrato che le persone possono essere di eccezionale crudeltà, brutalità e totale indifferenza verso la sofferenza umana. E’ facile dire che il bene e il male esistono in ognuno di noi, ma ho potuto toccare con mano questa poco edificante realtà ed è una vita che mi interrogo sull’animo umano.”
… C’è l’ho fatta perché dovevo farcela. La scelta era netta: nascondersi o morire. E ce l’ho fatta perché quando stai nascosto ti dici che non sarà per sempre (…) aspetti un altro giorno perché pensi che quello seguente sicuramente arriverà la libertà (…).
Venni catturata il giorno del mio quindicesimo compleanno. Era l’11 maggio 1944 (…). Floris (un amico) mi porse un regalo (…) aprilo dopo colazione (…). Erano le otto e mezza e stavamo per cominciare a mangiare, quando si udì un deciso scampanellio alla porta (…). Di colpo si scatenò la baraonda. Dei soldati salirono rumorosamente le scale. I nazisti puntarono le canne delle armi dritte sulle nostre facce stupite e paralizzate (…). Non aprii mai il mio regalo (…).

Ero una ragazzina di soli quindici anni ed ero stata braccata dai nazisti di Paese in Paese, costretta a lasciare la mia casa e a nascondermi e ora mi trovavo in carcere. Ero sopraffatta dalla rabbia e dall’amarezza, ma in fondo sentivo un gran vuoto (…). Le baracche di legno e le condizioni di vita erano primordiali e la gente aveva l’aria tesa e preoccupata, ma non disperata….”

Risultati immagini per Eva Schloss

Quando i miei nipoti mi hanno chiesto del tatuaggio sul braccio con cui ero stata marchiata ad Auschwitz, avevo risposto che era solo il mio numero di telefono. Non parlavo del passato.”


tratto da: http://notizie.tiscali.it/socialnews/articoli/pulvino/11349/storia-di-eva-schloss-sopravvissuta-ad-auschwitz-dalla-fuga-da-vienna-alla-deportazione/

LUCE

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A tutti capita di rimanere al buio: quando salta la corrente in casa o, in senso più metaforico, quando non sappiamo che decisione prendere, e allora ci troviamo nella tristezza per un dolore profondo o facciamo fatica a capire il senso di quanto sta accadendo. L’oscurità, materiale o spirituale, costituisce sempre un disagio notevole nella nostra vita. Il buio è, in fondo, un’esperienza dei primordi: in principio, potremmo dire, c’era il buio e, con il buio, il caos, la mancanza di orientamento e di senso. Per nostra somma fortuna, però, all’inizio c’era invece il Verbo, la Luce! Che sollievo quando torna la luce! Quante volte, in una situazione difficile, abbiamo invocato: «Signore, dammi la luce! Signore illuminami!». Il Signore c’è e, a modo suo, interviene e ci conduce, anche nel buio. Quando leggiamo la Bibbia possiamo sperimentare che «lampada per i miei passi è la Tua Parola e luce sul mio cammino» (Sal 119).

Abbiamo iniziato questo mese di aprile con la Pasqua, la festa della luce per eccellenza! Ci possa guidare sempre la luce del Signore Risorto, per vivere così tutto in un modo nuovo, illuminato dalla Sua Presenza che “fa nuove”, belle, tutte le cose. Nel buio di Auschwitz, in quella cella oscura, nel sotterraneo del blocco 11, Massimiliano Kolbe è stato una luce potentissima. Rileggiamo le parole del prigioniero e testimone Jerzy Bielecki: «Quella fu una scossa che ci ridonò l’ottimismo, che ci restituì le forze; restammo senza parole dinanzi al suo gesto che fu, per noi, una potentissima esplosione di luce, capace di illuminare l’oscura notte del campo». Una luce mai spenta…

Dalla Risurrezione, allora, riceviamo ancora questo annuncio che risuona fin dal principio del Vangelo: «La luce splende nelle tenebre e le tenebre non hanno potuto sopraffarla» (Gv 1,5). Il coraggio di san Massimiliano e di tanti testimoni di carità parte sempre da questa certezza e da questa vittoria. Possa essere così anche per ciascuno di noi!

Le Missionarie di Harmęże, Polonia

Il memoriale

Vi invito a fare insieme un viaggio a Oświęcim – la città distante circa 70 km da Cracovia, che ospita il Museo Nazionale Auschwitz Birkenau, punto importante sulla mappa della storia della Polonia. È un centro di studi e ricerche e di educazione che raccoglie, elabora, conserva ed espone i materiali d’archivio e oggetti museali legati al campo di concentramento. Auschwitz I, conservato quasi nello stato nel quale lo hanno lasciato i nazisti, costituisce la parte principale del Memoriale…

Il museo statale di Auschwitz-Birkenau, situato nel Distretto di Oświecim del Voivodato della Piccola Polonia, è un insieme di luoghi, aperto al visitatore per l’intero corso dell’anno, copre una superficie complessiva di poco meno di duecento ettari. Per le sue dimensioni colossali e per il fatto di rimanere in funzione sino al termine della guerra, Auschwitz è diventato simbolo dell’universo concentrazionario e della furia sterminazionista nazista, nonché per la sua triplice funzione di campo di concentramento, centro di sterminio ebraico e campo di lavoro, a rappresentare la sintesi più completa di oppressione, annientamento e sfruttamento, aspetti connaturali al nazismo e che si manifestarono in modo estremo nei territori dell’Europa orientale occupati. Il sito e il suo paesaggio rappresentano un alto livello di autenticità e di integrità, dato che l’assetto originale è stato conservato con cura, senza alcun intervento superfluo, ciò che resta vale a dire il campo base e il sito di Birkenau, risulta così protetto da ogni modificazione o intervento che ne snaturi lo stato di conservazione; protezione estesa anche all’area circostante. Troviamo terreni su cui erano state gettate le ceneri umane, resti delle camere a gas, i posti in cui le famiglie ebree aspettavano di morire, i luoghi delle esecuzioni. È un luogo in cui si conservano anche decine di migliaia di oggetti di carattere, significato e simbologia particolare. Si tratta sia dei beni personali dei deportati, ritrovati dopo la liberazione del campo, sia di oggetti legati alla vita dei prigionieri nel campo.
La visita dell’area occupata dal campo varia a seconda degli interessi, diversi da visitatore a visitatore. Essa può essere intesa come pellegrinaggio, intapresa per la sua funzione formativa o, ancora, per l’impatto emozionale che provoca. Auschwitz è divenuto nel corso degli anni il luogo storico e memoriale europeo del secolo XX più visitato, avvicinandosi a due milioni di presenze annue. Il monumento che commemora le vittime di Auschwitz (l’opera monumentale realizzata dal gruppo guidato da Pietro Cascella e Giorgio Simoncini) è stato posto all’interno dell’ex campo di concentramento di Birkenau nel 1967 e chiude fisicamente e simbolicamente la strada che, durante la guerra, portava alle camere a gas.
Nel 1979 il complesso museale del campo è stato iscritto dall’Unesco (Organizzazione delle Nazioni Unite per l’Educazione, la Scienza e la Cultura) tra i luoghi di interesse culturale per l’intera umanità come simbolo della crudeltà dell’uomo sull’uomo nel XX secolo. Secondo la commissione Unesco esso riveste un significato universale non solo per la memoria del nazismo e lo sterminio degli ebrei, ma anche perché segno concreto del risultato cui portano le ideologie nella loro forma estrema quando negano la dignità e l’uguaglianza di tutti gli uomini.

 

 

 

tratto da:https://www.viaggioauschwitz-cracovia.it/Auschwitz/AUSCHWITZ.aspx

Il ragazzo ebreo che per primo rivelò la verità su Auschwitz

La storia di Walter Rosenberg, meglio conosciuto come Rudolf Vrba – un ragazzo ebreo di circa 20 anni – che nel 1944 fece conoscere per primo, attraverso la sua testimonianza, ciò che avveniva nel segreto dei campi di concentramento nazisti

A lui e al compagno di prigionia Alfred Weltzer si deve infatti il Vrba-Weltzer report, la prima descrizione dettagliata con cifre e particolari di quanto succedeva ad Auschwitz, tutto registrato in prima persona. Fu un testo che segnò una svolta storica: perché, prima di allora, l’Europa sapeva poco o nulla dei campi di concentramento tedeschi. Qualcuno li considerava solo dei luoghi di prigionia, o dei semplici campi di lavoro.

Vrba era nato in Cecoslovacchia da famiglia ebrea: il padre, proprietario di una segheria, non poté fare nulla quando il figlio fu espulso da scuola a causa delle leggi antisemite e quando poi, con lo scoppio della guerra, fu arrestato per la sua fede ebraica: all’inizio andò nel campo di concentramento di Maidanek, in Polonia, dove incontrò un fratello che non avrebbe più rivisto.

Poi finì ad Auschwitz, nel giugno del ’42, pronto per essere impegnato da bracciante agricolo. In quella fase drammatica, Vrba fu a suo modo fortunato: un prigioniero fidato per le SS s’accorse che lui sapeva parlare tedesco, così venne trasferito al Canada, una sezione del campo in cui venivano stipati i beni e i vestiti che venivano requisiti ai prigionieri. Da qui riusciva ad avere accesso anche a del cibo, e rimase nel campo fino all’aprile del ’44.

Dal giugno del ’43, in particolare, era stato mandato a lavorare nell’archivio del campo: da lì riusciva a registrare nomi e numeri, poteva parlare con molti prigionieri e vedere i camion che portavano via i morti dalle camere a gas. Quando seppe che nello stesso campo c’era Weltzer, suo vecchio amico, i due architettarono una fuga rocambolesca: si nascosero dietro a pile di tronchi tagliati, coprirono le proprie tracce odorose seminando tabacco intriso di petrolio così da sviare la ricerca dei cani. Dopo tre settimane di fuga a piedi, finalmente, riuscirono a varcare il confine tra Polonia e Slovacchia.

E lì cominciò la storia del loro report.

 

tratto da: http://www.bergamopost.it/chi-e/ragazzo-ebreo-sopravvissuto-per-rivelo-verita-sui-campi-concentramento/