un solo atto di umanità genera il perdono

12745465_1107151065982610_1892225701237847509_nRudolf Höss, primo comandante tedesco del campo di Auschwitz compì un unico atto di umanità.

 

Un giorno portarono ad Auschwitz «un’intera comunità di gesuiti» tranne il superiore e questo, disperato, volle raggiungere i suoi confratelli intrufolandosi nel campo di concentramento. Le guardie lo scoprirono e lo portarono da Höss, certi che il comandante avrebbe ordinato la sua esecuzione. Invece il sacerdote fu liberato, lasciando le guardie sconcertate.
Quando la guerra finì Höss fu arrestato e condannato a morte per crimini contro l’umanità. Ma l’ex comandante non era terrorizzato tanto dalla morte quanto dalla detenzione, convinto che le guardie polacche si sarebbero vendicate «torturandolo per tutto il tempo della prigionia e provocandogli una pena inimmaginabile». La sua sorpresa fu quindi enorme quando vide che «uomini le cui mogli, figlie e figli, uccisi ad Aushwitz, lo trattavano bene. Non riusciva a capacitarsene» chiese di potersi confessare. Le guardie provarono a cercare un sacerdote disponibile, ma «le ferite ancora molto vive» non resero facile trovare chi «volesse ascoltare la sua confessione». E infatti «non trovarono nessuno». L’ex comandante si ricordò improvvisamente di quel gesuita, padre Wladyslaw Lohn, che aveva risparmiato anni prima. Supplicò le guardie di cercarlo. Il gesuita, rintracciato proprio nel DSCN0461santuario della Divina misericordia di Cracovia, dove era diventato cappellano delle suore della Beata Vergine Maria della Misericordia, accettò di confessare Höss.
La confessione «durò e durò e durò, finché non gli diede l’assoluzione: “Ti sono perdonati i tuoi peccati. Rudolf Hoss, tu “l’animale”, i tuoi peccati ti sono perdonati. Vai in pace». Il giorno successivo, prima dell’esecuzione, il gesuita tornò per dare la Comunione al condannato…

 

dalla rivista tempi 

 

L’infanzia rubata

Quando si entra ad Auschwitz c’è silenzio, un silenzio che rimbomba dentro il cuore, ogni sassolino su cui camminavo era un grido silenzioso di dolore. Ogni cosa ad Auschwitz è colma di sofferenza. Il silenzio è assordante e fa rabbrividire. Auschwitz ti cambia, ti smuove qualcosa dentro, ti fa mancare il fiato… i muri di Auschwitz sono freddi e anche se c’è il sole, è buio. In questo luogo gli uomini hanno dato la prova di non essere umani. Una delle cose che mi ha sconvolto è stato vedere le scarpine dei bambini, i vestitini e i giocattoli. La cattiveria dell’uomo non ha risparmiato nemmeno i piccoli che si apprestavano alla vita. Ad Auschwitz sono bambini a metà a cui hanno rubato l’infanzia.

foto3Quando ho visto le foto dei bambini ho sentito la necessità di rendere giustizia a questi piccoli angeli innocenti.  Così, l’impegno che prendo per non rendere inutile e banale questa esperienza è quello di tutelare la vita, proteggerla e apprezzarla. Per quei bambini che non hanno avuto la gioia di festeggiare un compleanno, di ricevere le coccole della mamma, per quei bambini strappati alla vita che non hanno potuto piangere per un capriccio, che non sono diventati adolescenti, che non hanno potuto coltivare una passione e che non si sono innamorati.

Per quei bambini volati nel vento che sono morti con l’innocenza e la purezza, mi impegno a rispettare la mia vita – dono prezioso  – a sentirmi sempre fortunata, perché ho avuto l’opportunità di crescere nell’amore. Auschwitz non è il passato ma è un presente che vivrà sempre dentro il mio cuore. Credo che Auschwitz sia una Missione soprattutto per noi giovani che siamo il futuro, una missione quotidiana che non deve appartenere al passato; vedo Auschwitz negli occhi dei profughi che scappano dalla guerra, negli occhi dei poveri e di chi non ha ancora compreso che il bene e l’amore sono le vere cose importanti della vita. Tornando da Auschwitz sono cresciuta e sono ancora più consapevole che queste atrocità non devono succedere mai più.

testimonianza di Antonella, amica di P.Luca Garbinetto

perdonare un nazista di Auschwitz

 

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Eva Mozes Kor è fondatrice dell’organizzazione CANDLES (Children of Auschwitz Nazi Deadly Lab Experiments Survivors) e ha come scopo, oltre quello di informare sugli orrori dell’eugenetica nazista, anche quello di educare alla forza del perdono. Lei stessa ne dà testimonianza incontrando l’ex ufficiale delle SS Gröning.

 

L’ ex ufficiale delle SS può essere considerato parzialmente il prodotto dell’approccio fallimentare con cui le potenze vincitrici umiliarono la Germania dopo la sconfitta della prima guerra mondiale preparando il terreno per la rivalsa tedesca. Il padre, grande patriota, divenne membro dell’organizzazione radicale Stahlhelm,nella cui sezione giovanile entrò presto il piccolo Gröning. Da qui poi il passo verso l’Hitlerjugend e successivamente le SS fu breve.Dato che all’epoca dei fatti Gröning lavorava in banca,venne assegnato come contabile ad Auschwitz dove lavorò per due anni, compreso il periodo tra maggio e luglio del 1944 durante la cosiddetta Aktion Höß – quando furono internati 420.000 ebrei ungheresi. Il suo compito era quello di contare le proprietà sequestrate sulla rampa agli ebrei selezionati per le camere a gas. Non prese mai parte direttamente alle violenze, anzi, una volta si lamentò con i superiori dopo aver visto un soldato zittire un bambino che piangeva spaccandogli la testa. Chiese anche il trasferimento, che tuttavia non gli fu concesso. Dopo la guerra Gröning non cercò mai di nascondere la propria identità o il suo passato nelle SS. Negli anni ’80, dopo aver letto un pamphlet neonazista, entrò in polemica con un negazionista al quale rispose che tutto quello che viene detto sull’Olocausto è la pura verità, di cui lui era stato testimone oculare. Da qui iniziò la redazione delle proprie memorie e le numerose interviste per Der Spiegel e la BBC. Gröning non si è neanche mai nascosto dietro il classico “obbedivo agli ordini”, ma ha spiegato il proprio comportamento calandolo nel contesto dell’educazione ricevuta: sin da piccolo aveva conosciuto una sola “verità”: gli ebrei sono il nemico interno contro cui combattere.

Eva Mozes Kor e Oskar Gröning
“Non v’è alcun dubbio sulla mia responsabilità morale,” ha dichiarato durante il processo, quando ha chiesto pubblicamente perdono. Questo è anche uno dei motivi che ha spinto Eva Mozes Kor, che ad Auschwitz ha perso i genitori e due sorelle più anziane, a incontrarlo per offrirgli il suo perdono. “So che molti mi criticheranno per questo, ma solo col perdono ho trovato la vera libertà,” sono le sue parole toccanti. 

tratto da Gariwo:la foresta dei giusti

 

 

Auschwitz nella poesia

Laggiù, ad Auschwitz, lontano dalla Vistola,
amore, lungo la pianura nordica,
in un campo di morte: fredda, funebre,
la pioggia sulla ruggine dei pali
e i grovigli di ferro dei recinti:
e non albero o uccelli nell’aria grigia
o su dal nostro pensiero, ma inerzia
e dolore che la memoria lascia
al suo silenzio senza ironia o ira.

Tu non vuoi elegie, idilli: solo
ragioni della nostra sorte, qui,
tu, tenera ai contrasti della mente,
incerta a una presenza
chiara della vita. E la vita è qui,
in ogni no che pare una certezza:
qui udremo piangere l’angelo il mostro

le nostre ore future battere l’al di là, che è qui, in eterno
e in movimento, non in un’immagine
di sogni, di possibile pietà.
E qui le metamorfosi, qui i miti.
Senza nome di simboli o d’un Dio,
sono cronaca, luoghi della terra,
sono Auschwitz, amore. Come subito
si mutò in fumo d’ombra
il caro corpo d’Alfeo e d’Aretusa!

Da quell’inferno aperto da una scritta
bianca: “Il lavoro vi renderà liberi”
uscì continuo il fumo
di migliaia di donne spinte fuori
all’alba dai canili contro il muro
del tiro a segno o soffocate urlando
misericordia all’acqua con la bocca
di scheletro sotto le docce a gas.
Le troverai tu, soldato, nella tua
storia in forme di fiumi, d’animali,
o sei tu pure cenere d’Auschwitz,
medaglia di silenzio?
Restano lunghe trecce chiuse in urne
di vetro ancora strette da amuleti
e ombre infinite di piccole scarpe
e di sciarpe d’ebrei: sono reliquie
d’un tempo di saggezza, di sapienza
dell’uomo che si fa misura d’armi,
sono i miti, le nostre metamorfosi.

Sulle distese dove amore e pianto
marcirono e pietà, sotto la pioggia,
laggiù, batteva un no dentro di noi,
un no alla morte, morta ad Auschwitz,
per non ripetere, da quella buca
di cenere, la morte.

Salvatore Quasimodo

Tratto da: http://cantosirene.blogspot.it/2011/01/laggiu-ad-auschwitz.html

Il perdono è sempre individuale

Colui che ascolta un testimone diventa egli stesso un testimone“, recita la targa consegnata a Piero Terracina, superstite del campo di sterminio di Auschwitz-Birkenau.

Oggi vi racconto l’inferno: non quello che vi ha raccontato Dante, né quello delle religioni. Io all’inferno ci sono stato e sono qui per raccontarvelo. L’inferno che ho vissuto io si chiama Auschwitz-Birkenau”. Le prime parole di Piero Terracina gelano subito la platea gremita dell’Auditorium Paganini. Inizia così il suo racconto. Il racconto del suo viaggio negli abissi più profondi della crudeltà dell’uomo. Piero Terracina, sopravvissuto al più grande campo di concentramento messo in piedi dalla macchina di sterminio nazista, dove sono state uccise almeno un milione e centomila persone. “Non vi vedrò più, ci disse mia madre quando separarono le donne”, confida alla platea con voce rotta. Portato in una baracca, insieme ad altri deportati. Spogliati di tutto. Rasati in tutte le parti del corpo, cosparsi di antiparassitario. Da lì ha inizio l’inferno di Terracina, che da quel momento viene spogliato della sua identità e diventa “A5506”: il numero che gli viene tatuato sull’avam12439496_10153208236081097_7188689528484703770_nbraccio destro.
Dal lager, Piero Terracina è riuscito ad uscire – quasi tra gli ultimi prigionieri – nel dicembre del 1945, undici mesi dopo la liberazione da parte delle truppe sovietiche.

E’ riuscito a perdonare?  “No, non posso perdonare – dice serio, interrotto dall’applauso della platea – ci sono colpe che non possono essere perdonate. 

…Fate attenzione a non cadere in balia di nuovi duci cialtroni. Chi non ragiona con la propria testa non sarà mai libero. Credo che la memoria della Shoah debba essere tramandata per fare memoria del passato: mi auguro che dall’incontro di stasera qualcosa rimanga nella vostra memoria. La memoria che deve essere tramandata per evitare in futuro che questi fatti si ripetano.  “Ragazzi impegnatevi – li esorta – fatelo per voi, fatelo per gli altri, per i vostri figli che verranno. Il Bene e il Male si vedono, si riconoscono. Tenetevi lontano dal Male, vivete la vostra vita nel Bene”.

Fonte:Repubblica di Parma – intervista integrale

ricordi vivi

A distanza di alcuni mesi Bepi e Carla – due partecipanti al pellegrinaggio in Polonia dell’agosto 2015 – ricordano emozionati la loro visita ad Auschwitz.

La visita al campo ad Auschwitz ha creato nel nostro cuore come un senso di soffocamento: abbiamo continuamente davanti ai nostri occhi quelle mostruosità… le celle e in particolare il blocco 11, le camere a gas, il buco sul soffitto, i forni crematori e il cammino per arrivarvi, fotoil muro delle fucilazioni, l’entrata al lager, le candele e i ceri accesi, le foto, gli sguardi, i loro occhi, una sofferenza indicibile che ci toglie letteralmente il fiato. Se pensiamo, poi, anche agli affetti di queste persone… prima divise dai propri cari, poi da loro strappate per sempre a causa delle atroci barbarie delle SS.
Questi ricordi non si cancelleranno mai in noi.
Durante questo percorso ci mancava il respiro, corpo e anima erano catturati e assaliti da profondo dolore, quasi a cedere spazio alle lacrime… molte domande attraversavano la nostra mente, e solo la preghiera riusciva ad attenuare la sensazione creatasi dinanzi a queste atrocità pagate da persone che ci permettiamo di definire sante.
Speriamo profondamente che il ricordo di questa terribile realtà sia di monito all’uomo affinché non ceda all’odio ma faccia predominare l’amore.

Bepi e Carla

da Auschwitz la definizione della gioia come “stile dell’aiuto”

La vita di san Massimiliano Kolbe viene definita come un esempio per i giovani volontari Prolife (età compresa fra i 15 e i 35 anni) che aderiscono al movimento per la vita.

Padre Kolbe ha sperimentato fino al sacrificio della vita la violenza dell’umanità, eppure nei sui giorni ad Auschwitz non aveva perso la gioia: “poteva essere felice ad Auschwitz, perché la sua felicità era Dio stesso”….  La definizione della gioia come “stile dell’aiuto” che ci ha lasciato Padre Kolbe con la sua vita non è un caso isolato. Edith Stein, morta anche lei ad Auschwitz, a chi le chiedeva consiglio rispondeva: “Lei potrà aiutare meglio gli altri se si preoccuperà il meno possibile di come farlo e sarà il più possibile semplice e gioiosa” 

Sono passati sessant’anni ma le stanze della morte continuano ad esistere. Sono quelle in cui si consumano quotidianamente l’aborto e l’eutanasia: nell’indifferenza generale però c’è chi, oggi come allora, dice no. I prolife di oggi hanno tanto da imparare dalla lezione di Kolbe e Stein. Con quale stile affrontiamo questi tremendi attacchi alla vita?Istantanea 5 (05-02-2016 22-46)Tante volte siamo tentati di rispondere all’odio con la rabbia,all’ingiustizia con il giudizio. Eppure Padre Kolbe ci insegna che lo stile di chi difende la vita deve essere quello di chi ama la vita:come in ogni innamoramento autentico il nostro primo sentimento non può che essere la gioia dell’amore.

 

 

 

Attraversare la porta della misericordia – 1°parte

La missionaria Lucia ha conosciuto al Cenacolo di Borgonuovo, P.Luca Garbinetto della Pia Società San Gaetano. Il Padre era reduce da un viaggio a Cracovia, dove è stato ospite di alcuni amici religiosi Guanelliani. Dopo aver visitato insieme a padre Jarek e ad Antonella i luoghi dell’Olocausto, ha affidato al nostro blog la sua testimonianza.

Il secondo giorno, al mattino, la tanto attesa visita al campo di Auschwitz – Birkenau. Per me era il santuario principale da visitare. Fin da piccolo ho letto e ascoltato tanto del dramma dell’Olocausto; ho visto film che mi hanno commosso e, porto nel cuore, questa terribile pagina della storia assieme a tanti suoi testimoni che mi hanno aperto un modo nuovo di pensare e guardare Dio: Massimiliano Kolbe, Edith Stein, Etty Hillesum, Dietrich Bonhoeffer… e i racconti di uomini e donne meno conosciuti, ma non meno santificati da tanta sofferenza. Sono andato ad Auschwitz senza aspettarmi nuove notizie o particolari novità: era come se conoscessi già tutto… ma ancora non avevo calpestato quella terra santa e miei occhi non avevano contemplato i segni del martirio, dell’incarnazione culminata nella croce. E così ho camminato due ore in silenzio. Tanto silenzio, ad Auschwitz. Le parole di padre Jarek erano rispettose, ed esprimevano la sua personale ricerca, dura e profonda insieme: ‘avevo promesso di non tornarci più, invece sono già almeno 20 volte che vengo!’. Siamo arrivati alle 10, un po’ tardi, c’era parecchia gente tra le baracche: ma non mi distraevano molto. I miei occhi, i miei orecchi erano tutti per quel silenzio, per le tracce degli innocenti sfregiati nella loro dignità. Morti, passati per un camino. La prima reliquia dopo le ceneri, raccolti nell’urna, sono stati i capelli delle donne, tagliati e ammucchiati per farne tessuto da vendere. I capelli sono parte vivace della bellezza delle donne. Tagliati e venduti. Poi i volti, nelle foto, di tanti uomini e donne, che provavano a rivendicare la propria dignità davanti a macchine fotografiche che li riducevano a criminali e a numeri. Le date parlavano di pochi mesi o addirittura settimane nel campo; forse era meglio così, starci da vivi era una tortura. 

14.08.15 Auschwitz (95)C’erano 5 gradi sotto zero quel giorno… e io vestito di tutto punto avevo freddo: pensavo a loro, nell’inconsistente divisa a strisce, oppure nudi e ammucchiati nel fieno, nelle brande. Il block 10, quello degli esperimenti; il cortile per le fucilazioni e l’impressionante anello a cui si agganciavano sospesi da terra i prigionieri, perché morissero soffocati. E poi il block 11, e giù giù in fondo le celle di isolamento, il buio, l’ultima tappa… e lì un cero acceso. E’ la cella 18, quella di padre Massimiliano Kolbe. Era proprio lì, che pregava e cantava, stremato, cercando di dare vita ai compagni ormai già morti, oltre che di dare la sua vita per il padre di famiglia al posto del quale si è offerto per amore. All’angolo più oscuro di questa macchina perfetta di sterminio, brilla la luce del cero pasquale… L’ha donato papa Wojtyla.

…. continua

Auschwitz nell’arte

Antonello Morsillo è un pittore pugliese, definito “suridealista” perché le sue opere esprimono fervori sociali rappresentati all’interno di scenari onirici. Gli squarci, che caratterizzano le sue opere, ispirati alle “macchie” di Rorschach, “perforano” in profondità l’immagine suggellando la sua identità artistica. La sua urgenza è rivendicare importanti tematiche sociali perché ritiene che l’arte possa e debba far conoscere alcune significative realtà.

I Risvolti del pregiudizio. Attraverso la lacrima del popolo ebraico, si dipanano tutte le altre figure incasellate in triangoli marroni (zingari), neri (soggetti anti sociali e lesbiche), rossi (dissidenti politici), viola (testimoni di Geova), blu (immigrati), rosa (omosessuali), verdi (criminali comuni), rappresentati sotto forma di un trucco sbavato, un artificio come la loro classificazione. Le altre tele tratteggiano, evocano illustri personaggi del mondo dell’arte, della filosofia, della letteratura colti nel loro dramma esistenziale e artistico.

Senza dimenticare Edith SteinMassimiliano KolbeFelix NussbaumAnne FrankMario Finzi e Felice Schragenheim. Ognuno di loro è un volto, una testimonianza di quanto l’uomo possa arrivare nel più profondo dell’abisso fino a creare la catastrofe più grande che il ‘900 possa e debba ricordare. L’intento è di consentire, attraverso l’arte, di conoscere e ricordare le persone uccise per una assurda “soluzione finale”.  

danza per la vita

 

Az idős és a fiatal táncosnő barátian összeölelkezik, Kép: sajtóanyag

Éva Fahidi aveva 18 anni quando fu deportata con altre centinaia di migliaia di ebrei ungheresi nei campi di sterminio in Polonia.

Sopravvissuta ad Auschwitz, la novantenne signora sale sul palcoscenico e danza per la vita.

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Éva per tutta la vita ha cercato di evitare di parlare di ciò che aveva vissuto nel campo di sterminio, dove ha perduto i genitori, la sorella e 49 parenti. Fino a quando nel 2003 ha visitato Auschwitz, 59 anni dopo esservi stata liberata.

All’improvviso, l’urgenza di lasciare al mondo la sua testimonianza. «Prima che fosse troppo tardi» fermare il ricordo dell’ultima volta che vide sua madre e sua sorella sulla rampa di Birkenau. «Con un semplice gesto, Josef Mengele (il medico del campo, ndr) decideva della nostra vita e della nostra morte: a destra, il lavoro forzato; a sinistra, le camere a gas. Io fui separata dai miei e spinta a destra». Ma non è la vendetta a muovere questa anziana donna, alla quale è servito più di mezzo secolo per ritrovare il gusto per la vita. «Un giorno, mi sono resa conto che l’odio era un peso.

Ciò che era accaduto nel passato non poteva avvelenare il mio presente: io sono viva, e mi piace».

Ifjú és idősebb táncosnő egymással szemben terpeszülésben előadás közben, Kép: sajtóanyag

 

dal sito www.iodonna.it