Ho bisogno di silenzio

30 agosto 2016. La testimonianza di Silvia al rientro dai campi di Auschwitz e Birkenau.

1439569108429

Ho bisogno di silenzio!

Dopo le urla, la disperazione e il grido di dolore che esala dalla terra e che ho respirato nei campi, ho bisogno di silenzio!

Il cuore contrito, un nodo in gola che quasi mi soffoca, le lacrime che non scendono perché sono troppe… Ho bisogno di silenzio!

Silenzio per riflettere, ma non per tacere.

Non bisogna tacere ciò che è stato. Bisogna urlare ciò che è stato! Ho bisogno di urlare!

th-4Di urlare a squarciagola perché il nodo che ho in gola mi soffoca. 

Ho bisogno di silenzio perché voglio urlare e nel silenzio tutti possano ascoltare.

 

 

 

Crescere ad Auschwitz

Eleonora – un’adolescente di 14 anni di Mogliano Veneto (TV) – dopo essere stata ai primi di giugno in pellegrinaggio ed aver soggiornato presso la Casa di Spiritualità San Massimiliano Kolbe a Oswiecim, ha lasciato questa testimonianza come ricordo del suo passaggio…

 

E’ stata un’esperienza fantastica, la gente ed il luogo mi sono piaciuti molto. Mi aspettavo emozioni diverse, credevo di non riuscire a provare emozioni così forti. Credevo di annoiarmi, di passare le giornate a leggere ed invece ho trovato persone fantastiche, che si sono aperte con me e con le quali ho potuto parlare.

Auschwitz e Birkenau sono state un momento di pura riflessione per me. Mi hanno insegnato ad accettarmi e a credere in me stessa.Facevo molta fatica prima, ma da questo viaggio ho imparato molte cose. Credevo che tanti fatti non potevano succedere o essere possibili, ma ho capito che la crudeltà umana non ha limiti.

La mostra allestita in questo posto mi ha lasciato senza parole. Pensavo che la gente dopo aver vissuto un’emozione simile non potesse esprimere in qualche modo le crudeltà e le “schifezze” provate. L’arte e il disegno di Marian hanno aperto a me un mondo e un modo nuovo di pensare.
screenshot_20161102-202001

Nel disegno il deportato n. 432 parla di sé: dopo esser stato colpito da una paralisi ha il coraggio di raccontare per la prima volta la sua sofferenza e l’orrore vissuto ad Auschwitz. Ed ecco che ne esce questo doppio uomo, sdraiato sul tavolo c’è il Marian nuovo che facendosi guidare dalla mano del Marian deportato, ritrae il suo calvario e ne dà testimonianza al mondo. (M.Pia)

 

Per questo ho vissuto

“Quella mattina, a Rodi, mi ero svegliato come un bambino. La sera mi addormentai come un ebreo”  Sami Modiano

A otto anni Sami Modiano era uno dei bambini più vivaci e brillanti della scuola elementare italiana di Rodi. Forse era in assoluto il primo della classe, come sostenevano i genitori dei suoi compagni, con quell’ammirazione espressa e così insistita da poter sconfinare facilmente nell’invidia. Sì, perché Sami, alunno eccellente, non aveva di sicuro l’aria e il comportamento del secchione. Nuotava, correva, giocava a calcio, scherzava, si divertiva, però a scuola gli bastava studiare il minimo per meritare il massimo.

Quella mattina, quando fu chiamato alla cattedra, si sentiva persino più sicuro e disinvolto del solito. Era pronto a rispondere alle domande del maestro ma il suo sorriso si spense subito perché l’insegnante, invece di interrogarlo, lo guardò come mai lo aveva guardato e gli disse: «Samuel Modiano, sei espulso dalla scuola!». Un ceffone morale umiliante, un vero choc, le gote di Sami si tingono di porpora, la gola si chiude. Con un filo di voce: «Ma che colpa ho?», «Che cosa ho fatto? Dove ho sbagliato?». Per far capire a quel bambino sbigottito e improvvisamente spaventato che non aveva fatto nulla di male, e che quel provvedimento non riguardava né il profitto né la condotta, l’imbarazzato maestro gli pose affettuosamente una mano sul capo e aggiunse a bassa voce: «Ora tornatene a casa, tuo padre ti spiegherà»

La storia del bambino-ebreo di Rodi trafigge il cuore e ferisce l’anima. È una storia che Sami, come quasi tutti i sopravvissuti all’Olocausto, aveva taciuto per quasi tutta la vita perché, nel raccontarla, la sofferenza era come raddoppiata: non bastava l’infarto emotivo della cronaca e dei ricordi incalcellabili delle sofferenze patite; il veleno aggiuntivo era provocato dall’incredulità espressa da molti di coloro che lo ascoltavano. «Guardandoli, sembrava mi volessero dire che non credevano alla mia storia. E questo, ancora una volta, mi feriva a morte». Alla fine, dopo molte titubanze, ha prevalso il dovere: di trasmettere ai giovani la vissuta testimonianza di quello che è stato l’Olocausto, nel cuore dell’Europa colta ed evoluta; e poi di onorare chi fu annientato dall’odio razziale degli aguzzini nazisti.

«Sono vivo grazie a un carico di patate». Chissà quante volte avrà raccontato questo incredibile episodio. «Proprio patate, sissignore! Era infatti arrivato un treno carico di patate, ma non vi erano abbastanza prigionieri per scaricarlo. Era quasi mezzogiorno, e quasi tutti i deportati si trovavano fuori dal campo, al lavoro. Bisognava scaricare le patate in fretta perché un altro treno della morte, carico di ebrei, attendeva il turno per arrivare alla rampa di Birkenau. Io e gli altri candidati al gas ci siamo guardati, stupefatti: non era ancora il momento di morire. Fummo condotti a scaricare le patate, sistemandole a piramide su assi di legno. Alla fine, ci fu un’animata discussione fra due ufficiali nazisti: uno diceva che dovevamo andare al gas subito; l’altro invece – visto che già indossavamo il pigiama a righe e avevamo preso confidenza con le leggi, la disciplina e le punizioni del lager – sostenne che era meglio rimandarci nelle nostre baracche. Per il gas sarebbero stati pronti i passeggeri del treno che stava sopraggiungendo. Prevalse il fanatismo organizzativo del secondo. Per noi, quindi, morte rinviata».

«A Birkenau avevo perso la fede, bestemmiavo il dio che non faceva nulla per impedire quell’atrocità. Poi, Dio l’ho ritrovato. Mi ha fatto sentire la sua presenza anche alla fine di quell’atroce sofferenza…»

tratto da: http://www.focusonisrael.org/2013/01/27/giorno-memoria-sami-modiano-rodi-shoah/

La vittoria

Julie Dinise, giovane californiana, ci racconta la sua esperienza dopo esser stata per la seconda volta ai campi di concentramento di Auschwitz-Birkenau.

1901140_10100592601863110_1160102795_nLa prima volta che sono stata al campo di Auschwitz-Birkenau ho provato una gran tristezza e un rigetto completo: “Com’è possibile che una persona umana possa fare così tanto male ad un’altra persona, uccidere con freddezza e sistematicamente?”.          Ora invece ho sperimentato sentimenti e pensieri più positivi: ero stupita davanti al coraggio di tante persone eroiche, nutrivo la speranza e un senso potente dell’amore puro e caritatevole. Soprattutto ho visto e mi sentivo partecipe della vittoria del bene sul male, quella della vita sopra la morte. Questa volta non sono andata solo per vedere, ma anche per pregare e ricordare le persone coraggiose che hanno dato testimonianza di speranza donando la loro vita.

Ho ricordato le storie eroiche e molto conosciute di san Massimiliano Kolbe, santa Teresa Benedetta della Croce (Edith Stein), e anche del teologo luterano Dietrich Bonhoeffer. Ma ho sentito per la prima volta le testimonianze anche degli ex-prigionieri e di persone sconosciute che hanno agito con carità per aiutare e salvare gli altri.

Fra queste anime valorose voglio ricordare:

  • la famiglia Ulma, che ha offerto un posto per nascondere tanti ebrei. I nazisti hanno ucciso tutta la famiglia: i loro sei bambini e la madre, che era incinta, e il padre solo per questa ragione.
  • Janusz Korczak, il direttore dell’orfanotrofio di Warsaw. Lui non era ebreo, ma rifiutando di abbandonare i bambini ebrei a lui affidati, li ha accompagnati al campo di Treblinka, morendo con loro nelle camere a gas. I nazisti hanno ucciso i corpi ma non le loro anime: la famiglia Ulma, Janusz Korczak, san Massimiliano e altri eroi che hanno donato le loro vite per amore, non le hanno perse. Per questo motivo sono tutti vittoriosi, donandosi hanno dato speranza e vita a coloro che non le avevano più.13062143_10204584923461970_44255922252395090_n

La loro testimonianza è di forte esempio per tutti noi. Benché sono solo una persona piccola, io sento che posso fare ancora qualcosa di importante per prevenire tale mali: ogni giorno, dobbiamo portare l’amore e la carità dove non esistono, come diceva spesso san Massimiliano Kolbe ai suoi frati. Non è possibile amare così ogni giorno senza la sorgente dell’amore: Dio. Ma se permettiamo a Lui di amarci, potremmo amare gli altri senza limiti. Mi sembra che questo sia il segreto di tutti i nostri santi ed eroi dei campi. E tutti noi possiamo farlo!

Anche nei campi di Auschwitz-Birkenau possiamo vivere la speranza perché c’è la memoria vivente di tutte le persone innocenti ed eroiche che lì hanno donato la vita per amore. 

 

 

Papa Francesco ad Auschwitz. La grazia di piangere.

Domani mattina il Papa visiterà il lager di Auschwitz e Birkenau: non pronuncerà discorsi, rimarrà in silenzio e pregherà in privato da solo nella cella di san Massimiliano Kolbe. “Da solo, entrare,pregare.. E che il Signore mi dia la grazia di piangere”.

 

Ad Auschwitz il Papa incontrerà dieci superstiti del campo di concentramento che gli consegneranno una candela che egli accenderà. Poi nel blocco attiguo, dove venne ucciso san Massimiliano Kolbe, il Papa farà una visita in silenzio da solo nella sua cella. «Il 29 luglio, giorno della visita – ha sottolineato Lombardi – esattamente 75 anni prima, era stata pronunciata la sua condanna a morte». All’uscita firma il libro di onore, «probabilmente saranno le uniche parole che avremo del Papa a Auschwitz», ha chiosato il portavoce. Alle 10.30, Francesco si trasferisce nel vicino campo di Birkenau, a tre chilometri di distanza, dove visita un monumento di vittime delle nazioni, alla presenza di un migliaio di ospiti, passa davanti alle targhe commemorative nelle diverse lingue, depone una candela accesa, «e incontra 25 giusti delle nazioni». Qui un rabbino canterà in ebraico il salmo 130, il «de profundis», che verrà poi letto in polacco da un parroco di un paese dove viveva una famiglia cattolica «che fu sterminata, tutti compresi i bambini, per aver ospitato ebrei, e per i quali è stata avviata una causa di beatificazione».

dal sito di vatican insider vaticano

Attraversare la porta della misericordia – 3°parte

BDSCN0982irkenau è molto più grande, una distesa di baracche mezze bruciate, e in fondo i forni e il campo dove sono state sparse le ceneri di Edith. I contadini di Oswiecin – nome polacco del posto – oggi hanno grande rispetto della terra che arano e coltivano. Dio mio… Desidero tornare a contemplare, ascoltare il silenzio, pregare. Desidero condividere la tragedia dell’innocente, perché io non sono innocente e ho tanto bisogno di essere sradicato dal mio orgoglio e dal mio egocentrismo. Desidero tornare con i miei giovani confratelli, con i ragazzi. Ho sentito spesso di giovani che hanno cambiato vita, a partire dall’incontro con Auschwitz: forse a volte ho aspettative un po’ magiche dalle iniziative che proponiamo, ma più profondamente intuisco che dobbiamo proporci e proporre soltanto la conversione. Senza paura di apparire impopolari. La vita è una cosa meravigliosa, ed è anche una cosa seria. ‘Da oggi abbiamo una grande responsabilità’, mi ha detto Antonella.2506384828_e7c72cc943

Raccontare,Gaudete, all’omelia non mi veniva una immagine più significativa e autentica della gioia cristiana che quel cero acceso nella cella 18. I santi, abbandonati al Dio Bambino e Crocifisso al punto da dare la vita per amore, sono la vera gioia, in questo mondo che sarà sempre sfregiato dalla violenza, come il volto e il cuore di Maria, e che cercherà sempre volti e cuori disponibili a lasciarsi sfigurare per seminare speranza nei campi di morte degli altri.

P. Luca Garbinetto

Attraversare la porta della misericordia – 1°parte

La missionaria Lucia ha conosciuto al Cenacolo di Borgonuovo, P.Luca Garbinetto della Pia Società San Gaetano. Il Padre era reduce da un viaggio a Cracovia, dove è stato ospite di alcuni amici religiosi Guanelliani. Dopo aver visitato insieme a padre Jarek e ad Antonella i luoghi dell’Olocausto, ha affidato al nostro blog la sua testimonianza.

Il secondo giorno, al mattino, la tanto attesa visita al campo di Auschwitz – Birkenau. Per me era il santuario principale da visitare. Fin da piccolo ho letto e ascoltato tanto del dramma dell’Olocausto; ho visto film che mi hanno commosso e, porto nel cuore, questa terribile pagina della storia assieme a tanti suoi testimoni che mi hanno aperto un modo nuovo di pensare e guardare Dio: Massimiliano Kolbe, Edith Stein, Etty Hillesum, Dietrich Bonhoeffer… e i racconti di uomini e donne meno conosciuti, ma non meno santificati da tanta sofferenza. Sono andato ad Auschwitz senza aspettarmi nuove notizie o particolari novità: era come se conoscessi già tutto… ma ancora non avevo calpestato quella terra santa e miei occhi non avevano contemplato i segni del martirio, dell’incarnazione culminata nella croce. E così ho camminato due ore in silenzio. Tanto silenzio, ad Auschwitz. Le parole di padre Jarek erano rispettose, ed esprimevano la sua personale ricerca, dura e profonda insieme: ‘avevo promesso di non tornarci più, invece sono già almeno 20 volte che vengo!’. Siamo arrivati alle 10, un po’ tardi, c’era parecchia gente tra le baracche: ma non mi distraevano molto. I miei occhi, i miei orecchi erano tutti per quel silenzio, per le tracce degli innocenti sfregiati nella loro dignità. Morti, passati per un camino. La prima reliquia dopo le ceneri, raccolti nell’urna, sono stati i capelli delle donne, tagliati e ammucchiati per farne tessuto da vendere. I capelli sono parte vivace della bellezza delle donne. Tagliati e venduti. Poi i volti, nelle foto, di tanti uomini e donne, che provavano a rivendicare la propria dignità davanti a macchine fotografiche che li riducevano a criminali e a numeri. Le date parlavano di pochi mesi o addirittura settimane nel campo; forse era meglio così, starci da vivi era una tortura. 

14.08.15 Auschwitz (95)C’erano 5 gradi sotto zero quel giorno… e io vestito di tutto punto avevo freddo: pensavo a loro, nell’inconsistente divisa a strisce, oppure nudi e ammucchiati nel fieno, nelle brande. Il block 10, quello degli esperimenti; il cortile per le fucilazioni e l’impressionante anello a cui si agganciavano sospesi da terra i prigionieri, perché morissero soffocati. E poi il block 11, e giù giù in fondo le celle di isolamento, il buio, l’ultima tappa… e lì un cero acceso. E’ la cella 18, quella di padre Massimiliano Kolbe. Era proprio lì, che pregava e cantava, stremato, cercando di dare vita ai compagni ormai già morti, oltre che di dare la sua vita per il padre di famiglia al posto del quale si è offerto per amore. All’angolo più oscuro di questa macchina perfetta di sterminio, brilla la luce del cero pasquale… L’ha donato papa Wojtyla.

…. continua

danza per la vita

 

Az idős és a fiatal táncosnő barátian összeölelkezik, Kép: sajtóanyag

Éva Fahidi aveva 18 anni quando fu deportata con altre centinaia di migliaia di ebrei ungheresi nei campi di sterminio in Polonia.

Sopravvissuta ad Auschwitz, la novantenne signora sale sul palcoscenico e danza per la vita.

            ♭  ♭ ♩  ♫  ♩ ♬♪ ♫ ♩ ♬ ♭ ♪ ♫ ♩ ♬♪ ♫ ♩ ♬♭♭

Éva per tutta la vita ha cercato di evitare di parlare di ciò che aveva vissuto nel campo di sterminio, dove ha perduto i genitori, la sorella e 49 parenti. Fino a quando nel 2003 ha visitato Auschwitz, 59 anni dopo esservi stata liberata.

All’improvviso, l’urgenza di lasciare al mondo la sua testimonianza. «Prima che fosse troppo tardi» fermare il ricordo dell’ultima volta che vide sua madre e sua sorella sulla rampa di Birkenau. «Con un semplice gesto, Josef Mengele (il medico del campo, ndr) decideva della nostra vita e della nostra morte: a destra, il lavoro forzato; a sinistra, le camere a gas. Io fui separata dai miei e spinta a destra». Ma non è la vendetta a muovere questa anziana donna, alla quale è servito più di mezzo secolo per ritrovare il gusto per la vita. «Un giorno, mi sono resa conto che l’odio era un peso.

Ciò che era accaduto nel passato non poteva avvelenare il mio presente: io sono viva, e mi piace».

Ifjú és idősebb táncosnő egymással szemben terpeszülésben előadás közben, Kép: sajtóanyag

 

dal sito www.iodonna.it

Shoah: perpetuo ricordo dello sterminio ebraico

Testimonianza di Angela, missionaria da poco rientrata in Italia, dopo aver vissuto tre anni in Polonia. Dalle sue parole si può rivivere l’impatto emotivo delle persone che visitano i campi di concentramento di Auschwitz e Birkenau.

PER NON DIMENTICARE

Prima di parlare dell’impatto emotivo della gente che visita i campi, è necessario fare una premessa raccontando cosa ha determinato la cruda realtà della Shoah, che porta la stessa gente a visitarli.
Non si possono dimenticare i numeri della Shoah: i sei milioni di ebrei vittime dell’odio nazista e più di 5 milioni assassinati nei lager come oppositori politici, membri della resistenza nei paesi europei, prigionieri russi, zingari, omosessuali e disabili.

Milioni di persone private di ogni bene. Segregate, umiliate e ghettizzate. Deportate, uccise e gasate. Unico obiettivo il genocidio e la distruzione di massa.

Io, pellegrina tra i pellegrini, vedo, ascolto, mi fermo con la memoria del cuore a quanto è accaduto a degli esseri umani. Foto, reperti, strumenti e luoghi di tortura cadono come macigni su di noi. Parlano di dolore e di sofferenza. “spettacolo” inaudito! Un’organizzazione di morte. Uomini, donne e bambini esposti a esperimenti medici. Tante ragazze, donne venivano sottoposte a esperimenti ginecologici e di sterilizzazioni. Nessun termine può rendere la realtà vissuta. Nessun immagine può esprimere l’atroce, infinita barbaria. L’umanità porterà sempre questo fardello del genocidio, della distruzione di massa come monito per non dimenticare.

raw-1

Passando davanti ai vari “reparti della morte” ad Auschwitz, come in tanti altri campi di concentramento e di annientamento della Germania dove sorsero i primi campi, della Polonia e in altre parti dell’Europa, la prima reazione – davanti alla follia umana in azione – è un’esclamazione di “no, non è possibile”. ” Come si può arrivare a questo?” Ho visto poche persone, indifferenti, forse perché increduli: l’orrore è talmente potente da non crederci. Penso che la maggior parte si lasci ferire nel profondo come se si trattasse dei propri cari. raw-1Il silenzio sembra abitare i visitatori che tante volte si trasformano in pellegrini. Si vorrebbe scagliarsi contro chi ha operato scelte di morte.   Pochi sono coloro che non si lasciano attraversare da una domanda: “perché tutto questo, c’è un senso in questo luogo di odio e di violenza?”.

Anche qui vale il detto: fa più rumore un albero che cade che una foresta che cresce.         Distruzione e morte, ma non si conosce bene la linea di frontiera tra vittime e carnefici…

 

la vita…nella cenere di ogni figlio di Dio

Continuiamo ad approfondire la conoscenza delle nostre amiche missionarie, attraverso la loro vita e e le loro esperienze in terra polacca.

Lei come vive la sua esperienza qui in Polonia rispetto alla sua terra di origine?

Quando ho scelto la vita missionaria sentivo un grande desiderio di condividere la
mia vita non soltanto con il mio popolo, anzi sentivo nel cuore il desiderio di incontrare altri popoli, conoscere altre culture, altre lingue, per arricchire la mia quotidianità, per avere gli orizzonti larghi del cuore e della mente. Per questo motivo quando ho ricevuto la proposta di venire in Polonia, ho sentito stupore, trepidazione ma anche timore, incertezza, però nella fede ho detto il mio
SI ancorato nel Signore che sempre esaudisce questo desiderio del cuore. L’esperienza è uguale è diversa. Uguale perché sono qui per vivere l’offerta della mia vita al Signore e incontrare le persone, aiutarci in un cammino di fede e di amore come nella mia terra. Diversa perché l’espressione della missione è differente.DSCN1313 Siamo qui per animare un centro di spiritualità e accogliere le numerose persone che vengono da varie parti del mondo per visitare i luoghi della memoria. Qui si impara a scegliere momento per momento la vita o la morte, il bene o il male, l’amore o la violenza. Questi luoghi dove nasce il nostro centro, sono luoghi dove questa lotta è stata vissuta da tanti uomini e donne prigionieri che venivano a lavorare qui e, molti di loro hanno avuto un trascorso che è stato animato solo con la forza dell’amore. Questa è la eredità umana e spirituale di San Massimiliano Kolbe, il martire dell’amore di Auschwitz, e questa è la sfida che sono chiamata a vivere ogni giorno.

Si reca spesso nel campo di Auschwitz ed in quali occasioni?

DSCN0948Vado spesso al campo di Auschwitz e Birkenau a pregare, a camminare e pregare, a vivere il silenzio di quei luoghi che mi parla di vita, di speranze, di attese, di futuro…, nonostante sembra che la morte abbia portato via tutto. Nei momenti più difficili o faticosi essere la è una grande forza, un grande aiuto. Ci vado anche insieme alla mia comunità il 14 di ogni mese per pregare nella cella di San Massimiliano e chiedere la sua luminosa intercessione per tutte le persone che ci affidano le loro intenzioni. Ci vado quando ci sono celebrazioni particolari, date che ricordano avvenimenti significativi. Sempre con gli stessi sentimenti: di preghiera, di silenzio, di ascolto, di riparazione, di misericordia, di speranza.

continua….