Dalla voce di un bambino – 1° parte

foto mia auschwitzMichele A. – che da 5 anni vive in Polonia – è una delle guide – educatrici del Museo di Auschwitz (la Direzione considera così le guide dei Campi di sterminio).

A lui va il nostro ringraziamento per averci concesso questa intervista ed averci raccontato con passione la sua esperienza lavorativa.

 

1) Tu sei una delle guide di questi campi di concentramento. Da quanto tempo svolgi questa attività e cosa ti ha spinto a sceglierla?

Da 4 anni lavoro come guida al Museo di Auschwitz e mi ha spinto la passione verso questa pagina di storia o meglio verso questo fatto umano commesso da esseri umani identici a noi. Tento sempre di dare – meglio che posso – voce a chi non ha mai potuto parlare e raccontare.

2) Cosa ritieni più importante trasmettere a chi viene in pellegrinaggio o come vacanziere a visitare questi luoghi?

Sicuramente la visita in un Campo di concentramento e centro di sterminio e’ una condivisione di emozioni continua con i visitatori. La Memoria durante la visita e’ molto emotiva. Importante e’ far capire che quello che vediamo non e’ avvenuto per caso ma ci sono stati segnali e motivi (chiaramente sbagliati) che hanno portato a tutto questo. Un fatto commesso da esseri umani e come tale se avvenuto una volta puo’ capitare una seconda. La Memoria non e’ statica ma dinamica da rapportare al nostro presente e futuro. Non dobbiamo chiederci dove era Dio ad Auschwitz ma dove era l’uomo. Quanto accaduto e’ anche il risultato di quando l’uomo si allontana e vuole sostituirsi a Dio.

3) Tu credi? Secondo te si riesce a percepire la presenza di Dio in questi luoghi, in cosa o in quale luogo particolarmente?

Si, s14.08.15 Auschwitz (26)ono credente. La presenza di Dio si percepisce in ogni passo che noi facciamo in quel luogo perché in ogni nostro passo calpestiamo un luogo dove e’ morto l’uomo – la nostra umanità che si e’ allontanata da Dio. Si percepisce poi durante la visita alla cella nr. 18 nel blocco 11 ad Auschwitz 1 dove fu ucciso Kolbe. Raccontare, sentire la sua storia e vedere il luogo di morte dove con un grande gesto di umanità e amore San Massimiliano Kolbe ha donato la sua vita per un altro uomo e ha ripetuto: “Solo l’amore crea”.

 

… continua

Il difensore dei deboli

“Se comprendere è impossibile, conoscere è necessario.”   Primo Levi

Emanuele Properzi ti insegna come si pubblicizza un libro

Da questo mese arricchiamo il nostro blog proponendovi la lettura di un libro tra quelli che abbiamo inserito come “letture consigliate“…

Iniziamo con “il difensore dei deboli” un nuovissimo libro che racconta la straordinaria storia d’amore del Venerabile Teresio Olivelli (1916 – 1945), di Renzo Agasso – Domenico Agasso jr.

Recensione: Teresio Olivelli, cristiano, educatore, insegnante, militare. In questi e tanti altri “campi di battaglia” Teresio ha portato il Vangelo. Non fugge di fronte ai problemi o ai difficili avvenimenti che precedono la seconda Guerra Mondiale. Costretto prima – per scelta poi – entra nel movimento fascista solo per cercare di “lavorare” dentro a questa ideologia che vorrebbe “dichiararsi” cristiana, ma che propone ben altre cose. Teresio è saldo nella Fede e nei suoi principi cristiani e morali. Malvisto dentro al movimento fascista proprio per la sua coerenza al Vangelo, se ne allontana e continua la sua battaglia aderendo alle Fiamme Verdi, resistenza di impostazione cattolica che segue gli insegnamenti di Papa Pio XI. Uomo d’azione, ma soprattutto con un’intensa vita spirituale e di preghiera. Questo gli infonderà la forza nei momenti più duri degli ultimi periodi della sua esistenza.

Dal libro:9788821597343g_71971

  • “Mentre molti abbruttiscono nell’orrore del campo (il lager di Flossenburg), Teresio Olivelli indossa un’altra volta le sue armi, cioè il Vangelo, preghiera, carità. Promuove subito il rosario quotidiano, coinvolgendo sempre più compagni: la corona è un pezzo di corda con dei nodi. Guida le preghiere per i prigionieri morti…”. (pag.151)
  • “Si sarebbe potuto salvare. Conosceva il tedesco, avesse fatto soltanto l’interprete, lo avrebbero tenuto al loro servizio, con il cibo assicurato…. Avrebbe potuto, volendolo, condurre giorni comodi, solo se si fosse piegato come altri ad assecondare le SS e i capi blocco, eseguendo e facendo eseguire i loro ordini. Egli preferì sempre aiutare i compagni di prigionia, preferendo l’essere colpito che lasciar colpire”. (pag.153)
  • “Sa di andare incontro alla morte, come lo sapevano i primi cristiani perseguitati e uccisi di ogni tempo e di ogni luogo….Come il francescano polacco Maksymilian Maria Kolbe, che il 14 agosto 1941 si è fatto ammazzare al posto di un padre di famiglia nel più terribile dei lager: Auschwitz”. (pag.156)
  • “Il 17 gennaio 1945 il ventinovenne Teresio Olivelli muore con Cristo perchè gli altri possano vivere. Bastonato a sangue l’ennesima volta per aver soccorso un maltrattato, facendo scudo con il proprio corpo, finisce martire di carità in conseguenza di questa ultima letale percossa”. (pag. 163)
  • “…Era un santo! Ha dato la vita per noi! – Lo dicono subito i pochi superstiti dei campi di concentramento…”. (pag.167)

Buona lettura!

 

la speranza che va oltre la fine

… E così m’iscrive in Te la mia speranza, fuori di Te non posso esistere
quando innalzo il mio “io” sopra la morte svellendolo da un suolo di sterminio,
questo avviene perché esso sta in Te come nel Corpo
che dispiega la sua potenza sopra ogni corpo umano
e rinnova il mio “io”, cogliendolo da un suolo di morte
in figura diversa eppure tanto fedele,
dove il corpo della mia anima e l’anima del mio corpo ritornano a congiungersi
fondando sulla Parola, per sempre, la vita fondata prima sulla terra,
dimenticando ogni affanno, come al levarsi, nel cuore, d’un Vento improvviso
al quale nessun uomo vivente può resistere                                                         
né le cime dei boschi,  né in basso le radici che si fendono.                                  Il Vento mosso dalla Tua mano, ecco, diviene Silenzio …

  Giovanni Paolo II (clicca e ascolta l’ audio)

La speranza vive tra le macerie della vita…

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Ritrovati ad Auschwitz due oggetti d’oro appartenenti ad una vittima del campo. Erano in un sottofondo di una tazza smaltata che veniva usata dai prigionieri. La persona era consapevole che gli oggetti potessero essere rubati, ma nello stesso tempo nutriva la SPERANZA che potessero essere usati in futuro.

il portavoce del museo – tratto da: ansa –> clicca e guarda il video

Il cielo era il limite

In un tempo in cui, pur essendo nella società delle immagini, non sappiamo più guardare” suor Maria Gloria Riva, attraverso la sua passione per l’arte, ci porta a conoscere, Samuel Bak pittore – superstite dell’Olocausto – che attraverso i suoi quadri ricorda le ferite impresse a lui ed al suo popolo.

 

Era uno dei 70.000 ebrei della città di Vilnius. Sono tornati in duecento e lui undicenne è stato tra i più fortunati perchè è potuto tornare  stringendo il braccio a sua madre, il tesoro più prezioso che gli fosse rimasto.  Impressiona guardare alcuni dipinti di Samuel Bak. Uno, dal titolo Il cielo era il limite, racconta di orsacchiotti, gioco intramontabile per i bambini di ogni generazione, che giacciono inermi come anelanti al cielo. L’orizzonte è precluso da un alto muro di mattoni e il brandello di cielo che lascia intravvedere si riflette drammaticamente in una tela, posta su un cavalletto rudimentale.  Quegli orsi di peluche sono la memoria dei bambini che non sono più. Essi suonano come denuncia e monito verso noi adulti che guardiamo…

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da Avvenire: Occhi aperti sulle “Auschwitz” dei nostri giorni (testo integrale

 

 

un solo atto di umanità genera il perdono

12745465_1107151065982610_1892225701237847509_nRudolf Höss, primo comandante tedesco del campo di Auschwitz compì un unico atto di umanità.

 

Un giorno portarono ad Auschwitz «un’intera comunità di gesuiti» tranne il superiore e questo, disperato, volle raggiungere i suoi confratelli intrufolandosi nel campo di concentramento. Le guardie lo scoprirono e lo portarono da Höss, certi che il comandante avrebbe ordinato la sua esecuzione. Invece il sacerdote fu liberato, lasciando le guardie sconcertate.
Quando la guerra finì Höss fu arrestato e condannato a morte per crimini contro l’umanità. Ma l’ex comandante non era terrorizzato tanto dalla morte quanto dalla detenzione, convinto che le guardie polacche si sarebbero vendicate «torturandolo per tutto il tempo della prigionia e provocandogli una pena inimmaginabile». La sua sorpresa fu quindi enorme quando vide che «uomini le cui mogli, figlie e figli, uccisi ad Aushwitz, lo trattavano bene. Non riusciva a capacitarsene» chiese di potersi confessare. Le guardie provarono a cercare un sacerdote disponibile, ma «le ferite ancora molto vive» non resero facile trovare chi «volesse ascoltare la sua confessione». E infatti «non trovarono nessuno». L’ex comandante si ricordò improvvisamente di quel gesuita, padre Wladyslaw Lohn, che aveva risparmiato anni prima. Supplicò le guardie di cercarlo. Il gesuita, rintracciato proprio nel DSCN0461santuario della Divina misericordia di Cracovia, dove era diventato cappellano delle suore della Beata Vergine Maria della Misericordia, accettò di confessare Höss.
La confessione «durò e durò e durò, finché non gli diede l’assoluzione: “Ti sono perdonati i tuoi peccati. Rudolf Hoss, tu “l’animale”, i tuoi peccati ti sono perdonati. Vai in pace». Il giorno successivo, prima dell’esecuzione, il gesuita tornò per dare la Comunione al condannato…

 

dalla rivista tempi 

 

L’infanzia rubata

Quando si entra ad Auschwitz c’è silenzio, un silenzio che rimbomba dentro il cuore, ogni sassolino su cui camminavo era un grido silenzioso di dolore. Ogni cosa ad Auschwitz è colma di sofferenza. Il silenzio è assordante e fa rabbrividire. Auschwitz ti cambia, ti smuove qualcosa dentro, ti fa mancare il fiato… i muri di Auschwitz sono freddi e anche se c’è il sole, è buio. In questo luogo gli uomini hanno dato la prova di non essere umani. Una delle cose che mi ha sconvolto è stato vedere le scarpine dei bambini, i vestitini e i giocattoli. La cattiveria dell’uomo non ha risparmiato nemmeno i piccoli che si apprestavano alla vita. Ad Auschwitz sono bambini a metà a cui hanno rubato l’infanzia.

foto3Quando ho visto le foto dei bambini ho sentito la necessità di rendere giustizia a questi piccoli angeli innocenti.  Così, l’impegno che prendo per non rendere inutile e banale questa esperienza è quello di tutelare la vita, proteggerla e apprezzarla. Per quei bambini che non hanno avuto la gioia di festeggiare un compleanno, di ricevere le coccole della mamma, per quei bambini strappati alla vita che non hanno potuto piangere per un capriccio, che non sono diventati adolescenti, che non hanno potuto coltivare una passione e che non si sono innamorati.

Per quei bambini volati nel vento che sono morti con l’innocenza e la purezza, mi impegno a rispettare la mia vita – dono prezioso  – a sentirmi sempre fortunata, perché ho avuto l’opportunità di crescere nell’amore. Auschwitz non è il passato ma è un presente che vivrà sempre dentro il mio cuore. Credo che Auschwitz sia una Missione soprattutto per noi giovani che siamo il futuro, una missione quotidiana che non deve appartenere al passato; vedo Auschwitz negli occhi dei profughi che scappano dalla guerra, negli occhi dei poveri e di chi non ha ancora compreso che il bene e l’amore sono le vere cose importanti della vita. Tornando da Auschwitz sono cresciuta e sono ancora più consapevole che queste atrocità non devono succedere mai più.

testimonianza di Antonella, amica di P.Luca Garbinetto

perdonare un nazista di Auschwitz

 

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Eva Mozes Kor è fondatrice dell’organizzazione CANDLES (Children of Auschwitz Nazi Deadly Lab Experiments Survivors) e ha come scopo, oltre quello di informare sugli orrori dell’eugenetica nazista, anche quello di educare alla forza del perdono. Lei stessa ne dà testimonianza incontrando l’ex ufficiale delle SS Gröning.

 

L’ ex ufficiale delle SS può essere considerato parzialmente il prodotto dell’approccio fallimentare con cui le potenze vincitrici umiliarono la Germania dopo la sconfitta della prima guerra mondiale preparando il terreno per la rivalsa tedesca. Il padre, grande patriota, divenne membro dell’organizzazione radicale Stahlhelm,nella cui sezione giovanile entrò presto il piccolo Gröning. Da qui poi il passo verso l’Hitlerjugend e successivamente le SS fu breve.Dato che all’epoca dei fatti Gröning lavorava in banca,venne assegnato come contabile ad Auschwitz dove lavorò per due anni, compreso il periodo tra maggio e luglio del 1944 durante la cosiddetta Aktion Höß – quando furono internati 420.000 ebrei ungheresi. Il suo compito era quello di contare le proprietà sequestrate sulla rampa agli ebrei selezionati per le camere a gas. Non prese mai parte direttamente alle violenze, anzi, una volta si lamentò con i superiori dopo aver visto un soldato zittire un bambino che piangeva spaccandogli la testa. Chiese anche il trasferimento, che tuttavia non gli fu concesso. Dopo la guerra Gröning non cercò mai di nascondere la propria identità o il suo passato nelle SS. Negli anni ’80, dopo aver letto un pamphlet neonazista, entrò in polemica con un negazionista al quale rispose che tutto quello che viene detto sull’Olocausto è la pura verità, di cui lui era stato testimone oculare. Da qui iniziò la redazione delle proprie memorie e le numerose interviste per Der Spiegel e la BBC. Gröning non si è neanche mai nascosto dietro il classico “obbedivo agli ordini”, ma ha spiegato il proprio comportamento calandolo nel contesto dell’educazione ricevuta: sin da piccolo aveva conosciuto una sola “verità”: gli ebrei sono il nemico interno contro cui combattere.

Eva Mozes Kor e Oskar Gröning
“Non v’è alcun dubbio sulla mia responsabilità morale,” ha dichiarato durante il processo, quando ha chiesto pubblicamente perdono. Questo è anche uno dei motivi che ha spinto Eva Mozes Kor, che ad Auschwitz ha perso i genitori e due sorelle più anziane, a incontrarlo per offrirgli il suo perdono. “So che molti mi criticheranno per questo, ma solo col perdono ho trovato la vera libertà,” sono le sue parole toccanti. 

tratto da Gariwo:la foresta dei giusti

 

 

Auschwitz nella poesia

Laggiù, ad Auschwitz, lontano dalla Vistola,
amore, lungo la pianura nordica,
in un campo di morte: fredda, funebre,
la pioggia sulla ruggine dei pali
e i grovigli di ferro dei recinti:
e non albero o uccelli nell’aria grigia
o su dal nostro pensiero, ma inerzia
e dolore che la memoria lascia
al suo silenzio senza ironia o ira.

Tu non vuoi elegie, idilli: solo
ragioni della nostra sorte, qui,
tu, tenera ai contrasti della mente,
incerta a una presenza
chiara della vita. E la vita è qui,
in ogni no che pare una certezza:
qui udremo piangere l’angelo il mostro

le nostre ore future battere l’al di là, che è qui, in eterno
e in movimento, non in un’immagine
di sogni, di possibile pietà.
E qui le metamorfosi, qui i miti.
Senza nome di simboli o d’un Dio,
sono cronaca, luoghi della terra,
sono Auschwitz, amore. Come subito
si mutò in fumo d’ombra
il caro corpo d’Alfeo e d’Aretusa!

Da quell’inferno aperto da una scritta
bianca: “Il lavoro vi renderà liberi”
uscì continuo il fumo
di migliaia di donne spinte fuori
all’alba dai canili contro il muro
del tiro a segno o soffocate urlando
misericordia all’acqua con la bocca
di scheletro sotto le docce a gas.
Le troverai tu, soldato, nella tua
storia in forme di fiumi, d’animali,
o sei tu pure cenere d’Auschwitz,
medaglia di silenzio?
Restano lunghe trecce chiuse in urne
di vetro ancora strette da amuleti
e ombre infinite di piccole scarpe
e di sciarpe d’ebrei: sono reliquie
d’un tempo di saggezza, di sapienza
dell’uomo che si fa misura d’armi,
sono i miti, le nostre metamorfosi.

Sulle distese dove amore e pianto
marcirono e pietà, sotto la pioggia,
laggiù, batteva un no dentro di noi,
un no alla morte, morta ad Auschwitz,
per non ripetere, da quella buca
di cenere, la morte.

Salvatore Quasimodo

Tratto da: http://cantosirene.blogspot.it/2011/01/laggiu-ad-auschwitz.html

Il perdono è sempre individuale

Colui che ascolta un testimone diventa egli stesso un testimone“, recita la targa consegnata a Piero Terracina, superstite del campo di sterminio di Auschwitz-Birkenau.

Oggi vi racconto l’inferno: non quello che vi ha raccontato Dante, né quello delle religioni. Io all’inferno ci sono stato e sono qui per raccontarvelo. L’inferno che ho vissuto io si chiama Auschwitz-Birkenau”. Le prime parole di Piero Terracina gelano subito la platea gremita dell’Auditorium Paganini. Inizia così il suo racconto. Il racconto del suo viaggio negli abissi più profondi della crudeltà dell’uomo. Piero Terracina, sopravvissuto al più grande campo di concentramento messo in piedi dalla macchina di sterminio nazista, dove sono state uccise almeno un milione e centomila persone. “Non vi vedrò più, ci disse mia madre quando separarono le donne”, confida alla platea con voce rotta. Portato in una baracca, insieme ad altri deportati. Spogliati di tutto. Rasati in tutte le parti del corpo, cosparsi di antiparassitario. Da lì ha inizio l’inferno di Terracina, che da quel momento viene spogliato della sua identità e diventa “A5506”: il numero che gli viene tatuato sull’avam12439496_10153208236081097_7188689528484703770_nbraccio destro.
Dal lager, Piero Terracina è riuscito ad uscire – quasi tra gli ultimi prigionieri – nel dicembre del 1945, undici mesi dopo la liberazione da parte delle truppe sovietiche.

E’ riuscito a perdonare?  “No, non posso perdonare – dice serio, interrotto dall’applauso della platea – ci sono colpe che non possono essere perdonate. 

…Fate attenzione a non cadere in balia di nuovi duci cialtroni. Chi non ragiona con la propria testa non sarà mai libero. Credo che la memoria della Shoah debba essere tramandata per fare memoria del passato: mi auguro che dall’incontro di stasera qualcosa rimanga nella vostra memoria. La memoria che deve essere tramandata per evitare in futuro che questi fatti si ripetano.  “Ragazzi impegnatevi – li esorta – fatelo per voi, fatelo per gli altri, per i vostri figli che verranno. Il Bene e il Male si vedono, si riconoscono. Tenetevi lontano dal Male, vivete la vostra vita nel Bene”.

Fonte:Repubblica di Parma – intervista integrale

ricordi vivi

A distanza di alcuni mesi Bepi e Carla – due partecipanti al pellegrinaggio in Polonia dell’agosto 2015 – ricordano emozionati la loro visita ad Auschwitz.

La visita al campo ad Auschwitz ha creato nel nostro cuore come un senso di soffocamento: abbiamo continuamente davanti ai nostri occhi quelle mostruosità… le celle e in particolare il blocco 11, le camere a gas, il buco sul soffitto, i forni crematori e il cammino per arrivarvi, fotoil muro delle fucilazioni, l’entrata al lager, le candele e i ceri accesi, le foto, gli sguardi, i loro occhi, una sofferenza indicibile che ci toglie letteralmente il fiato. Se pensiamo, poi, anche agli affetti di queste persone… prima divise dai propri cari, poi da loro strappate per sempre a causa delle atroci barbarie delle SS.
Questi ricordi non si cancelleranno mai in noi.
Durante questo percorso ci mancava il respiro, corpo e anima erano catturati e assaliti da profondo dolore, quasi a cedere spazio alle lacrime… molte domande attraversavano la nostra mente, e solo la preghiera riusciva ad attenuare la sensazione creatasi dinanzi a queste atrocità pagate da persone che ci permettiamo di definire sante.
Speriamo profondamente che il ricordo di questa terribile realtà sia di monito all’uomo affinché non ceda all’odio ma faccia predominare l’amore.

Bepi e Carla