La genesi

Il primo Settembre 1939 la Germania nazista di Hitler attacco’ ed invase la Polonia,  determinando l’inizio della Seconda Guerra Mondiale. La Polonia, come nazione, esisteva solo dalla fine della prima guerra mondiale e non aveva i mezzi necessari per contrastare il potente attacco tedesco, inoltre il 17 Settembre dello stesso anno, rispettando il patto di non aggressione e spartizione della Polonia (patto Molotov-Ribbentrop siglato il 23/08/1939), i russi attaccarono anche da est; il 27 Settembre 1939 capitolò Varsavia e così dopo poco più’ di un mese Hitler festeggiava la sua vittoria e la Polonia, come nazione, fu annientata.

20141229_123907Una parte del territorio polacco fu incorporata nel terzo Reich e la parte più’ a est fu controllata dai russi; successivamente, il 26 Ottobre del 1939, la  Germania nazista creò il Governatorato Generale, che comprendeva la parte della Polonia non annessa direttamente al Reich, ed ebbe come capitale  Cracovia e come Governatore Generale dei territori polacchi occupati, Hans Frank. Il Governatorato Generale fu diviso in 4 distinti distretti: Cracovia,  Varsavia, Lublino, Radom e fu posto direttamente sotto il controllo degli occupanti.  Il crescente numero di arresti di massa di polacchi (dissidenti, liberali, artisti ecc.) ed il sovraffollamento delle carceri esistenti, fu uno dei motivi per cui  ci fu il bisogno immediato della creazione di un nuovo campo di concentramento. 

…l’idea di un campo di concentramento ad Auschwitz nacque nell’Ufficio dell’Alto Comando delle SS e della Polizia di Wrocław diretto  dall’SS-Gruppenführer Erich von dem Bach-Zelewski, ad un suo subalterno, l’ispettore di polizia e dei servizi di pubblica sicurezza l’SS-Oberführer Arpad Wigand. Wigand, pressato dai continui rapporti sull’affollamento delle prigioni dell’Alta Slesia e delle regioni confinanti, che disturbavano l’applicazione del terrore e della repressione nei confronti della popolazione polacca, fece notare che l’intensificarsi del movimento della resistenza in Slesia e nel Governatorato Generale esigeva arresti di massa e che i campi esistenti erano insufficienti ad accogliere tutti i detenuti. Wigand indicò Auschwitz come il luogo più adatto per il futuro campo di concentramento, spiegando che i prigionieri potevano essere subito accolti nelle caserme situate poco lontano. I fabbricati, collocati fuori città, nel punto di confluenza del fiume Wisła (Vistola) e Soła, si prestavano ad un eventuale ampliamento del campo ed al suo isolamento dal mondo esterno. Un’ altra ragione a favore fu il buon collegamento ferroviario della città con la Slesia ed il Governatorato Generale……….. il 27 Aprile 1940 Himmler diede l’ordine di aprire ad Auschwitz un campo di concentramento e di ampliarlo ricorrendo all’impiego dei prigionieri. ……..Höss giunse, insieme a cinque SS il 30 Aprile, con l’incarico di dirigere i lavori preliminari, per poi essere ufficialmente nominato comandante il 4 Maggio 1940. (da “Genesi, Costruzione ed Ampliamento del Campo” di Danuta Czech – Auschwitz il Campo nazista della Morte)

Dopo vari sopralluoghi, fu scelta una vecchia caserma dell’esercito polacco abbandonata da molti anni, nella cittadina di Oświęcim (Auschwitz in lingua tedesca) che si trovava nel territorio incorporato nel terzo Reich. Il luogo venne scelto grazie alla presenza dei blocchi distanti dalla città’, facilmente ampliabile (nelle vicinanze c’erano solo case di campagna) ma soprattutto grazie all’ottimo snodo e collegamento ferroviario con la Germania.

Alla fine del mese di aprile del 1940 iniziarono i lavori di sistemazione ed il 14 giugno 1940 vennero internati i primi 728 prigionieri politici polacchi provenienti dalla prigione di Tarnow ( prigionieri appartenenti alla resistenza, rappresentanti della intellighenzia polacca, ecclesiastici ed anche ebrei). Con questo primo trasporto iniziò la lunga attività’ del Campo.

Arbeit Macht Frei” – Il lavoro rende liberi, ma nessuno riacquistò la libertà, i prigionieri diventavano liberi solo dopo la morte!
Il fabbro Jan Liwacz fu deportato ad Auschwitz il 20/06/1940, era il prigioniero numero 
1010, oppositore politico polacco non ebreo, ed a lui fu  dato  l’incarico di costruire la scritta all’ingresso del Campo; ma, per una sommessa rivolta contro i nazisti, saldò la lettera B di ARBEIT al    contrario, lettera che ancora oggi è visibile proprio sulla scritta all’entrata del Campo di Auschwitz I.

Fino alla fine del 1941 Auschwitz svolgerà la funzione di Campo di concentramento, dove la maggioranza dei deportati erano polacchi ed il motivo dell’internamento quello politico; dal 1942, in base agli accordi stipulati il 20 Gennaio 1942 durante la Conferenza di Wannsee, circa la “soluzione finale della questione ebraica”,  svolgerà’ una seconda funzione, diventando il più’ grande centro di sterminio degli ebrei provenienti dai vari paesi europei.

Auschwitz è da considerarsi un enorme complesso di campi che comprendeva: dal 1940 il Campo di Auschwitz I (Campo base) , dal 1942, a circa tre chilometri dal Campo base, il Campo di Auschwitz II – Birkenau, a circa 6 chilometri il Campo di Auschwitz III – Monowitz ( Campo dove fu internato anche Primo Levi) oltre a circa 45 sotto-campi  e più di 40 chilometri quadrati di area di competenza del Campo; per ottenere questo grande territorio furono mandati via o internati tutti i polacchi che vi abitavano….

Tratto da: http://www.visitare-auschwitz.it/auschwitz/

Uno scrigno di emozioni

La testimonianza di Lucia Riva, appena rientrata dal viaggio in Polonia organizzato dalle missionarie di Verona

Non so bene che cosa mi aspettavo prima della partenza per questo viaggio in terra polacca. Sapevo che non sarebbe stato un semplice girovagare fra paesaggi naturali e siti religiosi, ma non immaginavo nemmeno che avrei portato a casa uno scrigno di emozioni così forti e coinvolgenti.
Immersa nel silenzio della mia stanza ad Harmeze (solo di tanto in tanto il passaggio di un treno nel mezzo del bosco che vedevo dalla finestra) mi sono messa in ascolto.
La visita fatta il primo giorno e la vicinanza fisica di Auschwitz e Birkenau, con il loro carico di angoscia e di orrore, mi hanno lasciato una sottile inquietudine e melanconia per l’intera settimana; il percorrere quotidianamente la strada davanti a questi luoghi poi, non aiutava certamente a staccare il pensiero.
Ero lì, camminavo in silenzio fra quei viali e il filo spinato mi si conficcava nel cuore; e pensavo a quanti piedi, quante vite, quante lacrime avevano sfiorato quel suolo.Un immenso e disperato  grido di dolore è ancora impregnato nelle pietre e nei fili d’erba di quei tragici luoghi.
Sono però convinta che in mezzo alla crudeltà e alla follia umana hanno attecchito anche sentimenti buoni, di carità, di solidarietà, di fede, di amicizia.
La vita di San Massimiliano Kolbe non è stata sacrificata invano; egli ci ha dato esempio di un amore totale, un amore per la sua fede e per i fratelli che ha confortato, aiutato e accompagnato fino a che ha potuto.
L’amore ha superato ogni orrore, ha mantenuto in vita la speranza.
La sua cella, nel blocco 11, è ancora lì a ricordarci che l’unico antidoto all’odio è sempre e soltanto l’amore.

 

Nunca olvidare’

Agosto 2018:  Pellegrinaggio di un gruppo argentino nei luoghi di san Massimiliano Kolbe 

– Porterò sempre nel mio cuore e nella mia mente i momenti vissuti in questi giorni di pellegrinaggio, condivisi con il gruppo. L’emozione profonda provata nel conoscere il luogo di sofferenza e offerta di padre Kolbe, ad Auschwitz, qualcosa che a parole non si può esprimere…

– Conoscevo brevemente la vita di san Massimiliano, però no il dolore che aveva sperimentato, la sua fede e il dono di se stesso, mentre aiutava tutte le persone senza distinzione di razza e religione. Mi ha impressionato tanto. Tutti noi conosciamo la sofferenza però andare e vedere un luogo così è molto diverso…

– Ringrazio Dio per aver conosciuto in questo viaggio i passi di Kolbe. Ci si sente così piccoli di fronte a questi eventi. Abbiamo pregato la Via Crucis nei campi di concentramento dove c’è stato tanto dolore, dove Massimiliano ha offerto la sua vita per un padre di famiglia. Quanto fortezza spirituale doveva avere. E’ stato per me un viaggio indimenticabile, fatto insieme, diventa un impegno a crescere nella fede….

– Ritorno in Argentina con il cuore pieno di gratitudine. Ho conosciuto finalmente i luoghi dove ha vissuto padre Kolbe, dove ha camminato, lavorato, sofferto e dove è morto. Com’è importante il messaggio che ci ha lasciato, adesso lo sento più vicino. Ritornerò a leggere la sua storia, cercherò di imitare il suo esempio…

Gracias a todos por este don.

 

Il giorno fortunato

La storia incredibile di Klara Marcus, sopravvissuta a 3 campi di concentramento: Dachau, Ravensbruck, ed Auschwitz.

Klara Marcus, il nome della donna che, originaria della Romania, ha voluto raccontare la sua esperienza all’interno del campo di concentramento di Auschwitz.

Una testimonianza diretta e, al contempo, agghiacciante che permette di ripercorrere gli anni più bui della storia dell’umanità; anni in cui la “diversità” era simbolo di imperfezione e impurezza; anni che hanno scritto parte della storia mondiale, i quali narrano le inaccettabili, condannabili e deplorevoli azioni compiute illogicamente dagli uomini che sottostavano alle direttive di un uomo spregevole, abietto e ignobile.

Quella che vi raccontiamo è la storia incredibile di una donna che, nonostante le angherie e i soprusi subiti fisicamente e moralmente, ha avuto la forza di andare avanti (senza la sua famiglia), creandosene una nuova, riuscendo a sopravvivere a tre campi di concentramento: Dachau, Ravensbruck e Auschwitz.

Ecco la sua preziosa testimonianza,raccontata al tedesco Bild, in merito alle vicende e alle barbarie che segnarono il periodo della Seconda Guerra Mondiale: “Oggi è il tuo giorno fortunato”, questo è ciò che, inizialmente, rammenta Klara Marcus; ciò che le SS le dissero quando la fecero uscire viva (assieme ad altre donne) da una camera a gas di uno dei più grandi campi di concentramento costruiti, quello di Auschwitz.

Quando ci hanno fatto entrare e hanno aperto il gas, si sono accorti che era finito. Una delle guardie ha scherzato dicendo che era il nostro giorno fortunato perché ne avevano già uccisi talmente tanti che non era rimasto gas per noi. Quel giorno Dio mi stava guardando”.

La donna, costretta a entrare nella camera a gas, pesava solo 32 Kg e, fortunatamente, da quel momento riuscì a trovare la forza di fuggire da quell’inferno e tornare nella sua patria, dove, seppur senza più una famiglia, trovò il coraggio e la determinazione di ricostruirsi una nuova vita assieme a colui che, poi, sarebbe diventato il suo compagno di vita, suo marito.

Quel giorno ho capito che non avevo veramente nulla da perdere”, commossa racconta a un rappresentante del governo romeno, Anton Rohian, il quale si recò presso la sua abitazione per farle visita per congratularsi con lei. “In questa storica occasione”, proferisce Rohian, “Ho portato una bottiglia di champagne, un mazzo di fiori e un attestato di onorificenza per ringraziare la signora Marcus per essere tornata a Marumares dopo tutto quello che ha attraversato nella sua vita”.

Le lacrime di una storia vissuta, il volto e gli occhi di chi ha vissuto la disperazione sulla propria pelle; il coraggio di una donna che ha continuato a lottare per amore e per amare, perché, nonostante l’odio, il bene supremo vince su tutto!

Risultati immagini per klara Marcus

http://www.lavoceditaranto.com/speciale-shoah-la-storia-di-klara-sopravvissuta-ad-auschwitz-perche-era-finito-il-gas/

Le Croci

Auschwitz: sono state trovate delle croci incise, che sembrano chiedere pietà agli aguzzini nazisti e affidavano l’ultimo respiro delle loro vittime al Cristo sofferente, sulle pareti dei padiglioni del campo di concentramento più tristemente noto, per avere ospitato tanti orrori.

Anche San Massimiliano Maria Kolbe (e, come lui, tanti altri cristiani) sostò tra quelle mura, completamente in balia della crudeltà dell’uomo, che voleva arrogarsi il diritto di cambiare la storia, trucidando coloro che -a dire di Hitler- non dovevano farne più parte.
Così, le stanze di Auschwitz, oggi adibite a musei degli orrori, mostrano i resti del genocidio, poiché conserva gli oggetti di cui i soldati nazisti privavano i loro prigionieri.

Li privavano anche della dignità, riducendone il valore a “nulla”. Anche i loro capelli venivano conservati -quelli rasati dalla loro testa, prima della prigionia- perché potessero servire -forse- all’industria tessile tedesca.
Nei padiglioni di Auschwitz ci sono anche quei capelli! Attraversando le stanze, si possono immaginare le urla di disperazione delle donne, dei bambini, degli uomini che, ad Auschwitz come altrove, scendevano a flotte dai treni per la loro ultima tappa terrena.
Ad attenderli, le camere a gas, i forni crematori o -se andava bene- i lavori forzati, poco nutrimento e tanta fatica, fino a morirne.

E sulle pareti, testimoni di quelle atrocità, si scorgono anche delle le croci, incise con materiale di fortuna, ultimo appello al Salvatore, alla giustizia, alla pace.
Qualcuno ha raffigurato persino il Cuore di Gesù e quelle immagini sacre sembrano voler dire che ovunque sovrabbondi la cattiveria umana, il male non prevarrà, se Dio è con noi a darci forza e sostegno, se lo si invoca nel momento ultimo della nostra esistenza, se con fede crediamo che, dall’altra parte della morte, ci sia lui ad attenderci a braccia aperte.
Quante persone ad Auschwitz, proprio come Padre Kolbe, dovettero subire torture terribili. Oggi, ricordano al mondo che la discriminazione è inumana.

Antonella Sanicanti

 

tratto dal blog: https://www.lalucedimaria.it/auschwitz-croci-incise/amp/

 

 

 

Un mondo di fiabe

La bellezza che sa sbocciare anche in mezzo all’orrore, inaspettatamente, è una forma di resistenza alla realtà, un fiore raro e quindi prezioso. E la bellezza, struggente delicata e inattesa, ha saputo fiorire anche ad Auschwitz…

Le favole di Auschwitz (2009) è un volume edito dal Museo Statale di Auschwitz-Birkenau a cura di Mariusz Banachowicz e Jadwiga Pinderska-Lech.
Sono il frutto dell’opera illegale di alcuni prigionieri polacchi che lavoravano negli uffici del cosiddetto Bauleitung, l’amministrazione edilizia del lager dove venivano vagliati i piani di ampliamento del campo.
Un estratto dal volume “Di tutto ciò che vive”:

 

A mio figlio

Non conto i pensieri che verso te migrano
Piccolo amico mio, figlio lontano
Si potrebbero forse contare le onde che cullano
Di continuo una nave in un battibaleno?
A te penso come a un fresco mattino
Di tanto tempo fa dove di pini v’era una foresta
Ricordo stradine e sentieri, tracce del nostro comune cammino
E le parole simili allo scatto di una bianca colomba che a volare s’appresta
E la tua anima, figliolo, rammento
Che mai dall’infamia è stata macchiata
E i giorni delle tue emozioni e del tuo sentimento
Son per me ricordi di un’aurea ballata
Ahimè, non comprenderai forse questi discorsi confusi
Tutto ti canta di questi suoni la melodia
Ed essi sono nel mio cuore racchiusi
Quanta tristezza e nei suoi soffi la malinconia

tratto da: https://www.agiroergosum.com

Ricordi azzurri

“Prima di essere professionisti nel mondo del pallone, i calciatori sono soprattutto uomini”. Anche il mondo del calcio è stato in visita ad Auschwitz con la nazionale italiana nel 2012 e quella under 21 nel 2017. Alcune testimonianze del loro passaggio:

Li ho accompagnati e abbiamo condiviso piu’ di due ore nel piu’ grande cimitero del mondo, cimitero particolare in quanto senza tombe. Una bella esperienza con ragazzi giovani e molto interessati. Non e’ stata una visita “dovuta” o di “facciata”, in loro ho visto il desiderio di capire il perche’ l’uomo e riuscito ha fare questo ad altri uomini, la voglia di farsi accompagnare nell’orrore umano lasciandosi andare alle emozioni da trasformare poi in voglia di conoscenza. Nei loro occhi e nelle loro espressioni ho rivisto i tanti ragazzi che ogni giorno guido in questo luogo.

Indipendentemente da dove provieni, chi sei e cosa fai nella vita, il Campo di Auschwitz e la sua tragica storia ti portano allo stesso livello emozionale…

La domanda e’ sempre la stessa:”Come e’ potuto accadere?”.

Dal blog di Michele la guida italiana di Auschwitz: https://www.guida-auschwitz.org/2017/06/20/la-visita-ad-auschwitz-con-la-nazionale-italiana-under-21/

 

Dopo un’ora di visita al museo del lager, il commissario tecnico Prandelli, i giocatori e i dirigenti hanno sostato in silenzio per alcuni attimi di fronte al muro dove venivano eseguite le condanne a morte.  Il portiere Buffon ha deposto una corona di fiori bianco-rosso-verdi. Ciascun giocatore ha posato un lumino in memoria dei morti. “Per noi è stata un’esperienza molto toccante, è stato importante venire qui per ricordare e testimoniare, nella consapevolezza che tutto quello che è accaduto non si deve mai più ripetere”, ha detto il difensore della Juventus Chiellini. “Sono contento di vedere qui tanti ragazzi, tante scolaresche, è giusto che sia così per fare in modo che anche le generazioni future possano provare questa esperienza. Bisogna comunicare la lotta contro ogni discriminazione razziale e contro ogni atrocità commessa”.

tratto da: http://www.deportati.it/news/ausch_nazionale/

A mio fratello

La lettera che Guido Bergamasco, 21 anni, studente ebreo deportato ad Auschwitz, anno 1942 scrisse a suo fratello nel campo di Auschwitz.

Caro fratello, quanto vorrei spedirti questa lettera, ma purtroppo non mi è possibile. Posso solo scriverti, sperando che un giorno, in qualche modo, questo pezzo di carta straccia arrivi in mano tua e tu possa sapere che io sto bene.
Quando arrivi qui, come prima cosa, ti spogliano. Ti portano via i vestiti, l’orologio, i documenti, le foto. Poi ti rasano i capelli, a zero. Li ammassano in grandi mucchi, così fanno anche per le scarpe, i giocattoli dei bambini.
Ti privano di ogni cosa, ogni oggetto, seppur di poco valore, che abbia impresso qualcosa di quello che sei tu, o della persona che eri prima di entrare qui. Lo fanno perché chi è deportato in un campo di concentramento non può avere ricordi, anche il ricordo dei familiari viene schiacciato dall’esigenza di sopravvivere.
Poi consegnano ad ognuno una specie di pigiama, una tuta a righe bianche e blu, che diventerà il tuo unico abito, e infine ti assegnano un numero. 16924, questo è il mio. Sembra impossibile quanta gente sia rinchiusa qua dentro….
Sono ormai 4 mesi e 13 giorni che mi trovo ad Auschwitz, e sono vivo. Forse è solo fortuna oppure qualcuno lassù crede che io sia destinato a sopravvivere e a raccontare questo ai miei figli.
Qui, dove mi trovo, all’entrata c’è una scritta: “Arbeit macht frei” che in tedesco vuol dire “il lavoro rende liberi”. E’ la prima cosa che ho visto quando sono entrato qui e non mi rimane che aggrapparmi a questo, sperare di guadagnarmi la libertà, in qualche modo, lavorando sodo. A volte preferisco pensare che le persone che sono andate a morire è perché non si sono impegnate abbastanza, non hanno lavorato al massimo delle loro capacità. A volte raccontarsi delle piccole bugie aiuta ad andare avanti.
Non voglio lasciare che le fiamme brucino anche la mia Fede, voglio credere, e sperare, perché è tutto quello che mi rimane.
Spero che dovunque ti trovi, tu stia bene.
Ci rivedremo presto, ne sono sicuro.
Ti voglio bene.

tratto da: http://bookblog.salonelibro.it/lettera-di-guido-bergamasco-21-anni-studente-ebreo-deportato-ad-auschwitz-anno-1942/

Il valore dell’amicizia

Può nascere l’amicizia in un campo di concentramento? Il pensiero di Piero Terracina, ebreo italiano sopravvissuto ad Auschwitz.

L’amicizia fa parte dei grandi valori della civiltà. Si dice: chi trova un amico trova un tesoro. L’amicizia è qualcosa che va oltre; con l’amico c’è sostegno, c’è condivisione, c’è affetto, si vivono insieme i momenti importanti della vita. Per ragioni anagrafiche, dei miei amici di quando ero giovane, non c’è rimasto nessuno e ogni perdita è stata un grande dolore. Ma ho avuto la fortuna di trovare nelle associazioni che frequento, nelle scuole e ovunque vado a portare la mia testimonianza di ex deportato, nuovi amici che nel tempo si sono dedicati all’ insegnamento e si rivolgono a me per fare ascoltare ai loro studenti la testimonianza di deportato ad Auschwitz che loro hanno ascoltato anni prima. E inoltre, si rimane sempre in contatto, tanto più facile oggi che c’è la posta elettronica, ma spesso vengono a trovarmi a casa.

Tutto questo dà sapore alla mia vita…

Risultati immagini per l'amiciziaLe amicizie ad Auschwitz e negli altri lager nascevano ma si perdevano anche in breve tempo: prigionieri deperiti (ma in poco tempo tutti lo eravamo) mandati a morire per far posto ai nuovi arrivati L’amicizia con Sami dura da una vita. Conobbi Sami nei primi giorni di settembre 1944. Insieme ad altri prigionieri era stato trasferito nel blocco 29 dove ero io. Si era fatto posto in quel blocco perché alcuni giorni prima, di sera al ritorno dal lavoro, era stata chiamata una selezione e una parte dei prigionieri era stata mandata a morire. Vidi questo ragazzo, Sami, che parlava italiano, ma con un accento che non conoscevo. Mi avvicinai e iniziammo a parlare. Mi parlò della sua famiglia, che era arrivato col papà e con la sorella da Rodi ma che all’improvviso si era ritrovato solo. Legammo subito, evidentemente avevamo bisogno uno dell’altro. Eravamo nella stessa baracca e quindi era più facile incontrarci. E parlavamo molto della sua vita a Rodi e della mia a Roma, di quando eravamo liberi. Ricordo che difficilmente parlavamo delle nefandezze a cui avevamo assistito nel lager; parlavamo della vita di prima, magari di una storiella o anche una barzelletta. Dovevamo in qualche momento e in qualche modo uscire dal lager e l’unico modo per farlo era quello. Era così nata un’amicizia davvero forte, posso dire che avevamo bisogno uno dell’altro. Con Sami fummo liberati insieme dall’armata rossa. Fummo insieme trasferiti prima a Katowice e poi a Gliwice. Stavo molto male; svenni. Dei militari sovietici mi caricarono su un carretto trainato da un cavallo e mi portarono in un ospedale da campo improvvisato nelle retrovie del fronte di guerra. Appena fu possibile, fui trasferito in un ospedale a Lvov (Leopoli) e da lì in un sanatorio a Sochi, ai piedi del Caucaso. E con Sami ci perdemmo di vista. Soltanto molti anni dopo, apparsi in un programma della televisione italiana. Sami mi riconobbe ed urlò: “Selma, vieni a vedere, in televisione c’è Piero. E’ vivo!” Così ci siamo rincontrati e la nostra amicizia è forte come allora. Quando abbiamo l’occasione di nominarci Sami dice: “mio fratello Piero” e altrettanto dico io: “mio fratello Sami”.

Risultati immagini per sami e piero terracina

tratto da: http://www.progettomemoria.info/core/wp_content/uploads/2017/10/amicizia_piero-terracina.pdf

Ilse Weber, la poetessa e musicista di Auschwitz

La storia di Ilse Weber, poetessa e musicista ebrea, che scelse volontariamente la deportazione per non abbandonare i quindici bambini a lei affidati.

…assieme al marito e al figlio più piccolo Tomáš, fu rinchiusa nel ghetto di Praga e successivamente, nel febbraio del ’42, deportata a Terezin (Theresienstadt) “il ghetto modello” da cui partivano i trasporti per Auschwitz, dove gli ebrei venivano sterminati. A Terezin Ilse fece l’infermiera ‘nell’ospedale’ dei bambini, creando per loro e per gli altri prigionieri poesie e canzoni che accompagnava suonando il liuto e la chitarra. Una sua poesia suscitò violente reazioni da parte delle SS, senza fortunatamente che Ilse ne fosse individuata come autrice. Un’altra, ‘Lettera al mio bambino’, indirizzata al figlio lontano, fu tradotta e pubblicata nel 1945 in Svezia e Hanuš poté così leggerla. Ilse Weber lavorava come infermiera per i bambini del campo, facendo tutto il possibile per i piccoli pazienti senza l’aiuto di medicine che erano proibite ai prigionieri ebrei. Ha scritto circa 60 poesie-canzoni- ninne nanne durante la sua permanenza a Terezin e per alcune di queste ha scritto anche la musica. Quegli scritti sono ora diventati patrimonio comune dell’umanità. Erano parole di conforto e di speranza per i detenuti che le imparavano a memoria e vi si aggrappavano; luce nel buio profondo di quel Lager che la storia ricorderà come il Lager dei bambini. Sono ninne nanne, filastrocche, poesie, canzoni, nate nelle notti insonni che Ilse passava in infermeria accanto ai piccoli malati, dopo le lunghe giornate trascorse ad accudirli con lo stesso amore che avrebbero avuto le loro madri. Molte delle sue composizioni, cariche di struggente nostalgia, sono dedicate a Hanuš; altre ai bambini di Theresienstadt; altre ancora ci raccontano ciò che provava, vedeva e viveva all’interno di quell’inferno quotidiano. Nel 1944, il marito fu per primo deportato ad Auschwitz dove riuscì a sopravvivere ma poco prima di partire era riuscito a seppellire sotto terra, in tutta fretta, nel capanno degli attrezzi, le poesie e le canzoni che la moglie aveva composto nei due anni di permanenza a Terezin.

tratto da: http://www.sguardididonna.it/vocedonna/contatti.htm