Testimone della verità

“Il cammino dei santi ci invita a scoprire le meraviglie d’amore di Cristo da loro sperimentate” (padre Raffaele di Muro).

Edith Stein – Santa Teresa Benedetta della Croce (tratto dall’articolo di Riccardo Maria Formicola).

… La sua santità non può comprendersi se non alla luce di Maria, modello di ogni anima consacrata, suscitatrice e plasmatrice dei più grandi santi nella storia della Chiesa. Beatificata in maggio (del 1987), dichiarata santa in ottobre, entrambi mesi di Maria: si è trattato soltanto di una felice quanto fortuita coincidenza?

C’è in realtà un “filo mariano” che si dipana in tutta l’esperienza umana e spirituale di questa martire carmelitana. A cominciare da una data precisa, il 1917.  Per Edith il 1917 è invece l’anno chiave del suo processo di conversione. L’anno del passo lento di Dio. Mentre lei, ebrea agnostica e intellettuale in crisi, brancola nel buio, non risolvendosi ancora adecidere per Dio”, nella Città Eterna il francescano polacco Massimiliano Kolbe con un manipolo di confratelli fondava la Milizia dell’Immacolata, un movimento spirituale che nel suo forte impulso missionario, sotto il vessillo di Maria, avrebbe raggiunto negli anni a venire il mondo intero per consacrare all’Immacolata il maggior numero possibile di anime. Del resto – e come dimenticarlo? – quello stesso 1917 è pure l’anno delle apparizioni della Madonna ai pastorelli di Fatima. Un filo mariano intreccia misteriosamente le vite dei singoli esseri umani stendendo la sua trama segreta sul mondo. Decisiva per la conversione della Stein al cattolicesimo fu la vita di santa Teresa d’Avila letta in una notte d’estate. Era il 1921, Edith era sola nella casa di campagna di alcuni amici, i coniugi Conrad-Martius, che si erano assentati brevemente lasciandole le chiavi della biblioteca. Era già notte inoltrata, ma lei non riusciva a dormire.  Racconta: “Presi casualmente un libro dalla biblioteca; portava il titolo “Vita di santa Teresa narrata da lei stessa”. Cominciai a leggere e non potei più lasciarlo finché non ebbi finito. Quando lo richiusi, mi dissi: questa è la verità”.  Aveva cercato a lungo la verità e l’aveva trovata nel mistero della Croce; aveva scoperto che la verità non è un’idea, un concetto, ma una persona, anzi la Persona per eccellenza.

Dio esiste e la prova è l’universo

Medicina tra scienza e fede: a confronto i pensieri di due importanti personaggi del nostro secolo: il medico Umberto Veronesi e il fisico prof. Antonino Zichichi.

Dopo Auschwitz, il cancro è la prova che Dio non esiste”, Veronesi l’oncologo del dolore dice che “diventa molto difficile identificarlo come una manifestazione del volere di Dio. Ho pensato spesso che il chirurgo, e soprattutto il chirurgo oncologo, abbia in effetti un rapporto speciale con il male. Il bisturi che affonda nel corpo di un uomo o di una donna lo ritiene lontano dalla metafisica del dolore. In sala operatoria, quando il paziente si addormenta, è a te che affida la sua vita. L’ultimo sguardo di paura o di fiducia è per te. E tu, chirurgo, non puoi pensare che un angelo custode guidi la tua mano quando incidi e inizi l’operazione, quando in pochi istanti devo decidere cosa fare, quando asportare, come fermare un’emorragia”. Allo stesso modo di Auschwitz, per me il cancro è diventato la prova della non esistenza di Dio. Come puoi credere nella Provvidenza o nell’amore divino quando vedi un bambino invaso da cellule maligne che lo consumano giorno dopo giorno davanti ai tuoi occhi? Ci sono parole in qualche libro sacro del mondo, ci sono verità rivelate, che possano lenire il dolore dei suoi genitori? Io credo di no, e preferisco il silenzio, o il sussurro del “non so”.

Secondo il fisico invece “la speranza all’uomo del terzo millennio, solo la scienza e la fede possono darla. Questa speranza ha due colonne. Nella sfera trascendentale della nostra esistenza la colonna portante è la fede. Nella sfera immanentistica della nostra esistenza la colonna portante è la scienza. Noi siamo l’unica forma di materia vivente dotata della straordinaria proprietà detta ragione. La scienza ci dice che non è possibile derivare dal caos la logica che regge il mondo, all’universo sub-nucleare all’universo fatto con stelle e galassie. Se c’è una logica deve esserci un Autore”. Secondo Zichichi “la follia politica ha causato milioni di vittime innocenti. Auschwitz e cancro sono due esempi di tragiche realtà. Una dovuta alla follia politica del nazismo, l’altra alla natura. Perché Dio non interviene per evitare il ripetersi di tante tragiche realtà? Se la nostra esistenza si esaurisse nell’immanente, il discorso sarebbe chiuso qui. Immanente vuol dire tutto ciò che i nostri cinque sensi riescono a percepire. Questi nostri cinque sensi sono il risultato dell’evoluzione biologica. C’è però un’altra forma di evoluzione che batte quella biologica: l’evoluzione culturale. L’evoluzione biologica della specie umana non avrebbe mai portato l’uomo a scoprire se esiste o no il supermondo, come facciamo al Cern. Né a viaggiare con velocità supersoniche. Né a vincere su tante forme di malattia che affliggevano i nostri antenati. La nostra vita media ha superato gli 80 anni e le previsioni vanno oltre i cento anni, grazie alla scoperta che il mondo in cui viviamo è retto da leggi universali e immutabili. Nel “libro della natura”, aperto poco meno di quattro secoli fa da Galileo Galilei, mai una virgola è stata trovata fuori posto”.

(articolo tratto da ilfattoquotidiano.it)

Una luce nel buio dei cuori

Testimonianza di Francesca Martinelli, ospite estiva delle missionarie della comunità di Harmeze in Polonia.

E’ stato un dono grande e inaspettato che il Signore mi ha fatto, perché questa esperienza oltre ad essere stata bellissima, mi ha permesso di riflettere su alcuni aspetti del mio cammino. Nei momenti di preghiera ho chiesto a san Massimiliano di aiutarmi a capire cosa significa offrire la propria vita fino al punto di andare a morire al posto di uno sconosciuto. E ho capito ciò solo quando ho visitato il campo di sterminio di Auschwitz – Birkenau e ascoltato delle torture subite dai prigionieri, ho visto l’opera di spersonalizzazione operata sulle menti e i corpi con lucida e sistematica crudeltà. Opera che portava il prigioniero a cadere nello stato più basso di degrado psicologico e morale fino a perdere ogni connotato di umanità e dignità. Ho compreso allora tutta la forza di quel gesto di offerta. Lì dove le persone diventano bestie e cadono in una spirale di violenza e di lotta alla sopravvivenza, il gesto di san Massimiliano è stata una luce che ha rischiarato il buio dei cuori.

Insieme alle missionarie abbiamo ripercorso la sua via crucis, il momento in cui si è staccato dalla fila degli altri prigionieri dirigendosi verso il comandante delle SS, quei lunghi, interminabili passi, sfidando la paura e il rischio di venire ucciso sul colpo, per chiedere di fare uno scambio, di andare lui a morire al posto di uno dei prigionieri scelti quella mattina per vendicare il torto dell’evasione di un fuggitivo. 14.08.15 Auschwitz (22)Siamo poi entrate nel blocco 11, e percorrendo il lungo corridoio dove si trova il tribunale riservato ai dissidenti politici e a tutti coloro che erano accusati di complottare contro il regime, siamo entrate per qualche minuto nella cella in cui è stato ucciso. Vedere quel bunker di dimensioni così ridotte, dove si prova un angoscia mortale e dove lui invece, senza acqua ne’ cibo, ne’ alcuna fonte di luce, ha continuato a dare forza e coraggio agli altri prigionieri, tenendo desta la speranza con canti e preghiere, mi ha fatto comprendere ancora di più quanto la sua offerta sia stata un atto veramente eroico. In quel luogo di morte in cui ci si dimentica di essere uomini, lui ha invece ricordato che la legge dell’amore è più forte dell’odio. L’odio alimenta altro odio in una spirale senza fine, non genera nulla ma è destinato per sua stessa natura ad autodistruggersi. Solo l’amore è forza creativa.Le ceneri di padre Kolbe sparse dal forno crematorio sono state come “fertilizzante” che ha fatto germogliare semi di santità in ogni parte del mondo, che ha generato per contagio altre anime con la sua stessa sete missionaria.

Allora la vita trova senso solo nella logica di offerta di cui ci parla il suo modo di donarsi fino alla fine: senza sconti, senza misura. Come Dio che non ha annullato il male, l’ha preso su di sé, si è identificato nel dolore di quei prigionieri e ha vissuto nei loro corpi torturati, violati. Chi va in visita ad Auschwitz non può e non deve dimenticare che quel male è un monito per ricordare fino a quali atrocità si può spingere il cuore dell’uomo quando persegue strade di odio e di violenza.Come è scritto in una targa in cui è riportato il pensiero di Primo Levi, lo scrittore ebreo deportato e sopravvissuto ad Auschwitz: “E’ accaduto, perciò può accadere di nuovo, questo è il messaggio più importante che dobbiamo trasmettere”. Auschwitz è come un marchio indelebile impresso nella mente e nella memoria che insegna a tutti noi l’importanza di testimoniare per non dimenticare.Padre Kolbe è stato un testimone autentico di quella speranza che nasce da una vita donata per un ideale. Imparare a donarsi, imparare come si fa a morire per l’altro, è sperimentare già da ora, su questa terra, cos’è l’eternità.

Un’emozione da rivivere

Mattia, giovane di 28 anni, pellegrino del viaggio spirituale in Polonia, ci racconta i motivi che l’hanno spinto a ripetere nuovamente il pellegrinaggio per la terza volta.

11888083_530939593727058_8442596005869871340_nAnche quest’anno ho sentito l’esigenza di tornare in Polonia, nella terra di san Massimiliano Kolbe; dopo i miei due viaggi precedenti sono rimasto emozionato da questa terra e dai luoghi che ho visto, per questo ho voluto ripetere nuovamente questo pellegrinaggio.
Ogni giorno è stato intenso: sveglia al mattino presto e partenza per un luogo differente. Il 14 agosto è stato sicuramente uno dei giorni più significativi, essendo dedicato alla visita di Auschwitz e Birkenau. 
Per la terza volta ho avuto l’occasione di vedere il campo di concentramento di Auschwitz e in particolare ricordo che mi sono chiesto ancora come abbia potuto spingersi a tanta cattiveria l’essere umano durante quel periodo storico, un periodo avvenuto meno di un secolo fa. Eppure, proprio in quel luogo, un uomo diede la sua vita per salvarne un’altra, dimostrando che anche in un ambiente dove sembrava che Dio fosse completamente assente non c’era solo odio ma anche amore; san Massimiliano, col suo gesto pieno di coraggio, ha dato un segno di speranza per l’umanità. Abbiamo avuto la possibilità di entrare nella cella dove venne ucciso e di fare un giro intorno ad essa; proprio ora penso a quanto sia stato grande l’amore che san Massimiliano nutriva verso Dio e verso la Madonna e al quale tutti noi dovremmo lasciarci abbandonare per poter dare testimonianza dell’amore nella nostra vita.    

Anche la visita a Wadowice e alla casa natale di Giovanni Paolo II è stato un altro momento emozionante, soprattutto quando siamo entrati nella stanza dedicata ai suoi viaggi nel mondo, stanza in cui è presente anche la pistola il cui proiettile lo colpì nel 1981. Nonostante l’attentato egli ebbe il coraggio di perdonare il suo aggressore ed anche questo è un esempio importante di perdono per l’umanità e dovrebbe farci capire che, se non siamo capaci di perdonare le piccole cose, non potremo essere certo in grado di perdonare atti peggiori.
Quest’anno poi il gruppo è stato arricchito dalla presenza di tre ragazzi sordomuti e della loro interprete – Flora – che traduceva col linguaggio dei segni per loro. E’ stato bello vedere come, nonostante il loro problema, fossero sempre partecipi e ben integrati nel gruppo.
Spero davvero di poter tornare in questa terra meravigliosa e ringrazio le missionarie e tutti i presenti a questo pellegrinaggio.

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Fare memoria vuol dire…

papa… vengo quindi a inginocchiarmi a questo Golgota dei nostri tempi, a queste tombe in gran parte senza nomeAuschwitz è un luogo che non si può solamente visitare. In tale visita bisogna pensare con paura dove si trovano le frontiere dell’odio”.

(Giovanni Paolo II)

La Canzone del Bambino nel Vento Auschwitz (video con scene dal film La vita è bella)

Ma Cristo non poteva perdonare i nostri peccati con un sorriso?

Condividiamo la testimonianza di Mauricio Artieda (dal sito di Aleteia)

Inizio col dire che non ci troviamo di fronte a una domanda facile. Si è scritto molto sul tema e con questo articolo non pretendo di esaurire la ricchezza e la complessità di un problema teologico che ha affascinato – non senza qualche grattacapo – gran parte dei teologi cristiani fin dall’inizio del cristianesimo. Questo problema, ad ogni modo, non è patrimonio esclusivo dell’alta teologia, ma una domanda che potrebbe porre anche un bambino: “Papà, perché è morto sulla croce, non era forse Dio?”cruz

Cosa rispondereste se vostro figlio vi ponesse questa domanda? Ci avete mai pensato?

Ho letto molti libri sul tema, ma non vorrei compiere un percorso storico-teologico per cercare di offrire una risposta. È importante conoscere le argomentazioni e le ragioni che ci offre la teologia per illuminare la nostra ragione, perché dobbiamo aver chiaro fin dall’inizio che ci troviamo davanti a un mistero che probabilmente non arriveremo mai a comprendere completamente. Attenzione, per “mistero” non mi riferisco a una realtà incomprensibile e chiusa in sé; in termini cristiani, il mistero è una realtà che supera la capacità intellettuale umana ma che grazie alla Rivelazione è rimasta semiaperta, rivelando quanto basta per farci sapere che ciò che si nasconde è maggiore di ciò che si mostra, e che anche se possiamo addentrarci e arrivare a conoscere alcune delle sue pieghe, ogni conoscenza che si avvicina alla verità sarà sempre una Grazia e mai una conquista personale.

Detto questo – che era molto importante –, voglio raccontarvi un’esperienza personale che mi ha commosso profondamente e mi ha aiutato a farmi un’idea più chiara del senso della croce di Cristo. È avvenuta qualche mese fa quando ho avuto l’opportunità di conoscere Auschwitz, uno dei campi di concentramento nazisti più noti della II Guerra Mondiale. In quel luogo sono morti milioni di persone, per la maggior parte ebrei, ma anche cristiani e persone di altre religioni. Per chi non lo sapesse, lì è morto in modo eroico anche San Massimiliano Kolbe. continua a leggere...

La mia prima volta ad Auschwitz: pianto e preghiera

La testimonianza di Maria das GraçasVolontaria dell’Immacolata padre Kolbe brasiliana

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La mia prima visita al campo di concentramento di Auschwitz con la guida e altre persone è stato molto bella ma ho sentito il bisogno di ritornare alla cella del padre Kolbe da solaDesideravo stare lì, in silenzio e sentire più intensamente la sua presenza. Volevo ricordare il suo gesto, l’offerta totale, il suo sacrificio supremo, pensare alle sue ceneri che sparse nel campo di concentramento avevano trasformato quel posto di sofferenza e angustia in un luogo di pace e resurrezione. In quel momento, davanti alla sua cella, ho potuto conversare con lui, parlare della mia gioia di stare lì, sentendo la sua presenza. L’emozione è stata molto forte, sembrava che il mio cuore stesse per esplodere.

In quel momento ho pianto. Pianto e pregato. POLONIA 343Ho pregato per tutte quelle persone che, in un modo o nell’altro, mi hanno aiutata a conoscere e amare questo santo che un giorno ha trasformato radicalmente la mia vita. In quei pochi minuti di fronte alla sua cella ho fatto memoria di tutto ciò che avevo ascoltato sul suo conto: la sua debolezza causata dalla malattia, in contrasto con la sua forza interiore che ha reso meno pesante la sua sofferenza e il dolore dei suoi compagni prigionieri nel campo di concentramento.

Ho ricordato il suo gesto d’amore, la “trasformazione” della cella della morte in un luogo di preghiere e canti, sentivo dentro di me come un fuoco. Nella mia camera, al rientro al Centro di Harmęże, ho pianto. Sono passata più volte di fronte al campo di concentramento di Auschwitz, nel pomeriggio c’era sempre un tramonto meraviglioso.

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Ho pensato che migliaia di vite sono state sacrificate per risorgere alla vita, quella vera, dove non c’è più dolore. Ritorno in Brasile con questo fuoco d’amore che brucia nel cuore. Un fuoco che mi dà il coraggio di testimoniare a tutti che solo l’amore crea e salva l’uomo.

Maria das Graças Emidio Cera


Intervista a padre Raffaele di Muro

Padre Raffaele Di Muro, Ofm Conv., è direttore della cattedra Kolbiana al “Seraphicum” di Roma e Assistente Internazionale della “Milizia dell’Immacolata

Per il 2°anno consecutivo Lei è stato guida spirituale del pellegrinaggio in Polonia, oltre che pellegrino. Il suo donarsi agli altri, cosa lascia invece in Lei?

Hai usato la giusta espressione. Il donarsi lascia sempre qualcosa dentro. Cerco di donare ai fratelli che accompagno quanto ho nel cuore, la spiritualità di san Massimiliano e degli altri protagonisti della santità polacca, cerco di far comprendere che è davvero possibile e reale aspirare ad un cammino di perfezione cristiana. Il mio intento è quello di “disegnare” itinerari percorribili sulla base del vissuto dei santi che incontriamo. Ciò che a me rimane è la risposta dei pellegrini, le loro sensazioni e le risonanze che mi offrono. E’ meraviglioso contemplare quanto il Signore compie nei cuori di ognuno. Alla fine sono io ad essere il più ricco di tutti perché attingo all’esempio dei santi di cui parlo e a quello dei fratelli e delle sorelle che ho accompagnato.

Il fatto di ritornare nuovamente ad Auschwitz come è stato da Lei vissuto rispetto allo scorso anno? Quali sensazioni ha provato?

Quando si frequenta un luogo più volte subentra una certa abitudine o addirittura noia. Con Auschwitz non è così. Ogni volta che visito quei luoghi terribili il cuore cade nel silenzio e nella tenebra. Mi sento come sospeso, muto, con la preghiera che sgorga a fatica. Mi sento agghiacciato, sgomento, ma anche colpito dall’esempio dei martiri che, come Kolbe e la Stein, hanno fatto trionfare l’amore. Ciò che mi sconvolge è che l’umanità non ha ancora imparato a crescere partendo dagli orrori di Auschwitz. Dopo ogni visita è come se Kolbe mi dicesse: non c’è tenebra o dolore in cui l’amore non possa vincere.

Il 14 agosto è un giorno importante per Lei e per la Vs.Comunità. Trovarsi all’interno della cella proprio in questa giornata penso sia stata un’esperienza molte forte. Ci può dire qualcosa a riguardo?

Quest’anno abbiamo ricevuto il grande dono di sostare nella cella in cui Massimiliano è morto. Il cuore e la mente sono stati attraversati da fiumi di dolore. Anche in questo luogo Kolbe ha portato la speranza. Pensavo alla sua fede, alla sua vita, alla sua testimonianza. Pensavo al miracolo dell’amore avvenuto quel famoso 14 agosto. Mi sono detto: grazie, padre Massimiliano! Il tuo esempio mi dona forza nell’affrontare i momenti di prova in cui, anche per vicende irrisorie, perdo la pace. Aiutami a portare ovunque speranza e amore. Nella cella del martirio contemplavo l’Immacolata che ha accompagnato il santo polacco e suoi fratelli proprio come ha fatto con Gesù sul Calvario. Lei accompagna ciascuno sui Golgota della nostra vita.

Quest’anno avete anche celebrato la Messa in un posto particolare, ce ne può parlare?

Abbiamo celebrato la Messa in quella che è oggi una chiesa, ma che un tempo14.08.15 Parr.Brzezinka (7) era la caserma dalla quale partivano dalle SS gli ordini di morte. E’ stato un momento significativo. Un luogo di program-mazione di sterminio è oggi il trionfo dell’amore di Cristo. Lì dove venivano impartiti comandi terribili, oggi viene celebrato il sacrificio eucaristico. Anche in questo caso ho pensato: la carità di Cristo vince sempre e non c’è odio che possa fermarla. Non lasciamo che il nostro cuore sia invaso dal pessimismo e dallo scoraggia-mento al cospetto delle tragedie dell’umanità. L’amore vince sempre, ma noi dobbiamo dare il massimo contributo perché questo accada.

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Arrivederci al prossimo pellegrinaggio

Alcuni pensieri inviati alle Missionarie di Harmęże da alcuni partecipanti al “viaggio e spiritualità” 2015 in Polonia:

Debora,  Daniele  e  Mattia

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Ogni pellegrinaggio è sempre un DONO di Dio.
Gesù Buono insieme alla nostra Mamma carissima, non finiscono MAI di stupirci e di ricaricarci per ritornare al quotidiano con nuovo ardore e nuova consapevolezza.
La consapevolezza che possiamo essere, se lo vogliamo, anche noi, per tutti quelli che ci sono accanto, un dono d’amore, come lo è stato san Massimiliano Maria Kolbe.
La sua sofferenza, la sofferenza di tanti nei campi di sterminio, era perché coloro che venivano dopo, potessero essere felici… e “coloro” siamo noi.
Maria Pacilio

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… arrivederci a presto con lo spirito dei pellegrini di Auschwitz.
Czestochowa e Birkenau: il bene ed il male assoluto; non riesco a dimenticare i due luoghi assolutamente diversi tra loro ma opera entrambi dello spirito umano che può scegliere una parte o l’altra nell’assoluta libertà che il Padre celeste ci ha concesso…
Luigi e Simonetta

“Ci credi davvero?”

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Testimonianza resa da Edoardo Gniadek tratta dal libro Il Santo di Auschwitz di  Patricia Treece. “Dopo qualche giorno padre Kolbe fu messo nella nostra cella.Indossava l’abito francescano ed era senza barba. La presenza di padre Kolbe, così diverso da noi … Continua a leggere