Una luce nel buio dei cuori

Testimonianza di Francesca Martinelli, ospite estiva delle missionarie della comunità di Harmeze in Polonia.

E’ stato un dono grande e inaspettato che il Signore mi ha fatto, perché questa esperienza oltre ad essere stata bellissima, mi ha permesso di riflettere su alcuni aspetti del mio cammino. Nei momenti di preghiera ho chiesto a san Massimiliano di aiutarmi a capire cosa significa offrire la propria vita fino al punto di andare a morire al posto di uno sconosciuto. E ho capito ciò solo quando ho visitato il campo di sterminio di Auschwitz – Birkenau e ascoltato delle torture subite dai prigionieri, ho visto l’opera di spersonalizzazione operata sulle menti e i corpi con lucida e sistematica crudeltà. Opera che portava il prigioniero a cadere nello stato più basso di degrado psicologico e morale fino a perdere ogni connotato di umanità e dignità. Ho compreso allora tutta la forza di quel gesto di offerta. Lì dove le persone diventano bestie e cadono in una spirale di violenza e di lotta alla sopravvivenza, il gesto di san Massimiliano è stata una luce che ha rischiarato il buio dei cuori.

Insieme alle missionarie abbiamo ripercorso la sua via crucis, il momento in cui si è staccato dalla fila degli altri prigionieri dirigendosi verso il comandante delle SS, quei lunghi, interminabili passi, sfidando la paura e il rischio di venire ucciso sul colpo, per chiedere di fare uno scambio, di andare lui a morire al posto di uno dei prigionieri scelti quella mattina per vendicare il torto dell’evasione di un fuggitivo. 14.08.15 Auschwitz (22)Siamo poi entrate nel blocco 11, e percorrendo il lungo corridoio dove si trova il tribunale riservato ai dissidenti politici e a tutti coloro che erano accusati di complottare contro il regime, siamo entrate per qualche minuto nella cella in cui è stato ucciso. Vedere quel bunker di dimensioni così ridotte, dove si prova un angoscia mortale e dove lui invece, senza acqua ne’ cibo, ne’ alcuna fonte di luce, ha continuato a dare forza e coraggio agli altri prigionieri, tenendo desta la speranza con canti e preghiere, mi ha fatto comprendere ancora di più quanto la sua offerta sia stata un atto veramente eroico. In quel luogo di morte in cui ci si dimentica di essere uomini, lui ha invece ricordato che la legge dell’amore è più forte dell’odio. L’odio alimenta altro odio in una spirale senza fine, non genera nulla ma è destinato per sua stessa natura ad autodistruggersi. Solo l’amore è forza creativa.Le ceneri di padre Kolbe sparse dal forno crematorio sono state come “fertilizzante” che ha fatto germogliare semi di santità in ogni parte del mondo, che ha generato per contagio altre anime con la sua stessa sete missionaria.

Allora la vita trova senso solo nella logica di offerta di cui ci parla il suo modo di donarsi fino alla fine: senza sconti, senza misura. Come Dio che non ha annullato il male, l’ha preso su di sé, si è identificato nel dolore di quei prigionieri e ha vissuto nei loro corpi torturati, violati. Chi va in visita ad Auschwitz non può e non deve dimenticare che quel male è un monito per ricordare fino a quali atrocità si può spingere il cuore dell’uomo quando persegue strade di odio e di violenza.Come è scritto in una targa in cui è riportato il pensiero di Primo Levi, lo scrittore ebreo deportato e sopravvissuto ad Auschwitz: “E’ accaduto, perciò può accadere di nuovo, questo è il messaggio più importante che dobbiamo trasmettere”. Auschwitz è come un marchio indelebile impresso nella mente e nella memoria che insegna a tutti noi l’importanza di testimoniare per non dimenticare.Padre Kolbe è stato un testimone autentico di quella speranza che nasce da una vita donata per un ideale. Imparare a donarsi, imparare come si fa a morire per l’altro, è sperimentare già da ora, su questa terra, cos’è l’eternità.

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