Dolore, preghiera e raccoglimento

Proseguiamo con il ricordo lasciato alle Missionarie di Harmeze da parte di una pellegrina.

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Per la prima volta ho sentito che camminavo dall’altra parte del fiume.

Ringrazio il Signore, per quanto mi sentissi triste, angustiata, non potevo confrontare il mio stato d’animo con la sofferenza di quei fratelli che persero la loro dignità umana. Non so, che nome dare a quella terra??? Il campo di concentramento non è un cimitero (perché non ci sono state sepolture), non è un museo. Ho trovato un nome nel mio cuore: labirinto! Camminando, sotto un albero, ho incontrato due bastoncini, rugosi, storti, formavano una croce. Gesù, come è stato difficile caricare questa croce.

Dopo… l’incontro con il prigioniero e martire, san Massimiliano Kolbe, una presenza di amore, per ognuno di noi, che continua attraverso l’opera delle missionarie. Una luce che sta guidando il mio cammino.

Amen.

Una pellegrina ad Auschwitz, Fátima

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Luce della memoria

Samuel Bak: “Da essi si leva per noi una voce possente: non possiamo dimenticare quello che ha fatto l’uomo. Potrebbe riaccadere. Ma neppure possiamo ricordare solo ciò che ha fatto l’uomo: se morisse nel cuore la luce della fede e della preghiera, riaccadrà. Ricordiamo sì, l’antico dolore, ma per tenere desta in noi la memoria dell’Onnipotente. Fra gli edifici della morte ce ne sarà sempre uno in cui si custodisce fedele il fuoco della vita. E la speranza ci salverà”.         (fonte: Il Giornale)

Sul muro di una prigione hanno trovato scritto:

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Credo nel sole
anche quando esso non risplende.
Credo nell’amore
anche quando non lo sento.
Credo in Dio
anche quando tace.

 

Noi pellegrini ad Auschwitz. Perché?

Alcuni pensieri lasciati alle Missionarie di Harmęże da alcuni pellegrini 

Camminando tra quei fili spinati non potevo provare che orrore e non pensare che l’uomo, a volte, è “homini lupus” un lupo per l’uomo. Se lo chiamassi bestia, offenderei le bestie che non sono capaci di simili atti. Gli autori di tanta ferocia si possono perdonare? Soltanto pensando a san Massimiliano che ha dato la vita per un suo compagno di prigionia, si riesce a concedere e a pronunciare la parola “perdono”. Mi viene in mente che la storia non è come si dice “maestra di vita” visto che si continua a far la guerra, a seminare odio,divisioni, a costruire muri, recinti di filo spinato, a respingere i fratelli bisognosi. Costruiamo ponti di unione! Seminiamo amore!  N.N.

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…Alla desolazione, lui ha risposto con il conforto. Lì dove c’erano distruzione, terrore ed odio lui ha inneggiato alla vita e all’amore. Hanno creduto di poterlo privare della libertà ma lui ha dimostrato al mondo intero e alla generazioni future, che si può essere liberi anche in una cella buia. Kolbe è stato un uomo libero; libero da ogni dipendenza terrena, libero di esprimersi e di agire, di portare avanti la sua missione. Kolbe ci insegna che seguire il Cristo ci rende liberi. 

Giovanna

Il lungo viaggio

Le sorelle Andra e Tati Bucci, sopravvissute all’orrore di Auschwitz, sono tornate al campo insieme agli studenti, in occasione di un viaggio-studio organizzato dal Ministero dell’Istruzione in collaborazione con l’Ucei, per ripercorrere i luoghi dell’orrore della loro infanzia – le camere a gas, i crematori, le baracche e il muro delle fucilazioni – e raccontare le tappe dei loro 10 mesi nel campo dell’orrore.

«Entrare ad Auschwitz non è mai facile. Anche se sono passati 70 anni. Quando vedo da lontano la torretta, mi succede ogni volta, comincio a stare male. Ma vengo lo stesso ogni anno. Per non dimenticare. Poi, quando la visita finisce, ricomincio a respirare…

Il ricordo indelebile per entrambe è quello della nonna Rosa, 61 anni, che si mise a piangere e si gettò per terra, aggrappata ai cappotti di questi uomini «altissimi». Implorò i soldati di prendere lei. Di lasciare stare i bambini. Ma fu inutile. I nazisti li portarono via tutti – donne e bambini-, a bordo di un’auto «così grande che sembrava un carro armato». Iniziò un viaggio lungo quasi 1.000 chilometri. In treno, a bordo del convoglio numero 25T. Partirono da Fiume il 29 marzo. Arrivarono ad Auschwitz il 4 aprile. Con una fermata intermedia: laRisiera di San Sabba, il lager vicino a Trieste utilizzato dai nazisti per il transito, la detenzione e l’eliminazione di prigionieri politici e ebrei. Tati e Andra rimasero lì due giorni insieme alla famiglia. Poi il viaggio continuò fino ai lager diventati simbolo della Shoah. Paura? «No, non sapevamo ancora cosa volesse dire avere paura»…

Con la madre ebrea e il papà cattolico, le bambine erano figlie di una «coppia mista»... La strada della salvezza passò infine anche dai gesti della «kapò che si occupava del nostro blocco, che con noi era molto gentile», ricorda Andra. «Un giorno ci prese da parte e, senza spiegare perché, ci disse: “Domani vi chiederanno se volete rivedere la mamma, rispondete di no”. Dicemmo a nostro cugino Sergio di fare la stessa cosa. Ma lui non ci diede retta. Quando effettivamente ci fecero quella domanda, noi ubbidimmo. Lui invece fu portato ad Amburgo. Anche lì venivano fatti esperimenti sui bambini. Poco prima dell’arrivo degli alleati, i nazisti li drogarono, li impiccarono e bruciarono i loro corpi. Non lo vedemmo mai più»…

Rancore? Voglia di vendetta? «Sono sentimenti che non ci appartengono», spiega Andra. La vita è continuata. Il matrimonio. I figli. I nipoti. «Abbiamo avuto il coraggio di tornare ad Auschwitz solo nel 2005. E poi ci siamo venute sempre, anche più volte all’anno.Il 21 gennaio scorso è stata la 23esima». E promettono: «Finché le forze ce lo permetteranno, continueremo a tornare».

Andra e Tati

Il testo completo qui: http://www.corriere.it/reportages/cultura/2014/auschwitz/?refresh_ce-cp

Dalla voce di un bambino – 2° parte

cella san Max

Segue l’intervista a Michele, guida del Museo di Auschwitz…

4) Come spiegate alle persone che vengono a visitare i campi, il fatto che Padre Kolbe sia vissuto per così tanto tempo in quella cella?

Lo raccontano anche le testimonianze di alcuni ex prigionieri che San Massimiliano Kolbe per tutto il tempo pregava, aveva messo la sua vita nelle mani di Dio. E’ stato l’uomo con una iniezione di fenolo al cuore ad ucciderlo.

5) Puoi raccontarci le reazioni di chi prigioniero ad Auschwitz fa ritorno in questi posti e dirci che effetto fanno invece a te questi incontri e se ti lasciano qualcosa in particolare?

Conosco diversi ex deportati. Loro quando visitano il luogo rivivono ciò che è accaduto. Noi entrando in una baracca vediamo i letti vuoti, loro vedono le persone. Guardare i loro occhi pensando a quanto hanno visto fa rabbrividire. Il loro messaggio è quello che i nostri occhi non debbano mai vedere quanto i loro hanno visto. E’ un esperienza forte condividere la visita con un ex deportato, un valore aggiunto alla conoscenza e a livello personale. Il loro coraggio è di stimolo per me a fare sempre il meglio nella trasmissione della memoria. E certamente difficile dopo averli ascoltati trovare le parole giuste per raccontare.  Noi usiamo le parole – loro l’hanno vissuta.

6) Qualche domanda che ti hanno fatto, che ti ha particolarmente colpito e che ancora ricordi?

La visita al Campo di Auschwitz è consigliata a persone con età superiore ai 14 anni. Capita comunque che vengano anche ragazzi più piccoli. Ricordo in un gruppo un bambino di 7 anni che per tutta la visita è stato accanto ai genitori in silenzio, finita la visita mi è venuto accanto chiedendomi: “Perché gli adulti se sapevano che Hitler era cattivo l’hanno comunque seguito e gli hanno dato retta?”. La sua semplicità e riflessione mi hanno commosso.

 

Dalla voce di un bambino – 1° parte

foto mia auschwitzMichele A. – che da 5 anni vive in Polonia – è una delle guide – educatrici del Museo di Auschwitz (la Direzione considera così le guide dei Campi di sterminio).

A lui va il nostro ringraziamento per averci concesso questa intervista ed averci raccontato con passione la sua esperienza lavorativa.

 

1) Tu sei una delle guide di questi campi di concentramento. Da quanto tempo svolgi questa attività e cosa ti ha spinto a sceglierla?

Da 4 anni lavoro come guida al Museo di Auschwitz e mi ha spinto la passione verso questa pagina di storia o meglio verso questo fatto umano commesso da esseri umani identici a noi. Tento sempre di dare – meglio che posso – voce a chi non ha mai potuto parlare e raccontare.

2) Cosa ritieni più importante trasmettere a chi viene in pellegrinaggio o come vacanziere a visitare questi luoghi?

Sicuramente la visita in un Campo di concentramento e centro di sterminio e’ una condivisione di emozioni continua con i visitatori. La Memoria durante la visita e’ molto emotiva. Importante e’ far capire che quello che vediamo non e’ avvenuto per caso ma ci sono stati segnali e motivi (chiaramente sbagliati) che hanno portato a tutto questo. Un fatto commesso da esseri umani e come tale se avvenuto una volta puo’ capitare una seconda. La Memoria non e’ statica ma dinamica da rapportare al nostro presente e futuro. Non dobbiamo chiederci dove era Dio ad Auschwitz ma dove era l’uomo. Quanto accaduto e’ anche il risultato di quando l’uomo si allontana e vuole sostituirsi a Dio.

3) Tu credi? Secondo te si riesce a percepire la presenza di Dio in questi luoghi, in cosa o in quale luogo particolarmente?

Si, s14.08.15 Auschwitz (26)ono credente. La presenza di Dio si percepisce in ogni passo che noi facciamo in quel luogo perché in ogni nostro passo calpestiamo un luogo dove e’ morto l’uomo – la nostra umanità che si e’ allontanata da Dio. Si percepisce poi durante la visita alla cella nr. 18 nel blocco 11 ad Auschwitz 1 dove fu ucciso Kolbe. Raccontare, sentire la sua storia e vedere il luogo di morte dove con un grande gesto di umanità e amore San Massimiliano Kolbe ha donato la sua vita per un altro uomo e ha ripetuto: “Solo l’amore crea”.

 

… continua

Il difensore dei deboli

“Se comprendere è impossibile, conoscere è necessario.”   Primo Levi

Emanuele Properzi ti insegna come si pubblicizza un libro

Da questo mese arricchiamo il nostro blog proponendovi la lettura di un libro tra quelli che abbiamo inserito come “letture consigliate“…

Iniziamo con “il difensore dei deboli” un nuovissimo libro che racconta la straordinaria storia d’amore del Venerabile Teresio Olivelli (1916 – 1945), di Renzo Agasso – Domenico Agasso jr.

Recensione: Teresio Olivelli, cristiano, educatore, insegnante, militare. In questi e tanti altri “campi di battaglia” Teresio ha portato il Vangelo. Non fugge di fronte ai problemi o ai difficili avvenimenti che precedono la seconda Guerra Mondiale. Costretto prima – per scelta poi – entra nel movimento fascista solo per cercare di “lavorare” dentro a questa ideologia che vorrebbe “dichiararsi” cristiana, ma che propone ben altre cose. Teresio è saldo nella Fede e nei suoi principi cristiani e morali. Malvisto dentro al movimento fascista proprio per la sua coerenza al Vangelo, se ne allontana e continua la sua battaglia aderendo alle Fiamme Verdi, resistenza di impostazione cattolica che segue gli insegnamenti di Papa Pio XI. Uomo d’azione, ma soprattutto con un’intensa vita spirituale e di preghiera. Questo gli infonderà la forza nei momenti più duri degli ultimi periodi della sua esistenza.

Dal libro:9788821597343g_71971

  • “Mentre molti abbruttiscono nell’orrore del campo (il lager di Flossenburg), Teresio Olivelli indossa un’altra volta le sue armi, cioè il Vangelo, preghiera, carità. Promuove subito il rosario quotidiano, coinvolgendo sempre più compagni: la corona è un pezzo di corda con dei nodi. Guida le preghiere per i prigionieri morti…”. (pag.151)
  • “Si sarebbe potuto salvare. Conosceva il tedesco, avesse fatto soltanto l’interprete, lo avrebbero tenuto al loro servizio, con il cibo assicurato…. Avrebbe potuto, volendolo, condurre giorni comodi, solo se si fosse piegato come altri ad assecondare le SS e i capi blocco, eseguendo e facendo eseguire i loro ordini. Egli preferì sempre aiutare i compagni di prigionia, preferendo l’essere colpito che lasciar colpire”. (pag.153)
  • “Sa di andare incontro alla morte, come lo sapevano i primi cristiani perseguitati e uccisi di ogni tempo e di ogni luogo….Come il francescano polacco Maksymilian Maria Kolbe, che il 14 agosto 1941 si è fatto ammazzare al posto di un padre di famiglia nel più terribile dei lager: Auschwitz”. (pag.156)
  • “Il 17 gennaio 1945 il ventinovenne Teresio Olivelli muore con Cristo perchè gli altri possano vivere. Bastonato a sangue l’ennesima volta per aver soccorso un maltrattato, facendo scudo con il proprio corpo, finisce martire di carità in conseguenza di questa ultima letale percossa”. (pag. 163)
  • “…Era un santo! Ha dato la vita per noi! – Lo dicono subito i pochi superstiti dei campi di concentramento…”. (pag.167)

Buona lettura!

 

la speranza che va oltre la fine

… E così m’iscrive in Te la mia speranza, fuori di Te non posso esistere
quando innalzo il mio “io” sopra la morte svellendolo da un suolo di sterminio,
questo avviene perché esso sta in Te come nel Corpo
che dispiega la sua potenza sopra ogni corpo umano
e rinnova il mio “io”, cogliendolo da un suolo di morte
in figura diversa eppure tanto fedele,
dove il corpo della mia anima e l’anima del mio corpo ritornano a congiungersi
fondando sulla Parola, per sempre, la vita fondata prima sulla terra,
dimenticando ogni affanno, come al levarsi, nel cuore, d’un Vento improvviso
al quale nessun uomo vivente può resistere                                                         
né le cime dei boschi,  né in basso le radici che si fendono.                                  Il Vento mosso dalla Tua mano, ecco, diviene Silenzio …

  Giovanni Paolo II (clicca e ascolta l’ audio)

La speranza vive tra le macerie della vita…

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Ritrovati ad Auschwitz due oggetti d’oro appartenenti ad una vittima del campo. Erano in un sottofondo di una tazza smaltata che veniva usata dai prigionieri. La persona era consapevole che gli oggetti potessero essere rubati, ma nello stesso tempo nutriva la SPERANZA che potessero essere usati in futuro.

il portavoce del museo – tratto da: ansa –> clicca e guarda il video

Il cielo era il limite

“In un tempo in cui, pur essendo nella società delle immagini, non sappiamo più guardare” suor Maria Gloria Riva, attraverso la sua passione per l’arte, ci porta a conoscere, Samuel Bak pittore – superstite dell’Olocausto – che attraverso i suoi quadri ricorda le ferite impresse a lui ed al suo popolo.

 

Era uno dei 70.000 ebrei della città di Vilnius. Sono tornati in duecento e lui undicenne è stato tra i più fortunati perchè è potuto tornare  stringendo il braccio a sua madre, il tesoro più prezioso che gli fosse rimasto.  Impressiona guardare alcuni dipinti di Samuel Bak. Uno, dal titolo Il cielo era il limite, racconta di orsacchiotti, gioco intramontabile per i bambini di ogni generazione, che giacciono inermi come anelanti al cielo. L’orizzonte è precluso da un alto muro di mattoni e il brandello di cielo che lascia intravvedere si riflette drammaticamente in una tela, posta su un cavalletto rudimentale.  Quegli orsi di peluche sono la memoria dei bambini che non sono più. Essi suonano come denuncia e monito verso noi adulti che guardiamo…

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da Avvenire: Occhi aperti sulle “Auschwitz” dei nostri giorni (testo integrale) 

 

 

un solo atto di umanità genera il perdono

12745465_1107151065982610_1892225701237847509_nRudolf Höss, primo comandante tedesco del campo di Auschwitz compì un unico atto di umanità.

 

Un giorno portarono ad Auschwitz «un’intera comunità di gesuiti» tranne il superiore e questo, disperato, volle raggiungere i suoi confratelli intrufolandosi nel campo di concentramento. Le guardie lo scoprirono e lo portarono da Höss, certi che il comandante avrebbe ordinato la sua esecuzione. Invece il sacerdote fu liberato, lasciando le guardie sconcertate.
Quando la guerra finì Höss fu arrestato e condannato a morte per crimini contro l’umanità. Ma l’ex comandante non era terrorizzato tanto dalla morte quanto dalla detenzione, convinto che le guardie polacche si sarebbero vendicate «torturandolo per tutto il tempo della prigionia e provocandogli una pena inimmaginabile». La sua sorpresa fu quindi enorme quando vide che «uomini le cui mogli, figlie e figli, uccisi ad Aushwitz, lo trattavano bene. Non riusciva a capacitarsene» chiese di potersi confessare. Le guardie provarono a cercare un sacerdote disponibile, ma «le ferite ancora molto vive» non resero facile trovare chi «volesse ascoltare la sua confessione». E infatti «non trovarono nessuno». L’ex comandante si ricordò improvvisamente di quel gesuita, padre Wladyslaw Lohn, che aveva risparmiato anni prima. Supplicò le guardie di cercarlo. Il gesuita, rintracciato proprio nel DSCN0461santuario della Divina misericordia di Cracovia, dove era diventato cappellano delle suore della Beata Vergine Maria della Misericordia, accettò di confessare Höss.
La confessione «durò e durò e durò, finché non gli diede l’assoluzione: “Ti sono perdonati i tuoi peccati. Rudolf Hoss, tu “l’animale”, i tuoi peccati ti sono perdonati. Vai in pace». Il giorno successivo, prima dell’esecuzione, il gesuita tornò per dare la Comunione al condannato…

 

dalla rivista tempi