“Non dimenticate l’Amore!”. Buona festa di San Massimiliano a tutti noi, pellegrini ad Auschwitz con il pensiero, la preghiera, con il cuore.


Siamo ad Harmęże, paese di poche migliaia di anime a due passi dai campi di sterminio di Auschwitz Birkenau, già sottocampo di prigionia e di lavoro durante la follia nazista, oggi circondato da vie alberate e laghetti, gli stessi in cui un’ottantina di anni fa venivano sparse le ceneri di donne, uomini e bambini bruciati nei forni crematori di Auschwitz, lungo i cui sentieri si respira un silenzio quasi surreale. Qui, oggi, sulle ceneri di un’umanità distrutta sorge il Centro San Massimiliano Kolbe – missionario francescano che ad Auschwitz donò la sua vita per sostituirsi sul patibolo ad un padre di famiglia – con il convento dei frati francescani e le Missionarie dell’Immacolata di Padre Kolbe. Non conoscevo questo posto. Me lo ha suggerito mia cugina Cristina, con parole che solo lei sa usare: non finirò mai di ringraziarla per questo suo gesto. È così che io, Giuditta e i nostri tre figli, in un giorno di inizio maggio del nuovo millennio, ci siamo trovati di fronte ad Anna (missionaria), una piccola grande donna che ci ha preso per mano e ci ha guidato alla scoperta dell’uomo a cui ho fatto riferimento nell’incipit di questo post. Si chiama Marian Kołodziej, entrato ad Auschwitz da giovane scout non ancora diciannovenne che si opponeva al nazismo (fu arrestato nel tentativo di raggiungere la resistenza polacca in Francia) il 14 giugno 1940, con il primo gruppo di circa 700 prigionieri politici, tanto che lui ebbe sempre tatuato il numero 432, e liberato dal campo di concentramento di Hebensee il 6 maggio 1945, dopo essere transitato anche dai campi di Gross-Rosen, Buchenwald, Sachsenhausen, Mathausen-Gusen. Praticamente un interminabile lustro – oltre 1780 giorni – trascorso nell’inferno disumanizzante del delirio nazista di cui Marian, una volta rivista la luce, non aveva mai parlato fino al 1993, quando un ictus lo colpì nel fisico ma anche nella mente, squarciando pensieri dell’anima, ferite di un passato da rielaborare. Ecco perché, una volta dimesso dall’ospedale, Marian mise il suo talento di scenografo e pittore a servizio di una memoria dolorosa ma che in quel momento era necessario affrontare: come percorso riabilitativo del fisico post ictus, ma anche della sua anima, in un anno Marian realizzò oltre 200 disegni a matita che oggi, insieme ad altri poi fatti negli anni successivi, compongono il corpo centrale della mostra permanente “I Labirinti” che si trova proprio ad Harmęże, sotto la Chiesa della Parrocchia di Padre Kolbe, e che con Anna abbiamo avuto la fortuna di visitare.
Tra i labirinti di Marian

Ecco, giunto a questo punto avrei da condividere molte riflessioni sui contenuti di questa rassegna artistica, nonché storica, sociale e culturale, ma le parole quasi rischiano di perdere senso e di inaridire un’esperienza che io vi invito a fare, recandovi lì, in quel luogo, per vedere e toccare con mano ciò che è stato: dico soltanto che, dirigendosi verso il basso per accedere alla parte introduttiva di questa mostra che in realtà è un viaggio, si ha come la percezione di camminare nel tempo e di trovarsi catapultati esattamente nel giugno del 1940. Ti volti e accanto a te c’è Marian che, attraverso le parole di Anna, ti accompagna nei labirinti del male più assoluto di cui l’umanità sia mai riuscita a macchiarsi. I suoi disegni – alcuni dei quali sono effigie di questo post – ritraggono il male nel suo volto più spietato, come i Kapo raffigurati grassi e avidi, sghignazzanti sul dolore di milioni di persone ridotte a scheletri, private di ogni umanità nella volontà di ridurle ad uno stato ben peggiore delle bestie più oppresse e ripugnanti. Un cammino in cui la lotta tra il Bene e il male è una costante e in cui l’apparente sensazione che il male vinca è continuamente smentita da quell’anima carsica dell’universo – richiamata all’inizio del post – per cui un gesto d’amore, nascosto eppure di una potenza inaudita, può salvare il mondo dalla sciagura totale. Se Marian è uscito vivo da questa esperienza atroce è esattamente per gli atti di amore, suoi e degli altri, come quello di Massimiliano Kolbe che Marian vide immolarsi nel dono totale di sé sul piazzale di Auschwitz o come quello di Marian stesso che, condividendo una zuppa con un prigioniero sconosciuto, fu poi salvato proprio da questo uomo come segno di gratitudine, o che, portando in spalla il corpo esanime di uno dei tanti amici uccisi tra torture e camere a gas, condivideva la croce di Cristo sul Golgota del ‘900 e contribuiva così a mantenere viva la fiammella della Speranza.
Procedere immersi in questo labirinto è un’esperienza dall’impatto emotivo fortissimo, tanto che poi visitare Auschwitz e Birkenau è quasi una logica e dolorosa conseguenza, a completare un percorso di memoria sui cui sentieri è un dovere camminare come uomini e donne del nostro tempo. Eppure, nella labirintica processione dei dipinti in bianco e nero così evocativi e rappresentativi della crudeltà di un’umanità che ha scelto di essere malvagia, si fa pian piano esperienza di un Amore che, nel dominio delle tenebre, trova il modo di incunearsi nelle crepe del regno del male, costitutivamente ed evangelicamente diviso in sé stesso, e di riemergere fino a trionfare. Me lo aveva scritto mia cugina Cristina, prima che partissi: “sembra incredibile… ma la conoscenza di Massimiliano Kolbe, nonostante il contesto tremendo, fa percepire che il Bene è sempre più grande del male. Per i ragazzi, e per tutti, questo è importante. È bello concludere il viaggio ad Auschwitz riflettendo su questo. Per me fu illuminante. La potenza dell’amore che salva. Che redime. Mi commuovo ancora se ci penso”.
Eppure, finché non l’ho vissuto in prima persona, non ho potuto dare pienezza e compimento a queste toccanti parole. Marian Kołodziej, nel riconciliarsi con se stesso lungo la via dei suoi dipinti d’urto, aiuta ognuno di noi a fare pace, non quella che il mondo superficialmente e spesso troppo banalmente propone ma quella che invita ad immergersi nell’anima profonda, propria e del pianeta, per ricercarne la vena di speranza, di senso e di eternità. Come ci ha detto Anna, che Marian lo ha conosciuto molto bene, l’auspicio dell’autore era che le persone potessero entrare nel Labirinto della mostra in un modo ed uscirne in un altro, in un certo senso trasformate. Ed è esattamente quello che accade, muovendosi negli spazi volutamente angusti dell’esposizione: si è angosciati e inizialmente quasi sopraffatti da tanto male, ma passo dopo passo si è anche attraversati dalla consapevolezza che la morte, proprio nel momento in cui sembra trionfare svettando nel punto più alto e nefasto dell’orrore che è capace di generare, lì, proprio lì, in realtà dichiara ed incontra la sua sconfitta, quella dell’Amore che dalla croce redime. E appunto trasforma. Il mondo e noi stessi. Se non fosse che il dolore della croce, umanamente e comprensibilmente, fa una grande paura, ci sarebbe quasi da pensare che alla fine il male, nel compiere nefandezze ed atrocità, in verità cade nella trappola e fa quasi un favore alla Speranza che sorge veramente ed autenticamente soltanto nella prova, quando è “contro ogni speranza”, ovvero nell’attimo in cui ogni possibile ed umana via d’uscita pare essersi esaurita. Del resto, quelle di Marian e degli uomini buoni come lui, o di santi come Massimiliano Kolbe con cui per tutta la mostra Marian dialoga attraverso le immagini intrise di bene capaci di frapporsi eroicamente alla volgarità del male, non sono altro che ‘storie di riedizione’ della Croce più grande ed unica su cui Gesù si sacrificò circa duemila anni or sono. Lì, nella prospettiva terrena, la sconfitta sembrava davvero compiuta, non più apparente bensì reale. Ma, come scriveva Benedetto XVI, “senza la Resurrezione la fede cristiana è morta”.

È la Resurrezione che cambia tutto. Anche l’esperienza dei campi di sterminio. Tutto. Credo non sia un caso se alla fine delle nostre visite, cominciate sotto il sole, poi proseguite nel citato labirinto di buio e di luce, infine bagnate da un principio scrosciante di pioggia, un arcobaleno si è levato in cielo quasi fosse pennellato a forma di abbraccio. Segno di alleanza e di rinascita. Di Resurrezione, appunto. Quella che mi ha ricordato ed insegnato Marian Kołodziej, nato il 6 dicembre 1921 a Raszków e morto a Danzica il 14 ottobre 2009. Ma soprattutto risorto dal giogo nazista il 6 maggio 1945, per vivere il suo primo vero giorno di libertà il 7 maggio di quell’anno.
Riccardo Clementi
Pelago (Fi), 7 maggio 2025
Si è da poco concluso il pellegrinaggio in Polonia di un gruppo di giovani degli Stati Uniti accolto presso il Centro Massimiliano Kolbe di Harmęże. Un bella e forte esperienza raccontata da Jeremy.

I miei amici ed io abbiamo intrapreso quello che è stato per me, probabilmente, il viaggio spirituale più importante che abbia mai sperimentato prima. Sono sicuro di parlare anche a nome degli altri quando dico che il viaggio continua. Ritornando a Los Angeles, quando ci siamo salutati, ho sentito una grande tristezza. La gioia e l’intimità della preghiera comunitaria, dei viaggi e della fraternità, erano ormai giunte al termine e dovevamo tornare alla nostra vita quotidiana. Ma Dio aveva in mente qualcos’altro.
Nel pensare a questa testimonianza ho sentito una grande pace. La mia mente sembrava essere piena non solo del passato, ma anche di riflessioni profonde, e la domanda: “A partire da qui, dove andiamo?”. Non potevo fare a meno di chiedermi se il Signore mi avesse dato un’opportunità attraverso la quale, essendo a casa da solo e sveglio nel silenzio della notte, potesse parlarmi. Mentre sto scrivendo, questa è la quarta notte in cui mi ritrovo completamente sveglio, sto sentendo forte la presenza di Dio.
Ciò che ho ricevuto da questo viaggio è stata una triplice lezione. La prima è stata una conferma che, nonostante la attitudine umana di tendere verso il male, Dio ha reso ogni cosa buona. Seconda: la presenza di Dio negli altri anche nei momenti più difficili. Terza: un invito a considerare più profondamente molte cose, tra queste l’amore per gli altri, evitare l’indifferenza.
Sul primo punto ho riflettuto sulla capacità degli esseri umani di tendere ugualmente verso il grande bene e il grande male. Questo l’ho sentito mentre visitavamo per tre giorni i campi di Auschwitz-Birkenau. Il primo giorno siamo abbiamo visto in modo molto forte i grandi orrori dell’occupazione nazista e della loro soluzione finale. Il secondo giorno abbiamo pregato in silenzio le stazioni della Via Crucis nel Campo di Birkenau, riflettendo ancora una volta sulla sofferenza, la discriminazione, la disumanità. Abbiamo pregato affinché tali crimini non possano ripetersi mai più e per il riposo delle anime di coloro che erano morti. Il terzo giorno abbiamo partecipato, presso il Muro della Morte ad Auschwitz, alla processione e alla messa in onore di San Massimiliano, vicino alla cella dove morì.
Molto spesso, in casi di tragedia e di morte, la risposta naturale è semplicemente trattarle come l’indicibile. Trattarle con il silenzio e l’auspicio che non debbano accadere mai più. Ma penso che, in un vero spirito di fede, non dobbiamo fuggire dalle domande più profonde. Potremmo non avere una risposta assoluta, ma penso che dobbiamo essere aperti a considerarle. Come ha osservato l’autore Elie Wiesel nel suo scritto “Notte”, è sorta la domanda su dove fosse Dio in questi campi. Non so se ci sia una risposta assoluta e soddisfacente a questa domanda, ma penso che pregiudizio e discriminazione cancellino l’individuo e portino a vedere solo una classe o un gruppo. Durante il nostro tour la guida ci ha detto che una delle guardie, quando è stata intervistata e interrogata su come avesse potuto uccidere così tante persone, ha risposto: “Non ho ucciso nessuno. Solo ebrei”. Ha guardato il popolo ebraico e non ha visto persone con il loro valore e la loro storia, tanto meno la presenza di Dio in loro, ma semplicemente una classe, un gruppo, un ebreo.
Auschwitz per me è stato una conferma che pregiudizio, discriminazione, indifferenza e genocidio si sono verificati non una volta ma troppe volte nella storia umana. Ho pensato che l’opposto dell’amore potrebbe non essere l’odio, ma l’indifferenza. Molti di questi ufficiali potrebbero aver semplicemente eseguito gli ordini, indifferenti agli effetti. Mentre siamo tutti fondamentalmente buoni, creazione di Dio, siamo tutti capaci di indifferenza e pregiudizio che, se lasciati incontrollati, possono portare a un grande male. Si dice che non ci sia santo senza passato e nessun peccatore senza futuro. Ciò che questo pellegrinaggio ha evidenziato è questa verità.
Prima di andare ad Auschwitz il nostro pellegrinaggio aveva ripercorso le orme di Santa Faustina Kowalska, San Giovanni Paolo II e San Massimiliano Kolbe. La Divina Misericordia ci ricorda che tutti meritano di essere salvati, non importa quanto si siano allontanati da Dio. Ci viene detto che padre Kolbe vedeva la presenza di Dio non solo nei suoi compagni di prigionia, non provava tanto odio per i suoi persecutori ma tanta pietà.
L’altra lezione è mettere tutto questo in pratica. Come guardiamo alle persone che commettono crimini indicibili e riconosciamo in loro la creazione di Dio? Come ci mettiamo alla prova per superare i pregiudizi? Come bilanciamo la giustizia legittima con la misericordia e l’amore per i nemici? Penso che fornire una risposta assoluta qui sarebbe una semplificazione eccessiva di queste difficili domande. In ogni caso, una lezione che abbiamo imparato da San Massimiliano Kolbe è che non siamo tutti chiamati a un compito arduo come il suo, piuttosto è nei piccoli incontri quotidiani che possiamo mettere in pratica questi temi e lasciare che la misericordia e l’amore ci guidino sempre. Nei giorni successivi al pellegrinaggio mi sono chiesto chi avrei dovuto perdonare o a chi avrei dovuto chiedere scusa. A quali aspetti della mia vita sono indifferente? Mi sembra di riuscire a vedere Cristo in molte persone, prima sarebbe stato difficile.
Questo pellegrinaggio per me è stato come una rinascita, una chiamata a ricordare chi siamo e ciò che siamo chiamati a fare. Sono eternamente grato per questo viaggio e per tutti coloro che lo hanno pensato e organizzato. Dio vi benedica.
Jeremy Hernandez-Lum Tong



La bellezza che sa sbocciare anche in mezzo all’orrore, inaspettatamente, è una forma di resistenza alla realtà, un fiore raro e quindi prezioso. E la bellezza, struggente delicata e inattesa, ha saputo fiorire anche ad Auschwitz…
Le favole di Auschwitz (2009) è un volume edito dal Museo Statale di Auschwitz-Birkenau a cura di Mariusz Banachowicz e Jadwiga Pinderska-Lech.
Sono il frutto dell’opera illegale di alcuni prigionieri polacchi che lavoravano negli uffici del cosiddetto Bauleitung, l’amministrazione edilizia del lager dove venivano vagliati i piani di ampliamento del campo.
Un estratto dal volume “Di tutto ciò che vive”:
A mio figlio
Non conto i pensieri che verso te migrano
Piccolo amico mio, figlio lontano
Si potrebbero forse contare le onde che cullano
Di continuo una nave in un battibaleno?
A te penso come a un fresco mattino
Di tanto tempo fa dove di pini v’era una foresta
Ricordo stradine e sentieri, tracce del nostro comune cammino
E le parole simili allo scatto di una bianca colomba che a volare s’appresta
E la tua anima, figliolo, rammento
Che mai dall’infamia è stata macchiata
E i giorni delle tue emozioni e del tuo sentimento
Son per me ricordi di un’aurea ballata
Ahimè, non comprenderai forse questi discorsi confusi
Tutto ti canta di questi suoni la melodia
Ed essi sono nel mio cuore racchiusi
Quanta tristezza e nei suoi soffi la malinconia
tratto da: https://www.agiroergosum.com

Che buon odore! Che odore ha? Quante volte abbiamo usato questa parola ma difficilmente ci siamo soffermati a pensare all’importanza di uno dei nostri cinque sensi, l’olfatto. Di per sé sembrerebbe un tema scontato: pensiamo a tutte quelle volte in cui dalla cucina arriva un allarmante odorino di bruciato, oppure ai cani che, per fare conoscenza, annusano le persone da ogni lato; ma anche al profumo del fieno o dei fiori che annunciano la primavera. Odori: esperienze semplici, quotidiane, che muovono ricordi, sensazioni, che si imprimono nella memoria senza parole. Anche le persone hanno un loro “odore” particolare e non dipende dal sapone usato: proviene dai loro sguardi, dai loro sorrisi, dalla serenità ed empatia che emanano e che senti “a fior di pelle”. Viceversa, altre possono trasmettere un odore di chiuso, di falsità. Sì, l’odore rivela l’identità e l’origine vera di ogni cosa.
Mensilmente visitiamo il campo di Auschwitz, e questa volta proviamo a pensare ai prigionieri immersi nel fetore insopportabile di quelle baracche, stretti nel freddo della disperazione e dell’odio che rendeva spesso disumani aguzzini e vittime. Immaginiamo di rivedere qui padre Kolbe mentre spandeva il profumo della carità e della speranza, donando il suo pezzo di pane o stringendo al petto chi stava piangendo. Quante situazioni anche oggi nel mondo dove l’aria è inquinata, quante guerre visibili e nascoste. In questo mese dedicato al s. Cuore di Gesù respiriamo a pieni polmoni il Suo profumo d’amore e ricordiamo nella preghiera le tante persone che soffrono.
E noi, che odore emaniamo in famiglia, nei nostri ambienti? Quale aroma ci piacerebbe inalare e spandere per rendere più bella, più serena la vita di chi ci sta accanto?
Le Missionarie di Harmęże, Polonia
Viaggio nella memoria in Polonia di 350 studenti di Reggio Emilia: tra la neve ed il gelo a pochi metri da quelle che furono le camere della morte, le ragazze ed i ragazzi hanno levato le loro voci. A turno – al microfono – hanno raccontato stati d’animo ed emozioni, manifestato pensieri e idee maturati nel corso di un viaggio che ha cambiato qualcosa in loro per sempre.
“Abbiamo studiato la storia, ci siamo documentati,abbiamo letto libri, sentito testimonianze ma nulla può essere paragonato al vedere coi propri occhi questi luoghi di tortura.”
“Ed è stato appunto lo sguardo a colpire maggiormente: gli occhi di chi imprecava dalle sbarre, di chi a capo chino lavorava nella speranza di vivere un’ora in più.”
“Ora che conosciamo la drammatica crudeltà umana avvenuta nei campi di concentramento e di sterminio non possiamo più limitarci alla compassione per la storia, alle sole emozioni. Abbiamo il dovere di rispondere alle domande che esse ci suscitano.”
il video con alcune loro testimonianze http://www.reggionline.com/viaggio-della-memoria-lomaggio-degli-studenti-nei-luoghi-dellorrore-video/
La toccante testimonianza di Antonio e Helenice – due amici brasiliani in pellegrinaggio in Polonia – per non dimenticare…
Varcare il cancello di Auschwitz è stato come entrare nel più profondo egoismo e miseria umana, abbiamo sentito delle emozioni che mai avremmo pensato di provare prima. Non riuscivamo a immaginare e accettare tutto quello che avevamo davanti ai nostri occhi…
Ad ogni passo ci guardavamo negli occhi e ci chiedevamo smarriti: come ha potuto un essere umano arrivare a pianificare una così grande strategia di morte? Nello stesso tempo riconoscevamo che è stato proprio un uomo, e più di uno; tutto dipende da come usiamo la nostra libertà. Che mistero!
Poi… la luce: la cella di Massimiliano Kolbe. Lì abbiamo percepito molto forte che anche nel posto più orribile e buio del mondo ci può essere, c’è stato un cuore che trasbordava amore e comunicava speranza. Non tutto è perduto… Siamo usciti da questo luogo speciale con tanti sentimenti che portiamo ancora dentro, e con queste parole: “Solo l’amore crea, costruisce, e il coraggio e la speranza ci rendono persone nuove”.
E poi, un’ultima preghiera:
“San Massimiliano Kolbe, martire di Auschwitz, ricordati di noi, prega per noi!”.
Helenice – Antonio