Il perdono è sempre individuale

Colui che ascolta un testimone diventa egli stesso un testimone“, recita la targa consegnata a Piero Terracina, superstite del campo di sterminio di Auschwitz-Birkenau.

Oggi vi racconto l’inferno: non quello che vi ha raccontato Dante, né quello delle religioni. Io all’inferno ci sono stato e sono qui per raccontarvelo. L’inferno che ho vissuto io si chiama Auschwitz-Birkenau”. Le prime parole di Piero Terracina gelano subito la platea gremita dell’Auditorium Paganini. Inizia così il suo racconto. Il racconto del suo viaggio negli abissi più profondi della crudeltà dell’uomo. Piero Terracina, sopravvissuto al più grande campo di concentramento messo in piedi dalla macchina di sterminio nazista, dove sono state uccise almeno un milione e centomila persone. “Non vi vedrò più, ci disse mia madre quando separarono le donne”, confida alla platea con voce rotta. Portato in una baracca, insieme ad altri deportati. Spogliati di tutto. Rasati in tutte le parti del corpo, cosparsi di antiparassitario. Da lì ha inizio l’inferno di Terracina, che da quel momento viene spogliato della sua identità e diventa “A5506”: il numero che gli viene tatuato sull’avam12439496_10153208236081097_7188689528484703770_nbraccio destro.
Dal lager, Piero Terracina è riuscito ad uscire – quasi tra gli ultimi prigionieri – nel dicembre del 1945, undici mesi dopo la liberazione da parte delle truppe sovietiche.

E’ riuscito a perdonare?  “No, non posso perdonare – dice serio, interrotto dall’applauso della platea – ci sono colpe che non possono essere perdonate. 

…Fate attenzione a non cadere in balia di nuovi duci cialtroni. Chi non ragiona con la propria testa non sarà mai libero. Credo che la memoria della Shoah debba essere tramandata per fare memoria del passato: mi auguro che dall’incontro di stasera qualcosa rimanga nella vostra memoria. La memoria che deve essere tramandata per evitare in futuro che questi fatti si ripetano.  “Ragazzi impegnatevi – li esorta – fatelo per voi, fatelo per gli altri, per i vostri figli che verranno. Il Bene e il Male si vedono, si riconoscono. Tenetevi lontano dal Male, vivete la vostra vita nel Bene”.

Fonte:Repubblica di Parma – intervista integrale

ricordare e passare la fiaccola alle generazioni future

Sulla scia dei ricordi Angela la missionaria risponde a questa mia domanda: Lei, donna consacrata, cosa ha provato camminando per quelle strade… su quelle pietre… tra quegli edifici…? 

raw-2Ho vissuto in Polonia solo tre anni. Non sono tanti, ma sono sufficienti per avere la possibilità di vivere un’esperienza intensa e profonda. Tutto è relativo nella vita. Sin da bambina ho sentito parlare dei campi di concentramento perché mio padre ne ha fatto esperienza come prigioniero politico. Col tempo ho coltivato un vero e proprio impegno per conoscere sempre di più i luoghi della morte.Quando la provvidenza mi ha condotto sulle strade di Auschwitz e di Birkenau, mi sono lasciata condurre come pellegrina per approfondire il tema della Shoah, per far silenzio davanti al dolore di milioni di vittime innocenti. Accoglierne il significato più profondo e, per questo, più nascosto. Ricordare e passare la fiaccola del ricordo alle nuove generazioni. Ho percorso quelle strade, passando ed entrando spesso davanti ai campi per la preghiera personale, per accompagnare pellegrini. Non mi sono mai “abituata” alla realtà dei campi. Sempre mi sono fermata per contemplare una distesa immensa di baracche semidistrutte, i forni crematori e davanti ai miei occhi non vedevo solo baracche e distruzione. Vedevo volti. Volti di persone che, come pecore erano state condotte al macello. Solo per follia pura. Smembramento di famiglie – uomini separati dalle donne – adulti dai bambini. Donne con i figli piccoli avviate subito alle camere a gas perché i nazisti si rendevano conto che una madre non può reggere al dolore del figlio e, quindi, anche se adatta al lavoro, non avrebbe potuto compierlo perché distrutta dentro.Lacerata dal dolore.  Camminando tra le macerie della vita mi sono sentita abitata dai prigionieri. Dalla realtà del campo. Il tempo si annulla e le distanze si accorciano. Ho ascoltato il grido di lamento, di richiesta di aiuto. Il loro patire, il loro soffrire. Il loro morire inermi. Nessuna risposta ai nostri logici “perché?” “la storia, ci ricorda il compianto card. Martini, è segnata dal male ed è fuori luogo domandarsi di fronte ad ogni iniquità: perché il regno di Dio non ha trionfato?”. Si può solo fare silenzio e pregare.

 

giornata della memoria

 “Anche se andassi nella valle della morte non temerei male alcuno, perchè tu sei sempre con me. Perchè tu sei il mio appoggio, il posto più sicuro per me. Al tuo cospetto io mi sento tranquillo.”       Salmo 23

Le maestre ebree deportate facevano cantare nei campi di concentramento questo motivo ai bambini.

gam-gam-gam ki elekh  * be-beghe tzalmavet  *  lo-lo-lo ira ra *  ki atta immadì * shivtekhà umishantekhà hema-hema yenahmuni

 

 

Shoah: perpetuo ricordo dello sterminio ebraico

Testimonianza di Angela, missionaria da poco rientrata in Italia, dopo aver vissuto tre anni in Polonia. Dalle sue parole si può rivivere l’impatto emotivo delle persone che visitano i campi di concentramento di Auschwitz e Birkenau.

PER NON DIMENTICARE

Prima di parlare dell’impatto emotivo della gente che visita i campi, è necessario fare una premessa raccontando cosa ha determinato la cruda realtà della Shoah, che porta la stessa gente a visitarli.
Non si possono dimenticare i numeri della Shoah: i sei milioni di ebrei vittime dell’odio nazista e più di 5 milioni assassinati nei lager come oppositori politici, membri della resistenza nei paesi europei, prigionieri russi, zingari, omosessuali e disabili.

Milioni di persone private di ogni bene. Segregate, umiliate e ghettizzate. Deportate, uccise e gasate. Unico obiettivo il genocidio e la distruzione di massa.

Io, pellegrina tra i pellegrini, vedo, ascolto, mi fermo con la memoria del cuore a quanto è accaduto a degli esseri umani. Foto, reperti, strumenti e luoghi di tortura cadono come macigni su di noi. Parlano di dolore e di sofferenza. “spettacolo” inaudito! Un’organizzazione di morte. Uomini, donne e bambini esposti a esperimenti medici. Tante ragazze, donne venivano sottoposte a esperimenti ginecologici e di sterilizzazioni. Nessun termine può rendere la realtà vissuta. Nessun immagine può esprimere l’atroce, infinita barbaria. L’umanità porterà sempre questo fardello del genocidio, della distruzione di massa come monito per non dimenticare.

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Passando davanti ai vari “reparti della morte” ad Auschwitz, come in tanti altri campi di concentramento e di annientamento della Germania dove sorsero i primi campi, della Polonia e in altre parti dell’Europa, la prima reazione – davanti alla follia umana in azione – è un’esclamazione di “no, non è possibile”. ” Come si può arrivare a questo?” Ho visto poche persone, indifferenti, forse perché increduli: l’orrore è talmente potente da non crederci. Penso che la maggior parte si lasci ferire nel profondo come se si trattasse dei propri cari. raw-1Il silenzio sembra abitare i visitatori che tante volte si trasformano in pellegrini. Si vorrebbe scagliarsi contro chi ha operato scelte di morte.   Pochi sono coloro che non si lasciano attraversare da una domanda: “perché tutto questo, c’è un senso in questo luogo di odio e di violenza?”.

Anche qui vale il detto: fa più rumore un albero che cade che una foresta che cresce.         Distruzione e morte, ma non si conosce bene la linea di frontiera tra vittime e carnefici…

 

Vittime e sopravvissuti, testimoni di cose buone

Intervista alla missionaria Paola De Falco, accompagnatrice nei pellegrinaggi in terra polacca.

DSCN1312Chi è stato in Polonia, sicuramente ricorderà con grande simpatia Paola, la missionaria, che durante i vari spostamenti da una città all’altra, intratteneva i pellegrini rendendoli partecipi di aneddoti e racconti vari oltre che di traduzioni simultanee.

Cominciamo quindi con il chiederle di raccontarci qualche storia o qualche aneddoto particolare capitato ad Auschwitz.

Ricordo un episodio con una nostra guida, un signore polacco, distinto ed elegante, nostro amico; era un po` spiccio, asciutto di modi come capita talvolta a chi fa il suo mestiere da una vita intera e… in particolare, con noi italiani, sempre un po` pasticcioni e ritardatari come lui diceva… avevamo un gruppo di adolescenti col Parroco… tutti sui quindici anni (tranne il Parroco).

Visitando uno dei blocchi si possono vedere vari ritratti dei prigionieri appesi alle pareti… le famose fotografie dove il prigioniero era ripreso nella divisa a strisce, prima di fronte, poi di lato, poi ancora di lato col berretto in testa.Tutti rapati a zero, occhi tristi,visi ossuti… e sotto era indicata la data di arrivo ad Auschwitz e la data di morte. Usciamo dal blocco. Mentre la nostra guida riprende fiato per un attimo, uno dei nostri ragazzini gli si avvicina e gli chiede con incantevole innocenza: scusi, ma anche lei e` stato in campo di concentramento? Io? Dice lui… (che certo, pur avendo i capelli grigi, non può avere quella età, erano passati piu` di 60 anni da quegli avvenimenti) Ah.!. Continua convinto il ragazzo nella sua semplicità… perché sa, uno di quelli nelle foto mi era sembrato proprio lei…

Non vi dico la faccia della nostra guida… potete immaginarla a vostro piacimento.!! Beh, scherzi a parte, questo per dire che sui luoghi della Memoria la sensibilità e l`interesse dei visitatori è davvero varia… però Auschwitz desta interesse, dolore, stupore, riflessione, preghiera, odio ed amore a tutte le età, questo è sicuro.

Che differenza c’è tra la partecipazione dei giovani e quella degli adulti nel campo? Che tipo di reazioni hanno, sono simili o diverse fra loro?

In comune c`è lo stupore doloroso, la scoperta del male che può riuscire ad abitare le profondità dell`uomo. Il male cosi cattivo, infernale,al di la` di ogni spiegazione e` un mistero per tutti: chi siamo? Cosa potrei diventare se…? . E` difficile per giovani e adulti, credere che si possa arrivare a tanto… E questo in fondo è un bene, vuol dire che ci è stata data la grazia di rimanere in qualche modo lontani e ancora illesi da Auschwitz e dal suo mistero, così come erano rimaste illese (ma in esse la grazia e stata ancora più` grande) Anna Frank ed Etty Hillesum che scrivevano, entrambe, nei loro diari: “Nonostante tutto ciò che accade credo che gli uomini sono buoni…”.

Forse nei giovani c`è più ricerca esistenziale perchè hanno più futuro: ma io cosa avrei fatto in quella situazione? Qual`è il senso della nostra vita su questa terra? Manca l`esperienza diretta (per fortuna) ma c`e` molta sensibilità (dipende anche da come sono preparati alla visita). Negli anziani c`è più ricordo: molti ricordano la guerra, c`è chi ha avuto il padre in campo di concentramento, qualche famigliare… hanno ricordi personali e sofferenze personali che, se diverse dalla guerra, a volte non sono meno dolorose. A volte prevale una nota di pessimismo e di disincanto in alcuni ( forse perché hanno appunto i loro anni e il mondo di oggi non sembra loro tanto migliorato); molti, specie tra le persone che vengono con le parrocchie, trovano forza affidando a padre Kolbe e “ai santi dei campi” le loro intenzioni ed i problemi e vivendo la visita come un vero pellegrinaggio spirituale.

Lei ha conosciuto diversi prigionieri, se ricordo bene anche il famoso artista Marian Kołodziej, cosa l’ha colpita in ciascuno di loro?

Sì. Ho avuto la grazia di arrivare in Polonia quando diversi prigionieri erano ancora vivi e in particolare ho avuto la grazia di conoscere tre testimoni oculari che hanno partecipato alla famosa selezione nella quale padre Kolbe diede la vita per Gajowniczek. Amo ricordare Adam Jurkiewicz (sepolto nel nostro cimitero a Oświęcim), Michał Micherdzinski e Marian Kołodziej (le cui ceneri sono nell`urna posta nella sua stessa mostra “Labirinti” nei sotterranei della nostra chiesa parrocchiale). Ricordo anche Zofia Pochorecka, Elisa Springler… Cosa mi ha colpita in loro? Credo che fossero tra loro persone molto diverse pero` l`esperienza di Auschwitz li accomunava tutti in ciò che c`è di sostanziale: l`orrore e quindi il silenzio, il ricordo sfuggito, rimosso… poi il lento riaffiorare dei ricordi e, infine, l`accoglienza del dovere della testimonianza verso le nuove generazioni. Erano vittime ma erano sopravvissuti e avevano visto padre Kolbe, loro stessi erano testimoni anche di cose buone viste ad Auschwitz. Ogni loro parola mi ha donato tanto… ringrazio Dio di essere arrivata in tempo per conoscerli. Per me sono stati la testimonianza viva della forza vincente del bene e dell`amore sull’odio e sul male. Cerco di trasmettere più fedelmente possibile le loro testimonianze ai gruppi che accompagno nella visita ai campi e sento che loro sono con me mentre parlo…