Mio nonno, il comandante di Auschwitz

Auschwitz – «È terribile avere un nome del genere: nessuno si augurerebbe di avere uno sterminatore di popoli come nonno». Eppure Rainer Hoess non ha mai pensato di cambiare il suo cognome: «Perché avrei dovuto? Io sono quel che sono». Suo nonno era il comandante di Auschwitz, Rudolf Hoess, uno che ha pianificato lo sterminio degli ebrei come se fosse un «contabile».

E il nipote dell’uomo che ebbe il compito di fondare il campo di concentramento nazista, poi divenuto simbolo della Shoah, della gestione di questa eredità fa una missione: «Ormai è il mio lavoro, me ne occupo a tempo pieno». Un ictus nel 1985 il motivo della decisione radicale: «Entrai in coma, e al risveglio decisi di lasciare la mia impresa. Decisi di non inseguire più i soldi, per fare qualcosa di utile».

Come può essere utile il nipote di uno dei più famigerati criminali nazisti? Facendo divulgazione, sensibilizzazione, «rilasciando testimonianze nelle scuole, nelle università, organizzando mostre, marce, eventi contro ogni forma di razzismo.

Ho saputo cosa avesse fatto Rudolf Hoess a 12 anni. Ma la comprensione è arrivata dopo. Fra i 15 e i 16 ho capito chi fossi davvero. E sono andato via di casa», racconta Rainer. Suo padre, Hans Juergen, era il più giovane dei 5 figli del comandante stimatissimo nel regime di Hitler per le sue capacità organizzative e per gli esperimenti riusciti col gas Zyklon B, con cui si uccidevano gli ebrei in massa.

«Mio padre era ancora plasmato dai valori della destra radicale, era un violento. Credo sia ancora in vita, ma non ne ho certezza. Io ho preso le distanze da tutta la famiglia: le sue sorelle, mio fratello». Tutti «negazionisti», spiega. «Solo con mia madre ho ancora contatti: la sua unica colpa è averlo sposato. Ma io ho fatto una scelta precisa: non sono un razzista e non volevo crescere così i miei figli». Per la famiglia, è un «traditore».

Il padre di Rainer viveva con Rudolf, a 15 metri dal forno crematorio in cui iniziarono gli esperimenti per la «soluzione finale», ad Auschwitz 1. «Non era possibile che non sapessero nulla? – dice – Io faccio sempre l’esempio di chi vive vicino a un parco giochi, o a un campo di calcio. Si sente quello che succede. E così loro non potevano non sapere: non sentivano le urla, gli odori? Né potevano pensare fosse un carcere: perché in prigione non si brucia la gente. Del resto mia nonna diceva di ”dover lavare le verdure che coltivava nell’orto, perché erano sempre piene di cenere”. Come si fa, banalmente, a essere più chiari di così?».

È questa una di quelle testimonianze ritrovate in atti e quaderni di memorie del nonno: «2.200 pagine scritte di suo pugno. Le ho lette tutte». Cosa spingeva «il Rudolf?», come a tratti lo evoca? «Uno che si è macchiato del crimine di uno sterminio di massa non è necessariamente uno psicopatico, e lui non lo era. Ha seguito un’ideologia. Era spinto certamente da una specie di orgoglio e di amore per la patria, voleva difendere la Germania. E svolgeva il suo lavoro come si farebbe in un’impresa di logistica, adempiva ai suoi doveri come uno che fa auto. Fondamentalmente era un contabile, calcolava le persone, come se fossero merce».

Nessuna traccia, secondo lui, di pentimento: «A un certo punto scrive di aver seguito ciecamente gli ordini, ma per me questo non è pentimento». Un «nonno» così ? Con una carriera nelle SS iniziata a Dachau – uno se lo porta nella testa e, ovviamente, addosso.

«Jozef Paczyinski, sopravvissuto ad Auschwitz, lo conosceva bene. E mi ha chiesto al nostro primo incontro: “Cammina un po’, fai qualche metro”. Io ho eseguito. Lui mi ha osservato e ha concluso: “Cammini come lui, ti muovi come lui, parli come lui, sei solo un po’ più alto e hai le spalle più larghe”. Da allora ogni volta che mi sono lavato i denti, ho cercato le somiglianze. Rudolf viene descritto come accurato, istruito, gentile. Così la gente descrive anche me. Diversi sopravvissuti dicono che tutto iniziò in questo modo: con i discorsi di odio, accollando agli ebrei delle colpe».

E la storia rischia di ripetersi…

NIPOTE COMANDANTE LAGER, CHI VORREBBE UN NONNO STERMINATORE?

Rainer Hoess, nipote di Rudolf, e la sopravvissuta Anita Kor

Articolo tratto da: http://www.ilsecoloxix.it/p/cultura/2015/01/24/AR2eABID-auschwitz_uccideva_contabile.shtml

Se vuoi conoscere di più lo storia del comandante di Auschwitz puoi acquistare:

Ladislao Kluz
KOLBE E IL COMANDANTE
Due uomini, due mondi

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In cerca di senso

foglia vite

“L’uomo sarà sempre immerso nella disperazione, non solo nel campo di Auschwitz, ma in ogni circostanza, se non trova il significato profondo della sua vita.

Contro il vuoto esistenziale che conduce alla devianza ci sono tre strade percorribili da tutti, progetti per dare significato al domani: lavorare a qualcosa, amare qualcuno, condividere la sofferenza altrui”. 

Viktor Frankl, “padre” della logoterapia

* * *

«Ci spronava a perseverare coraggiosamente. “Non vi abbattete moralmente“, ci pregava, assicurandoci che la giustizia di Dio esiste e che avrebbe alla fine sconfitto i nazisti. Ascoltandolo attentamente dimenticavamo per un po’ la fame e il degrado a cui eravamo sottoposti. Ci faceva vedere che le nostre anime non erano morte, che la nostra dignità di cattolici e di polacchi non era distrutta. Sollevati nello spirito, tornavamo nei nostri blocchi ripetendo le sue parole: “Non dobbiamo abbatterci, noi sopravviveremo sicuramente, loro non uccideranno lo spirito che è in noi».
(Miecislao Koscielniak, artista – dal libro: “Massimiliano Kolbe – Il santo di Auschwitz”) 

 

 

Donna ad Auschwitz

Helen Lewis, un donna sopravvissuta all’Olocausto grazie alla passione per la danza e alla solidarietà segreta di coloro che tra i carnefici non dimenticarono la propria umanità. Helen è una testimone di fatti degradanti per la persona umana, ma nel suo diario «Il tempo di parlare» non perde mai la compostezza, non grida, non recrimina. Helen, nata a Trutnov, nella ex Cecoslovacchia, fu deportata nel 1942 a Terezin e poi ad Auschwitz.

Dalle prime restrizioni per gli ebrei, all’obbligo di tenere ben cucita sugli abiti la stella gialla, alle persecuzioni, alla deportazione, alla salvezza. Incredula davanti all’organizzazione nazista del terrore. Vede Eichmann, è un uomo dall’aspetto comune, riesce a sfuggire alle selezioni del dottor Mengele; vede i comportamenti aberranti di uomini carnefici. Helen racconta nel diario la quotidianità della vita nel lager, la donna che piange lacrime amare perché le era stato dato meno pane, la fragile SS, con un’espressione di tristezza negli occhi, che la aiutò, i rapporti spesso difficili con le compagne, le amicizie salvatrici. Nella grande devastazione è sempre attenta alle voci umane, alla generosità di alcuni.

Vuole vivere. Con i piedi congelati riesce persino a ballare e a metter su nel lager uno spettacolo il giorno di Natale.

Racconta anche al liberazione con pudore: «Si è aperta la porta ed ecco un soldato russo, giovanissimo e piccolo, che dice semplicemente: “Germani kaput”. Sono corsa verso di lui e gli ho gettato le braccia al collo. Sembrava sorpreso e un po’ imbarazzato. Forse non si rendeva conto di essere il mio liberatore».

Helen è morta all’età di 93 anni. Come molte altre donne tra le quali Edith Stein, Etty Hillesum, Sophie Scholl, Stanisława Leszczyńska, Wanda Póltawska, Mafalda di Savoia, … è state testimone del bene, della dignità irrinunciabile e “sacra” di ogni uomo, testimone della forza e bellezza della vita, ad ogni costo.

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E’ accaduto prima, dopo…

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“E’ accaduto prima. Dopo. Più vicino. Più lontano. E’ accaduto non a te.

Ti sei salvato perché eri il primo. Ti sei salvato perché eri l’ultimo”.

Wislawa Szymborska

 

 

 

 

 

Cosa possiamo fare, noi ragazzi del 2005?”.

Cosa potete fare? Cari ragazzi, esattamente quello che avete fatto.

Avete voluto conoscere, sapere, comprendere.

Avete ascoltato quasi in religioso silenzio.

Avete incalzato la ricerca con le vostre domande.

Avete raccolto tutto il materiale con una premura delicata e, al tempo stesso, decisa, ferma.

Avete voluto insomma conoscere la verità: ora tocca a voi difenderla e sostenerla per far sì che fatti di una simile ferocia non debbano mai più ripresentarsi nel proseguo della storia dell’umanità.

Il mio augurio è che possiate fare la vostra parte nel condurre questo vostro mondo finalmente alla pace e di garantirla a lungo.

Un abbraccio.

Woroncow

tratto da:http://docplayer.it/4333553-Nel-bosco-delle-betulle-in-attesa-di-entrare-nelle-camere-a-gas.html

 

Appuntamento con Kolbe

                        Dalla Polonia

                        14 febbraio 2017

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Per tutti un ricordo speciale dalla cella di san Massimiliano Kolbe.
Come ogni mese abbiamo pregato per ciascuno di voi e tutte le vostre intenzioni presso il “Santuario dell’amore” ad Auschwitz.

Maria del Carmen e missionarie di Harmeze

Tutti possono mandare le proprie intenzioni di preghiera alla comunità della Polonia scrivendo a celakolbe@kolbemission.org:

Auschwitz – un nome da ricordare

Dalle testimonianze di alcuni pellegrini che hanno soggiornato nella casa di spiritualità delle missionarie ad Harmeze nel mese di agosto 2016.

 

krakow-auschwitz-czeslawa-kwokaAuschwitz è un nome che non lascia indifferenti:quando si cammina tra i blocchi, si incontrano gli occhi degli internati ritratti nelle fotografie, si avverte forte il peso di un dolore insostenibile. La terra ad Auschwitz trasuda sangue, se si alza lo sguardo verso il cielo si comprende che Dio non ha abbandonato le sue creature, ma è morto con loro, con loro ha patito e con loro è risorto. Questo luogo di morte e diventato memoria e monito, preghiera e testimonianza e la sua lezione resterà indimenticabile.

Federica

iiws-2co-brama-muzeum-auschwitz4Oggi, lunedì 29 agosto 2016, sono andata ai campi di sterminio e, oltrepassando il cancello – sotto la scritta – mi ha sopraffatto una sensazione di angoscia . Il cuore e la mente si abbandonano, in pensieri offuscati da tanta crudeltà. E’ impossibile immaginare il dramma di tante persone sofferenti, provate della propria dignità. Non dobbiamo dimenticare il loro martirio, uomini, donne, bambini, innocenti e il dramma delle vite spezzate. Noi siamo la vostra voce, il vostro cuore e la vostra mente. Riposate in pace!

Annie

 

Hanna non chiudi mai gli occhi

“Se comprendere è impossibile, conoscere è necessario”. Primo Levi

Emanuele Properzi ti insegna come si pubblicizza un libro La proposta di questo mese è: “Hanna non chiudi mai gli occhi” di Luigi Ballerini (Ed. S.Paolo) che racconta la vicenda romanzata, ma vera del console italiano Guelfo Zamboni che a Salonicco salvò la vita di molti ebrei.

 

Recensione: Questa è una storia di coraggio e dedizione per il prossimo. Anche a costo di rischiare la propria carriera e la propria vita. Fu un altro Perlasca e, la sua storia è narrata attraverso gli occhi di Hanna e Yosef, due ragazzi veramente esistiti: Ester Saporta e Alberto Modiano. Il console Zamboni preferì seguire la propria coscienza, contrastando l’ideologia di odio e atrocità che lo circondava. Anche prima di ricevere l’approvazione dell’ambasciatore per “largheggiare” con i certificati degli ebrei, questi aveva già salvato molte persone… Lo stesso titolo del libro “Hanna non chiude mai gli occhi” ci descrive la protagonista come una persona che non ha paura di guardare negli occhi gli altri e di apparire per quello che è. Non teme la realtà e quello che ne consegue e crede che tutti gli uomini valgono per il solo fatto che sono uomini e questo non dovrebbe mai essere dimenticato. Anche noi dovremmo imparare a non chiudere gli occhi davanti a quello che ci circonda e soprattutto a vedere il prossimo non come entità indistinta, ma per quello che è: un uomo.

Ed è così che Zamboni vedeva il prossimo: un uomo con la sua dignità. Zamboni in un’intervista rispondendo alla domanda del perchè ha fatto quello che ha fatto, ci dimostra che a volte è semplice fare la cosa giusta quando si segue unicamente il proprio istinto umano. E alla fine rivolge egli stesso una domanda essenziale per immedesimarci in lui: «Cosa avreste fatto voi al mio posto?» E’ un romanzo pensato per i più giovani, ma che alla fine parla a tutti.  Guelfo Zamboni, classe 1897, aveva ricevuto la nomina di console di Salonicco nel 1942,  riuscì a salvare almeno 380 ebrei dalla deportazione, falsificando i loro documenti. Egli terminò il suo mandato il 18 giugno 1943 quando rientrò a Roma. Solo alla soglia dei 95 anni, nel 1992, l’ex console concesse la prima intervista ed accettò di parlare dei salvataggi che aveva compiuto. Poco tempo prima lo Stato d’Israele gli aveva conferito il titolo di Giusto fra le Nazioni. Morì a Roma nel 1994 e nel 2002 l’allora ambasciatore israeliano in Italia, Ehud Gol, si recò nel suo paese natale, Santa Sofia, nella provincia di Forlì-Cesena, per scoprire un cippo in sua memoria.

dal libro:

Risultato immagine per Hanna non chiude mai gli occhi" di Luigi Ballerini“Hanna studiava la sua figura riflessa nello specchio dell’armadio. Di per sè, quella stella di stoffa appena appuntata sul suo petto non stava così male…La stella era lo scudo di David, il simbolo del popolo ebraico…La stella era quella lucina che certe notti spuntava per prima accanto alla curva della luna, nel blu intenso del cielo di Salonicco…” (pg. 7)

“…Tante cose erano cambiate, e troppo in fretta. Era come se gli adulti per proteggere i più giovani,  si fossero trovati d’accordo a mentire, o se non altro a tacere…Ma non avevano nessuna possibilità di successo, ciò che avanzava era troppo grande e tremendo e potente per essere arginato…” (pg.12)

“…Il console Zamboni gettò lo sguardo fuori dalla finestra… Le cose stavano precipitando, il vento maligno che spazzava l’aria dell’Europa aveva investito anche Salonicco…Gli ebrei erano sottoposti a vere e proprie brutalità. Questo facevano i nazisti: piegare fisicamente per sfinire l’anima, fiaccare i corpi per uccidere i pensieri. (pgg. 42 – 43)

“…l’ufficiale tedesco era furioso. Intendeva avanzare rimostranze sui certificati di cittadinanza emessi dal Consolato: «Lei non segue gli ordini del suo governo!» affermò laconico il tedesco. Zamboni scattò in piedi e disse: «Questo non lo deve dire lei! Non si permetta! Finchè sono qui significa che io ho l’approvazione del mio governo. Esattamente come lei. Perchè lei è qui, me lo dica? Lei è qui per volontà del suo governo e il suo governo accetta tutto quello che fa!…” (pg.111)

 

 

 

 

L’amore che salva

Quando l’amore salva: la storia di Helena Citronova e Franz Wunsch. Helena destinata ai forni crematori venne salvata da morte certa, insieme alla sorella; Franz grazie a quell’amore cambia, diventa un’altra persona.

 

La sorte di Helena era segnata:poco dopo il suo arrivo, le autorità del campo la inserirono nella lista di coloro che sarebbero stati mandati subito nei forni crematori. Nel pomeriggio del giorno della sua condanna a morte, la Citronova, ignara di tutto, fu costretta a cantare per il compleanno di uno dei capi del campo, un ufficiale austriaco delle SS di nome Franz Wunsch.

Risultati immagini per amore prigionieroIl. giovanotto rimase incantato dalla voce dell’ebrea, e presumibilmente anche dal suo aspetto. Lui si innamora. Questo spietato militare che molti avrebbero poi definito “brutale” mandava biscottini e dichiarazioni d’amore a una prigioniera, come se si trovassero in un posto di villeggiatura e non nel luogo dove la morte era di casa. Helena era sconvolta e, ovviamente, non completamente refrattaria all’idea di una relazione. Molti anni più tardi, la Citronova ricordò quei giorni: “Quando entrò nelle baracche dove stavo lavorando, mi gettò quella nota: “Sono innamorato di te”. Ho pensato che avrei preferito morire, piuttosto che frequentare un uomo delle SS. Per un certo periodo c’è stato solo odio. Non riuscivo nemmeno a guardarlo in faccia”.article-3193520-2b4cce8200000578-117_964x405

Quando la guerra finì e i prigionieri superstiti furono rilasciati, quando terminò la loro lunga marcia verso la liberazione, Helena e la sorella non dimenticarono di dovere la vita a Franz Wunsch, loro “nemico naturale”, in realtà loro salvacondotto verso la salvezza. AI processo di Norimberga testimoniarono a suo favore e gli salvarono, a loro volta, la vita.

Helena e Franz, oramai morti da tempo, si separarono e non vissero mai insieme. La pace portò ad entrambi una nuova vita.

 

 

L’ articolo integrale qui:http://www.bergamopost.it/che-succede/quellamore-nascosto-ad-auschwitz-tra-una-ss-e-una-prigioniera-ebrea/