Notte di stelle a Birkenau

In occasione della giornata della memoria ci è giunta questa testimonianza spirituale da padre Luca Garbinetto.

Non so se c’è mai stato qualche altro matto oltre a me, che prende e va a pregare il rosario di notte al campo di Birkenau. Notte si fa per dire: sono le 20.30, ma qui è buio pesto. Siamo in campagna, e proprio per questo volevo provare a sperimentare la notte del campo. Il silenzio, la distesa enorme di baracche, ora quasi tutte distrutte, i reticolati senza le guardie… La strada che attraversa il campo di fronte alla parrocchia – un seme di speranza ricavato dalla ristrutturazione del quartier generale delle SS – divideva la zona di prigionia cosiddetta ‘Messico’ dalle altre zone. Per ogni settore una nazionalità, un periodo, una tragedia. In ‘Messico’ le ultime donne ungheresi, giunte e rimaste nude, solo con uno straccio di coperta a fare da impossibile poncio (da qui il soprannome latinoamericano).
Ho camminato solo, addentrandomi nel buio, e subito ho capito che ho paura. Provavo a immaginarmi le ombre di uomini e donne che a migliaia popolavano silenziosi il campo. Anche se nella notte giacevano stremati nelle cuccette, ammassati peggio che delle bestie. Rimpiangevo le lacrime a fiotti del pomeriggio, su questa stessa strada… perché ora invece ho paura per me. Quelle erano lacrime per loro, ma ora… ho paura di essere visto, di incontrare un cane, di sbagliare; ho paura di fallire, del buio… ho paura della morte, della mia morte! Sarei stato piuttosto codardo, con loro, nel campo.
Ho alzato gli occhi al cielo. Ho scoperto che a Birkenau ci sono le stelle. Un po’ fioche, in questo tempo di settembre, ma ci sono. Mai nessuno ha scritto o parlato delle stelle di Birkenau, se non di quelle appese agli indumenti degli ebrei. All’uomo trasformato in bestia viene tolta anche la forza di alzare gli occhi e guardare le stelle. Troppo dolore, troppa fatica, nessuna poesia. La notte era fatta per rubare un rantolo di energia e riprendere poi il lavoro del giorno. Il campo ha fatto odiare anche il tenue sole polacco, e una terra che a me sembra bellissima. Ma si può conservare il senso del bello, quando ti vogliono rubare l’anima?
Etty, probabilmente tu riuscivi a cantare alla vita anche guardando le stelle. Io cammino e scoprendo di essere così scioccamente ed egocentricamente pauroso, mi sento più vicino all’uomo. La preghiera c’è, ma, Dio mio, Madre mia, quanto è ancora superficiale?
Mi dico che devo sentire la paura stringermi lo stomaco, se voglio essere veramente solidale con gli uomini. Ho paura di soffrire, che mi facciano del male. E intanto vado verso gli alberi e quel bosco che ha inghiottito migliaia di vite. Ho l’impressione che l’aria si popoli della cenere benedetta di tante persone. Questo non mi fa paura, mi commuove. Indugio, stupito che i cancelli siano ancora aperti. Ma chi è quel pazzo che viene qui di notte? Cerco di inginocchiarmi: è terra sacra… poi un guizzo nell’acqua stagnante: un animale, sobbalzo… Ecco, ho paura!
Signore mio, che bisogno c’è? Nel mondo esistono ancora tanti campi di morte e soprattutto tanta paura. Forse, riconoscendola, affrontandola, la vinco. Un faro, scatto di nuovo. La luce illumina il cielo, potente. Attendo, guardo: come immaginavo, viene la guardia. Mi intercetta, mi viene incontro. Signore, se fosse stata una SS cosa avrei fatto? Invece tu mi custodisci. È uno degli omoni polacchi: sono buoni. Resta in macchina, è logico. Gli parlo in inglese e gli mostro il rosario. Rimane stupito, e risponde cortese: ‘The museum is closed’. ‘Oh, thank you’… come se non lo sapessi!
Quello che lui non sa è che questo non è un museo, ma un santuario! E io l’ho calpestato di nuovo, per un’ora, vuoto e pieno, a piedi scalzi nell’anima, sentendomi più uomo, perché ho riscoperto la paura. Per questo esco grato e cantando: ‘Benedici il Signore anima mia’…

La cartolina di Natale

La testimonianza di Helena Dunicz Niwińska*, violinista a Birkenau.

Helena

«Tra i miei “souvenir” di Birkenau ci sono anche due cartoline di auguri molto belle che, su richiesta di Zosia, la “piccola” Hélène aveva realizzato volentieri per me. La prima cartolina fu eseguita in occasione delle feste del Natale del 1943, quando mi trovavo all’ospedale. La seconda per la Pasqua del 1944. Quei piccoli gesti nel campo avevano un grande significato, testimoniavano che c’era qualcuno che aveva bisogno di recare gioia a qualcun altro. Non erano soltanto le persone che mi facevano dono di quei regalini ma anche quelle che – pregate di realizzarli – lo facevano volentieri. Sebbene la “piccola” Hélène fosse ebrea, non costituiva per lei nessun problema disegnare delle cartoline in occasione delle feste cristiane festeggiate dalle polacche».

(tratto dal libro Una violinista a Birkenau, di Helena Dunicz Niwińska, Museo Statale di Auschwitz-Birkenau, 2015, p. 114)

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* Helena Dunicz Niwińska nasce nel 1915 a Vienna. Fino al 1943 abita coi genitori e coi fratelli a Leopoli. All’età di dieci anni inizia lo studio del violino nel Conservatorio. Giunge ad Auschwitz nell’ottobre del 1943 insieme alla madre. A Birkenau – in quanto violinista – diventa un membro dell’orchestra femminile fino al gennaio del 1945. Evacuata verso i campi di Ravensbrück e di Neustadt-Glewe, viene liberata nel maggio del 1945. Incontra papa Francesco, in visita ad Auschwitz, nel luglio 2016.

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Unica matricola per due

Arianna Szörényi è la prima bambina deportata dall’Italia a testimoniare in età adulta: ad 11 anni infatti venne deportata nel campo di Auschwitz-Birkenau. Lorenzo ha 22 anni e vive a Parigi: su un braccio si è fatto tatuare il numero 89219: la matricola che diedero a sua nonna, Arianna.

Un numero unico per mantenere intatta la memoria e perchè l’uomo non ripeta gli stessi errori.

 

Risultati immaginiIl 16 giugno 1944, mentre gli uomini erano al lavoro (impiegati presso la Todt) Arianna insieme alla madre ed alle sorelle venne arrestata da un gruppo di SS.; ogni componente della famiglia fu interrogato, costretto a consegnare ogni oggetto di valore che possedeva, e successivamente deportato prima al campo di concentramento di San Sabba, poi condotto a Trieste e quindi ad Auschwitz. All’arrivo ad Auschwitz la famiglia venne fatta scendere dal vagone e separata per sesso: Arianna superò la prima selezione, fu condotta alle docce per essere spogliata e tatuata con il numero di immatricolazione 89.219, quindi alloggiata con la madre e le sorelle in una baracca del campo di Birkenau. Nell’ottobre 1944 Arianna, separata dalla madre e dalle sorelle, fu trasferita in un kinderblock femminile, una baracca adibita all’alloggio di bambine e ragazzine, dove le attività erano regolamentate da una kapò. Nel gennaio del 1945, a causa dell’avanzata russa, venne evacuata dal campo insieme a donne, uomini ed altri bambini; camminò per tre giorni e tre notti nella neve senza conoscere la meta della marcia assistendo all’esecuzione di molti prigionieri; lei stessa rischiò la morte, ma un soldato SS. decise di risparmiarla, caricandola su un vagone aperto diretto al campo di Ravensbruck.

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tratto da: http://www.papaboys.org/la-storia-illuminante-della-piccola-bambina-di-auschwitz-che-sopravvisse-sette-volte-alla-morte/

 

Il bene o il male?

Padre Tomasz Szymczak, guida spirituale del viaggio in Polonia 2017 -organizzato dalle Missionarie dell’Immacolata Padre Kolbe – è un frate francescano polacco (OFMConv.) che vive a Roma ed insegna Sacra Scrittura all’USMI.  La sua breve ma intensa testimonianza.

Dai campi di concentramento di Auschwitz e di Birkenau esco sempre in silenzio. Che si può dire? Vengono in mente tante domande e tanti pensieri. Sulla banalità e noia del male, che non riesce a creare mai nulla di nuovo. Riesce solo a inventare distruzione, disgregazione, distorsione di cio che è bello, innocente, forte, nobile.
Viene in mente che in un’ultima analisi, il male, per quanto possa sembrare molto intelligente nell’organizzare bene le cose, è stupido e cretino. Ha un vocabolario limitato a qualche parolaccia, ha un set delle azioni limitato a qualche pugno e calcio. Non riesce a dire le cose nuove…

Dall’altro canto – vengono in mente i pensieri sul bene. E’ sempre fresco, bello, creativo, sorprendente. Parla un milione dei linguaggi. Il bene inventa, sorprende, dà il coraggio. Come il gesto di Massimiliano Kolbe, che lo inserisce negli annali della storia con il titolo di santo martire della carità.  Da quale parte mi metto?…

Padre Tomasz Szymczak

Testimonianze

Ancora alcune testimonianze dall’ultimo pellegrinaggio dell’estate 2017 in Polonia

La visita ad Auschwitz e a Birkenau ci ha toccato moltissimo, le immagini dei campi e della mostra sono e rimarranno sempre impresse nel cuore e nella mente…. Ci ha colpito molto la montagna di capelli esposta dietro quelle vetrate (noi che se abbiamo un capello fuori posto ….!!!!) e le scarpe ammucchiate.

Ci è ritornata alla mente una poesia di Joyce Lussu: “C’è un paio di scarpette rosse”… poesia bellissima che aveva imparato a memoria nostra figlia…), ma vedendo quelle scarpette reali è tutta un’altra cosa !!!!

Manuela e Stefano


 

Mi ha colpito Birkenau.
È grande, molto, a percorrerlo, oltre e tornando,dalla schiera degli alberi mi ha colpito la sistematicità e la volontà di eliminare.
Penso a quanto può una coscienza indottrinata e sviata.
Penso al condizionamento che rende praticabile ciò che è condiviso.
Oltre il chiedere solo il silenzio, se si affida all’amore, potrà essere fecondo…

Raffaele Facci

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La forza del silenzio

Nell’ultimo libro del Cardinale R.Sarah – prefetto della Congregazione per il Culto Divino e la disciplina dei Sacramenti – “La forza del Silenzio contro la dittatura del rumore”, il Cardinale si pone delle domande, le stesse che ogni pellegrino si fa mentre si aggira tra le baracche di Auschwitz-Birkenau e ciò che rimane delle persone che sono state deportate là.

L’umanità parla e Dio risponde con il suo silenzio.
Come è possibile comprendere gli anni della Shoah e il corteo abominevole dei campi di sterminio, come quello di Auschwitz-Birkenau, in cui sono morti tanti ebrei innocenti?
Come si fa a capire il silenzio di Dio?
Perchè Dio ha scelto di non intervenire mentre massacravano il suo popolo?

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La sofferenza dell’uomo diviene misteriosamente sofferenza di Dio.
Credere in un Dio silenzioso che “soffre” significa rendere il mistero del silenzio di Dio ancora più misterioso, ma anche più luminoso…
Il silenzio di Dio è un invito a custodire il silenzio per approfondire il grande mistero dell’uomo posto di fronte alle sue gioie, alle sue pene, alla sua sofferenza e alla sua morte.

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La storia si ripete

Da poco conclusosi il pellegrinaggio 2017 in Polonia, ripartiamo con una piccola intervista a M.Angela, una pellegrina della provincia di Bologna.

Leggendo la tua precedente testimonianza mi colpivano queste tue parole: “Il mio unico scopo era Auschwitz lo avrai capito…” Puoi spiegarci meglio la tua motivazione? Cosa hai provato durante e dopo aver visto Auschwitz e Birkenau? E c’è stato qualcosa che ha attirato maggiormente la tua attenzione in questi luoghi?

Sì, diciamo meglio che Auschwitz era la motivazione principale. Da molti anni mi interesso a quanto è avvenuto nei campi sia come passaggio fondamentale della storia del secolo scorso che nel significato più profondo del rapporto tra uomo e uomo, tra l’uomo e i suoi impulsi più aggressivi, tra uomo e Dio, tra Dio e la storia. In questo Auschwitz è un caposaldo imprescindibile, un esempio assoluto. Avendo molta dimestichezza con Israele (ci sono andata tantissime volte) e avendo visitato più volte il memoriale della Shoa, lo Yad VaShem, a Gerusalemme – che tutti dovrebbero visitare anche chi va in pellegrinaggio cristiano – sapevo ciò che mi aspettava ma l’esperienza è stata diversa e molto più intensa. Le emozioni superficiali mi interessano poco perché non permangono; questi viaggi dovrebbero indurre la gente non solo a riflettere sul come e perché in un luogo così distruttivo della dignità umana – ancor prima di uccidere fisicamente – c’è stata gente che l’ha mantenuta e ha dato la vita per altri, ma a chiedersi come si è arrivati a tanto. Perché la storia si ripete e noi non ci accorgiamo, non diamo il giusto peso ai segni premonitori delle tragedie. E quando la situazione diventa troppo disperata non abbiamo la forza per reagire.

Ci sono poi grandi domande: certo dove era l’uomo ma anche dove era Dio. Come e se Dio interviene nella storia. Cosa sia la libertà e se e quanto l’uomo sia libero quando agisce – e per molto tempo – così come Auschwitz manifesta. Questioni non per addetti ai lavori o filosofi o teologi o storici ma per tutti noi, visto che Dio ci ha dato il cervello per ragionare. Potrei continuare per ore anzi forse dovrei. Non so se ho risposto alle tue domande. Mi piacerebbe però che si aprisse una possibilità di ragionamento comune, di approfondimento. Tra l’altro c’e’ una letteratura sterminata sull’argomento, io stessa ho una biblioteca piuttosto fornita, ci sono film non banali da vedere… Un abbraccio e anche grazie della possibilità che mi hai dato.

M.Angela F.

 

Auschwitz e Birkenau: perché?

La testimonianza di Anna – missionaria – le sue domande, le sue emozioni, le sue preghiere, i suoi ricordi della guerra civile in Argentina.

Auschwitz e Birkenau, un binomio che da subito fa nascere una domanda: perché? Un binomio che non sarebbe dovuto mai esistere. Campi di concentramento, guerra… parole e fatti che risuonano da anni nella mia testa e nel mio cuore e immediatamente torno alla mia infanzia, in Argentina, al terrore della guerra vissuta dalla mia famiglia, le paure, i desaparecidos, i dialoghi sussurrati in famiglia, le nostre domande di bambini. Ero piccola (3/5 anni) ma in me è rimasto impresso il dolore, la tristezza, il terrore. Ricordo poi che quando qualcosa non mi piaceva dicevo “non la voglio, ha il gusto della guerra”. 

Non volevo viaggiare quest’anno, l’Europa era lontana, però era da tempo che chiedevo a Dio di poter visitare un giorno i campi di concentramento e, finalmente, lo scorso mese di giugno si è avverato questo desiderio.

No, non potevo crederci: mi resi conto che era molto poco, molto povero, minuscolo quello che sapevo; ad ogni passo, a ogni parola della guida, rimanevo meravigliata per il male di alcuni e la sofferenza di altri. Mi veniva voglia di piangere, gridare la mia impotenza, mettermi in ginocchio, baciare quella terra e pregare? Mentre camminavo ripetevo: “Dio mio, perché?”. Che cosa sarà passato nella mente di quelle persone: non avevano famiglia, madri, spose, figli? Come potevano distruggere degli uomini senza pietà? Erano persone intelligenti; sono rimasta infatti sorpresa dalla perfetta organizzazione dei campi, però tutto era stato usato per la distruzione. Mi sono rimasti impressi i pali dei castighi, i forni crematori, il muro della fucilazione, le celle della morte…

Un mattino presto ci siamo recate ad Auschwitz, siamo rimaste lì in preghiera nella cella dove padre Kolbe ha donato la sua vita. Non avevo voglia di andare via, sarei rimasta, ero serena, sorpresa, finalmente il sogno si realizzava; stringendo quelle sbarre sentivo Massimiliano molto vicino, lui che ha illuminato quelle tenebre con la luce del perdono e dell’amore. Ho sentito il bisogno di pregare per le vittime ma anche per gli aguzzini, sopraffatti e distrutti dall’odio. Mi sembrava quasi di udire i passi di padre Kolbe mentre andava a morire in quella cella, “tac tac”, con fiducia, con serenità, per offrire la sua vita e lasciandoci così questa grande testimonianza di amore.

Anna Gentile  

Un po’ di nostalgia

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Sento un po’ di nostalgia, un po’ di nostalgia per te
Sento un po’ di nostalgia, perchè ti amo davvero.
Solo chi conosce il desiderio può capire il dolore
Ma questa è una cosa tua e mia, per noi due, e non invano.
Lasciami un po’ di nostalgia, un po’ di nostalgia così triste
Lasciami un po’ di nostalgia, per i tuoi occhi, per la tua bocca, per te.
Siamo stati costretti a stare lontani,
Lunghi anni, troppo lunghi per il mio cuore,
Ma in tutti i miei sogni vedo
Che torni sempre da me
Aspettando senza averne il diritto
molti giorni e molte notti.
E’ un guaio, non me ne scordo,
E tutti dicono che dovrei pentirmene.
Ma a te sarò fedele per la vita
Ti prometto di essere moglie fedele.
Niente mi farà mai cambiare idea
Lo sai, ammettilo, non sei cieco.
Ben presto sarà tutto dimenticato
Un brutto ricordo sbagliato
Perchè so che ci sarà un tempo per costruire
Quando tutti i miei sogni si realizzeranno.
Saremo forti, non ci piegheremo mai
Il mio amore per te non avrà mai fine.
Niente può separarmi da te
Noi due insieme, legati e liberi.
Vedo la nostra casa fra qualche anno
Una casa per noi – io mamma
Vedo una culla piena d’amore
Con dentro la nostra tortorella d’amore.

Rosita Glacer – Birkenau 1944

 

i fiori di Auschwitz

Un viaggio nella memoria effettuato lo scorso anno da un liceo Artistico Statale di Latina  ed uno splendido elaborato che è stato lasciato ai posteri…

Sono partita con il terrore di passare tre giorni circondata da luoghi che mi avrebbero urlato contro solo parole di morte, di violenza, di pura e incontrollata follia. Credevo che non avrei sentito nient’altro che ribrezzo ed angoscia; le quali non sono di certo mancate. Ma tra queste e’ emerso, a mia sorpresa, una sensazione che fatico a descrivere, qualcosa di profondo e sottile che mi faceva restare ancorata all’essere umano, qualcosa che mi faceva percepire di quanta bellezza fosse fatto quest’ultimo; persino in posti come Auschwitz e Birkenau…

 

…In quel luogo fanno un incontro che Tati non smettera’ di raccontare: un uomo, un soldato nazista, ancora uomo, entra nel Kinderblock del ’dottor’ Mengele e porta loro dei biscotti, tanto semplici e banali quanto incredibilmente importanti per due sorelle ormai private di qualsiasi atto di incondizionato interesse o affetto. Quella scatola e’ per lei il ricordo piu’ bello e piu’ vivido del campo. E lo e’ ora anche per me….

 

… I campi di concentramento erano ambienti in cui nulla di bello, di fragile, di spontaneo poteva sopravvivere. Eppure, sono emersi dalla terra piu’ arida ed inospitale, fiori resistenti, dai colori brillanti, che non si sono piegati ad un clima mortale. Quei fiori erano centinaia di migliaia, erano tutti coloro che hanno regalato biscotti, che hanno dato la vita per non perdere un abbraccio, un bacio, una carezza, che hanno preferito le persone agli ordini dei folli, che hanno scelto una vita da fragili fiori, piuttosto che quella da pietre immortali. L’essere umano c’era, in tutta la sua straordinaria forza e bellezza. C’era ad Auschwitz negli anni quaranta e c’era ancora ad aprile dell’anno duemilasedici.
Francesca Angelini

l’intero articolo potete leggerlo qui: http://www.liceoartisticolatina.gov.it/userfiles/doc/2016_fiori_auschwitz.pdf