Auschwitz e Birkenau: perché?

La testimonianza di Anna – missionaria – le sue domande, le sue emozioni, le sue preghiere, i suoi ricordi della guerra civile in Argentina.

Auschwitz e Birkenau, un binomio che da subito fa nascere una domanda: perché? Un binomio che non sarebbe dovuto mai esistere. Campi di concentramento, guerra… parole e fatti che risuonano da anni nella mia testa e nel mio cuore e immediatamente torno alla mia infanzia, in Argentina, al terrore della guerra vissuta dalla mia famiglia, le paure, i desaparecidos, i dialoghi sussurrati in famiglia, le nostre domande di bambini. Ero piccola (3/5 anni) ma in me è rimasto impresso il dolore, la tristezza, il terrore. Ricordo poi che quando qualcosa non mi piaceva dicevo “non la voglio, ha il gusto della guerra”. 

Non volevo viaggiare quest’anno, l’Europa era lontana, però era da tempo che chiedevo a Dio di poter visitare un giorno i campi di concentramento e, finalmente, lo scorso mese di giugno si è avverato questo desiderio.

No, non potevo crederci: mi resi conto che era molto poco, molto povero, minuscolo quello che sapevo; ad ogni passo, a ogni parola della guida, rimanevo meravigliata per il male di alcuni e la sofferenza di altri. Mi veniva voglia di piangere, gridare la mia impotenza, mettermi in ginocchio, baciare quella terra e pregare? Mentre camminavo ripetevo: “Dio mio, perché?”. Che cosa sarà passato nella mente di quelle persone: non avevano famiglia, madri, spose, figli? Come potevano distruggere degli uomini senza pietà? Erano persone intelligenti; sono rimasta infatti sorpresa dalla perfetta organizzazione dei campi, però tutto era stato usato per la distruzione. Mi sono rimasti impressi i pali dei castighi, i forni crematori, il muro della fucilazione, le celle della morte…

Un mattino presto ci siamo recate ad Auschwitz, siamo rimaste lì in preghiera nella cella dove padre Kolbe ha donato la sua vita. Non avevo voglia di andare via, sarei rimasta, ero serena, sorpresa, finalmente il sogno si realizzava; stringendo quelle sbarre sentivo Massimiliano molto vicino, lui che ha illuminato quelle tenebre con la luce del perdono e dell’amore. Ho sentito il bisogno di pregare per le vittime ma anche per gli aguzzini, sopraffatti e distrutti dall’odio. Mi sembrava quasi di udire i passi di padre Kolbe mentre andava a morire in quella cella, “tac tac”, con fiducia, con serenità, per offrire la sua vita e lasciandoci così questa grande testimonianza di amore.

Anna Gentile  

Un po’ di nostalgia

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Sento un po’ di nostalgia, un po’ di nostalgia per te
Sento un po’ di nostalgia, perchè ti amo davvero.
Solo chi conosce il desiderio può capire il dolore
Ma questa è una cosa tua e mia, per noi due, e non invano.
Lasciami un po’ di nostalgia, un po’ di nostalgia così triste
Lasciami un po’ di nostalgia, per i tuoi occhi, per la tua bocca, per te.
Siamo stati costretti a stare lontani,
Lunghi anni, troppo lunghi per il mio cuore,
Ma in tutti i miei sogni vedo
Che torni sempre da me
Aspettando senza averne il diritto
molti giorni e molte notti.
E’ un guaio, non me ne scordo,
E tutti dicono che dovrei pentirmene.
Ma a te sarò fedele per la vita
Ti prometto di essere moglie fedele.
Niente mi farà mai cambiare idea
Lo sai, ammettilo, non sei cieco.
Ben presto sarà tutto dimenticato
Un brutto ricordo sbagliato
Perchè so che ci sarà un tempo per costruire
Quando tutti i miei sogni si realizzeranno.
Saremo forti, non ci piegheremo mai
Il mio amore per te non avrà mai fine.
Niente può separarmi da te
Noi due insieme, legati e liberi.
Vedo la nostra casa fra qualche anno
Una casa per noi – io mamma
Vedo una culla piena d’amore
Con dentro la nostra tortorella d’amore.

Rosita Glacer – Birkenau 1944

 

La vita vuole vivere

Paul Glaser dirigente medico olandese nato immediatamente dopo la seconda guerra mondiale, scopre casualmente che il suo cognome è un cognome di origine ebraica, piuttosto diffuso in altri paesi ma non in Olanda. Inizia così la ricerca sulle sue origini, che lo porterà a raccontare nel libro Ballando ad Auschwitz la storia di Rosie Glacér (originariamente Rosa Regina Glaser) e della sua famiglia.

…il governo del dopoguerra, nella fretta di chiudere con il passato, non rende giustizia a chi è sopravvissuto, né supporto, né risarcimento adeguato. Le giovani generazioni olandesi non sono consapevoli di questo, lo stesso Paul ne è particolarmente scosso: “L’Olanda così moderna e progressista ha in realtà un lato oscuro. E scoprirlo ha rappresentato uno degli shock più forti di tutto il mio lavoro di ricerca”.

Infine, un parallelo: emergono nella storia di Rosie molti dei temi che anche Primo Levi affronta nelle sue riflessioni da sopravvissuto: la violenza e la cattiveria “inutili”, il male degli aguzzini che sporca le vittime anche nella loro volontà di sopravvivere, la zona grigia e il privilegio, l’incomunicabilità da parte dei salvati di quanto accaduto.
Ma mentre Primo Levi è riflessivo, a tratti sereno ma sempre dolente, Rosie ha fame di libertà, Rosie è la joie de vivre, Rosie è la vita. E la vita vuole vivere.

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Questa è la vera storia di mia zia Rosie.
Ho raccontato le sue esperienze basandomi sui suoi diari, foto, lettere e appunti del tempo di guerra, interviste e ricerche d’archivio.
Subito dopo la guerra Rosie denunciò coloro che l’avevano tradita alla polizia. Anche i rapporti che li riguardano e numerose dichiarazioni di testimoni sono entrati a far parte del suo archivio.
In quanto primo nato della generazione postbellica, ho dato alla storia di mia zia forma di libro. Essa dimostra l’importanza che possono avere la forza di carattere e l’ottimismo nei momenti critici. Tramandatela.

Paul Glaser

tratto da: https://bambolediavole.wordpress.com/2017/01/27/ballando-ad-auschwitz-la-storia-di-rosie-e-della-famiglia-glaser/

The Butterfly

Pavel Friedman era un poeta ebreo cecoslovacco. Fu deportato dapprima nel campo di concentramento di Terezin dove il 4 giugno 1942 scrisse una poesia “The Butterfly” su un pezzo di carta sottile. Il foglio fu scoperto dopo la liberazione e poi donato al Museo ebraico di Praga. Il 29 settembre 1944 fu confinato ad Auschwitz e qui venne ucciso.

 

L’ultima, proprio l’ultima,
di un giallo così intenso, così
assolutamente giallo,
come una lacrima di sole quando cade
sopra una roccia bianca
così gialla, così gialla!
l’ultima,
volava in alto leggera,
aleggiava sicura
per baciare il suo ultimo mondo.
Tra qualche giorno
sarà già la mia settima settimana
di ghetto:
i miei mi hanno ritrovato qui
e qui mi chiamano i fiori di ruta
e il bianco candeliere di castagno
nel cortile.
Ma qui non ho rivisto nessuna farfalla.
Quella dell’altra volta fu l’ultima:
le farfalle non vivono nel ghetto.

(Pavel Friedman, Praga 1921 – Auschwitz 1944)

i fiori di Auschwitz

Un viaggio nella memoria effettuato lo scorso anno da un liceo Artistico Statale di Latina  ed uno splendido elaborato che è stato lasciato ai posteri…

Sono partita con il terrore di passare tre giorni circondata da luoghi che mi avrebbero urlato contro solo parole di morte, di violenza, di pura e incontrollata follia. Credevo che non avrei sentito nient’altro che ribrezzo ed angoscia; le quali non sono di certo mancate. Ma tra queste e’ emerso, a mia sorpresa, una sensazione che fatico a descrivere, qualcosa di profondo e sottile che mi faceva restare ancorata all’essere umano, qualcosa che mi faceva percepire di quanta bellezza fosse fatto quest’ultimo; persino in posti come Auschwitz e Birkenau…

 

…In quel luogo fanno un incontro che Tati non smettera’ di raccontare: un uomo, un soldato nazista, ancora uomo, entra nel Kinderblock del ’dottor’ Mengele e porta loro dei biscotti, tanto semplici e banali quanto incredibilmente importanti per due sorelle ormai private di qualsiasi atto di incondizionato interesse o affetto. Quella scatola e’ per lei il ricordo piu’ bello e piu’ vivido del campo. E lo e’ ora anche per me….

 

… I campi di concentramento erano ambienti in cui nulla di bello, di fragile, di spontaneo poteva sopravvivere. Eppure, sono emersi dalla terra piu’ arida ed inospitale, fiori resistenti, dai colori brillanti, che non si sono piegati ad un clima mortale. Quei fiori erano centinaia di migliaia, erano tutti coloro che hanno regalato biscotti, che hanno dato la vita per non perdere un abbraccio, un bacio, una carezza, che hanno preferito le persone agli ordini dei folli, che hanno scelto una vita da fragili fiori, piuttosto che quella da pietre immortali. L’essere umano c’era, in tutta la sua straordinaria forza e bellezza. C’era ad Auschwitz negli anni quaranta e c’era ancora ad aprile dell’anno duemilasedici.
Francesca Angelini

l’intero articolo potete leggerlo qui: http://www.liceoartisticolatina.gov.it/userfiles/doc/2016_fiori_auschwitz.pdf

Etty Hillesum: il suo messaggio di speranza

Esther (Etty) Hillesum, era una scrittrice olandese ebrea che fu dapprima internata nel campo di transito di Westerbork e successivamente il 7 settembre 1943 fu deportata insieme alla sua famiglia, tranne il fratello Jaap, nel campo di sterminio di Auschwitz. Qui morirono poco tempo dopo il loro arrivo. Etty avrebbe potuto salvarsi, ma decise di seguire le sorti del suo popolo, forte delle sue convinzioni umane e religiose. Dopo numerosi amanti, un aborto e una gioventù senza senso, incontra Dio meno di due anni prima della sua morte nel campo di concentramento ad Auschwitz e porta il suo messaggio di speranza.


Ma Etty considera che, anche in questo abisso di disperazione, la vita è ancora significativa e meravigliosamente bella. “Una cosa, tuttavia, è sempre più evidente in me», scrive già vedendo l’inevitabilità del suo destino, “ed è che Tu non puoi aiutarci, ma noi dobbiamo aiutare te, perchè solo così possiamo aiutare noi stessi. L’unica cosa che possiamo salvare in questi tempi, l’unica cosa che conta davvero, è tenere una piccola parte di Te in noi, mio Dio. Tocca a noi aiutarTi, difendendo fino alla fine il tuo essere in noi”

 

Risultato immagine per la vita è meravigliosamente bella

Pero Etty considera que, incluso en este abismo de desesperación, la vida sigue siendo significativa y maravillosamente bella. «Una cosa, sin embargo, se hace cada vez más evidente en mí», escribe viendo ya la inevitabilidad de su destino, «y es que Tú no nos puedes ayudar, sino que nosotros tenemos que ayudarte a Ti, y así nos ayudaremos a nosotros mismos. Lo único que podemos salvar en estos tiempos, lo único que realmente importa, es un tener una pequeña parte de Ti en nosotros, Dios mío. Nos toca a nosotros ayudarte a Ti, defendiendo hasta el final Tu casa en nosotros”

Tratto da: http://www.religionenlibertad.com/etty-hillesum-la-judia-que-encontro-a-jesucristo-en-el-abismo-27773.htm

 

 

 

Il dolore tra le note

Spesso canticchiamo “La canzone del bambino nel vento” di Guccini e ne leggiamo le parole per i più svariati motivi, ma ci siamo mai soffermati sul testo a riflettere? Nel 2006 hanno pensato di farlo i ragazzi delle classi 5A e 5B dell’ Istituto Comprensivo Statale “Antonio Gramsci” per conoscere e non dimenticare verità realmente accadute.


Di chi parla la canzone?
In questa canzone il protagonista è un bambino, probabilmente ebreo.

– Il protagonista dove si trova e perché si trova in quel luogo?
Il protagonista si trova in uno dei più grandi campi di sterminio: Auschwitz. È stato deportato in quel luogo perché era considerato di razza inferiore e ha subito la sorte di tutte le persone ritenute non degne di vivere.

– Cosa è successo al protagonista?
Il bambino è stato ucciso tramite le camere a gas e poi è stato cremato nei forni ed è salito, sotto forma di fumo, attraverso un camino, su nel cielo dove riposerà serenamente per sempre.

– Guccini come descrive l’ ambiente dove si trova il protagonista?
Guccini descrive Auschwitz, in inverno, come il posto più triste che esista, facendoci capire che, nella stagione fredda e il cielo grigio, il campo di concentramento è ancor più cupo di quanto si possa immaginare.-

– Cosa regna in quel luogo e perché è così strano che regni …?
In questo luogo, pur essendoci molte persone, c’era un gran silenzio perché vi era la paura di subire la stessa sorte di altri, la tristezza negli animi e il dolore nel cuore.

– Qual è il significato del seguente verso: “Non ho imparato a sorridere qui nel vento”?
In questa canzone uno dei versi più significativi è: “Non ho imparato a sorridere qui nel vento”; con questa triste frase il bambino vuole farci capire che anche se il vento lo ha accolto e lo ha portato su nel cielo, tutto ciò che aveva dovuto subire sulla terra, solo perché era considerato diverso, rimarrà nel suo cuore per sempre.

– Qual è la terribile domanda che si pone il protagonista?
Il protagonista si pone una domanda che purtroppo anche ai giorni nostri esiste: come può un uomo uccidere un suo fratello.

– Come spieghi questi versi: “Ancora tuona il cannone” – “Ancora non è contenta di sangue la bestia umana”?
In questa canzone l’uomo è paragonato prima ad un cannone e poi ad una bestia, nella prima situazione l’uomo è una macchina congegnata per uccidere, mentre nella seconda l’uomo è un animale che uccide tutto ciò che intralcia il suo cammino.

– Alla fine della canzone, cosa si chiede il protagonista?
Alla fine della canzone il protagonista si chiede quando un uomo potrà vivere senza ammazzare e così il vento si poserà.

– Perché è tanto importante che il vento si “posi”?
Quando si poserà il vento significherà che esso non dovrà più trasportare le anime delle persone morte verso il cielo e soffierà solo sugli alberi in autunno e nei campi in primavera.

Tratto da: http://www.scuolalodivecchio.it/shoah/note.html

Una meravigliosa esperienza

Sono arrivata al termine della meravigliosa  esperienza vissuta in questi giorni e, per quanto mi riguarda, porto a casa un tesoro preziosissimo.

Questo pellegrinaggio mi ha mostrato ancora una volta i mille volti dell’amore.  Sono molto felice,  perché ho conosciuto dei nuovi  amici: Massimiliano, che ha fatto breccia nel mio cuore e mi ha suggerito un nuovo modo di amare; Faustina che mi ha fatto meditare il volto radioso e misericordioso di Gesù;  Marian che con la sua arte ha saputo esprimere la sua sofferenza, ma sopratutto ha messo in luce il suo amore per la  vita, la speranza e l’abbandono fiducioso al progetto di Dio; e non ultime voi missionarie… che col vostro sorriso gioioso mi avete accolta, coccolata, ascoltata come fossi  un familiare che aspettavate da tempo.

Devo dire che prima di partire, nonostante lo desiderassi molto, avevo timore di non essere in grado di sostenere il forte impatto emozionale della visita ad Auschwitz e Birkenau senza provare un senso di oppressione e di sconforto. Invece  voi, con le vostre  profonde parole mi avete “presa per mano” chiedendomi  di guardare a quel luogo di morte, di distruzione e di abominio con gli occhi della misericordia, senza giudizio e  senza condanna, e così è stato.

Non mi aspettavo di ricevere così tanto da un solo viaggio ed invece porto con me la gioia di quell’incontro con Dio che in questi giorni ho trovato in ognuno dei miei  passi.

Sono  stata  bene con voi, e vi ringrazio infinitamente per il bene che avete riversato nella mia anima. Spero di avere un giorno la possibilità di tornare da voi con la mia famiglia.  Nel frattempo racconterò loro dei tesori che ho scoperto.

Vi abbraccio e vi auguro buona strada!

Possa il vostro sorriso essere sempre il riflesso dell’amore di Dio.

Vi porto nel cuore e nella preghiera,

Maria Teresa

pel polonia

Foto del gruppo di Treviso, parrocchie di Catena e Lancenigo

Cinque rose di cinque colori

“Sono ritornata ad Auschwitz, un’esperienza e un’emozione sempre diversa. Quattro posti in particolare hanno catturato la mia attenzione: l’entrata, la piazza dell’appello, la scala del blocco 11, la cella numero 18”.

La testimonianza di Lucia al suo rientro dalla Polonia. Un percorso a tappe…

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L’entrata. 

Mentre con moltissime persone sono in fila cercando di entrare non mi è difficile pensare alle moltissime, troppe persone che hanno passato questa stessa porta pensando di trovare un po’ di ristoro dopo la prima selezione: destra, sinistra, destra, sinistra… Ricordo l’esempio di Etty Hillesum che sorretta dalla sua incrollabile fede nella vita, ne sa cogliere la bellezza oltre il “qui e ora”: «Partirò dal principio di aiutare Dio il più possibile, e se questo mi riuscirà, allora vuol dire che saprò esserci anche per gli altri». Vivere è un bene ovunque, anche dietro il filo spinato e dentro le baracche tutte spifferi, purché si viva con l’amore necessario nei confronti degli altri e della vita… (cit. Ateleia).

La piazza dell’appello

Qui, davanti alla targa con il numero di san Massimiliano Kolbe, 16670, ben evidente, sono sola, la scelta di fare il primo passo, la scelta di uscire dalle file è stato ed è sempre un atto personale. In mezzo ai compagni interdetti, padre Massimiliano si fa strada e rompe gli schemi: «Vorrei morire al posto di uno di questi condannati», e indica quello che si era lamentato, un padre, un marito. «Chi sei?» chiede il capo SS. «Un prete cattolico», risponde padre Massimiliano. L’ufficiale, stupefatto, rimane in silenzio per un istante, poi accetta. Anch’io rimango in silenzio…

La scala del blocco 11

Se vuoi “salire”, devi prima “scendere”… Diceva Edith Stein: «Non esiste consolazione umana, ma colui che impone la sua croce, sa come rendere dolce e leggero il fardello. Accetto tutto quello che Dio mi manda!». Quando Sr. Teresia Benedicta scrisse queste righe il 29 luglio 1942, i nazisti avevano già stabilito la sua sorte e quella di tutti gli ebrei. Iniziò così un periodo molto doloroso. Dal campo giunsero ancora tre brevi lettere indirizzate al Carmelo di Echt. Nella lettera del 5 agosto 1942 si legge: «Abbiamo fiducia nella vostra preghiera. Qui ci sono così tante persone bisognose del conforto, ed esse sperano di riceverlo dalle suore». Nelle sue ultime righe scritte il 6 agosto 1942 dal campo pregò di mandarle il breviario aggiungendo: «Fin’ora sono riuscita a pregare benissimo…». Mi chiedo se anch’io ho questa fiducia, questa desiderio di credere ancora nel bene…

La cella numero 18

Sono arrivata presto e non c’è nessuno, mi posso inginocchiare e pregare… Altri visitatori hanno lasciato nella cella 5 rose di 5 colori, li associo ai 5 continenti e chiedo pace, luce, forza, coraggio per ogni uomo e ogni donna di questo pazzo, ma sempre bello, nostro mondo.

Lucia Z.  – Bologna

 

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