Rinascita e ricordo

Si è da poco concluso il pellegrinaggio in Polonia di un gruppo di giovani degli Stati Uniti accolto presso il Centro Massimiliano Kolbe di Harmęże. Un bella e forte esperienza raccontata da Jeremy.

I miei amici ed io abbiamo intrapreso quello che è stato per me, probabilmente, il viaggio spirituale più importante che abbia mai sperimentato prima. Sono sicuro di parlare anche a nome degli altri quando dico che il viaggio continua. Ritornando a Los Angeles, quando ci siamo salutati, ho sentito una grande tristezza. La gioia e l’intimità della preghiera comunitaria, dei viaggi e della fraternità, erano ormai giunte al termine e dovevamo tornare alla nostra vita quotidiana. Ma Dio aveva in mente qualcos’altro.

Nel pensare a questa testimonianza ho sentito una grande pace. La mia mente sembrava essere piena non solo del passato, ma anche di riflessioni profonde, e la domanda: “A partire da qui, dove andiamo?”. Non potevo fare a meno di chiedermi se il Signore mi avesse dato un’opportunità attraverso la quale, essendo a casa da solo e sveglio nel silenzio della notte, potesse parlarmi. Mentre sto scrivendo, questa è la quarta notte in cui mi ritrovo completamente sveglio, sto sentendo forte la presenza di Dio.

Ciò che ho ricevuto da questo viaggio è stata una triplice lezione. La prima è stata una conferma che, nonostante la attitudine umana di tendere verso il male, Dio ha reso ogni cosa buona. Seconda: la presenza di Dio negli altri anche nei momenti più difficili. Terza: un invito a considerare più profondamente molte cose, tra queste l’amore per gli altri, evitare l’indifferenza.

Sul primo punto ho riflettuto sulla capacità degli esseri umani di tendere ugualmente verso il grande bene e il grande male. Questo l’ho sentito mentre visitavamo per tre giorni i campi di Auschwitz-Birkenau. Il primo giorno siamo abbiamo visto in modo molto forte i grandi orrori dell’occupazione nazista e della loro soluzione finale. Il secondo giorno abbiamo pregato in silenzio le stazioni della Via Crucis nel Campo di Birkenau, riflettendo ancora una volta sulla sofferenza, la discriminazione, la disumanità. Abbiamo pregato affinché tali crimini non possano ripetersi mai più e per il riposo delle anime di coloro che erano morti. Il terzo giorno abbiamo partecipato, presso il Muro della Morte ad Auschwitz, alla processione e alla messa in onore di San Massimiliano, vicino alla cella dove morì.

Molto spesso, in casi di tragedia e di morte, la risposta naturale è semplicemente trattarle come l’indicibile. Trattarle con il silenzio e l’auspicio che non debbano accadere mai più. Ma penso che, in un vero spirito di fede, non dobbiamo fuggire dalle domande più profonde. Potremmo non avere una risposta assoluta, ma penso che dobbiamo essere aperti a considerarle. Come ha osservato l’autore Elie Wiesel nel suo scritto “Notte”, è sorta la domanda su dove fosse Dio in questi campi. Non so se ci sia una risposta assoluta e soddisfacente a questa domanda, ma penso che pregiudizio e discriminazione cancellino l’individuo e portino a vedere solo una classe o un gruppo. Durante il nostro tour la guida ci ha detto che una delle guardie, quando è stata intervistata e interrogata su come avesse potuto uccidere così tante persone, ha risposto: “Non ho ucciso nessuno. Solo ebrei”. Ha guardato il popolo ebraico e non ha visto persone con il loro valore e la loro storia, tanto meno la presenza di Dio in loro, ma semplicemente una classe, un gruppo, un ebreo.

Auschwitz per me è stato una conferma che pregiudizio, discriminazione, indifferenza e genocidio si sono verificati non una volta ma troppe volte nella storia umana. Ho pensato che l’opposto dell’amore potrebbe non essere l’odio, ma l’indifferenza. Molti di questi ufficiali potrebbero aver semplicemente eseguito gli ordini, indifferenti agli effetti. Mentre siamo tutti fondamentalmente buoni, creazione di Dio, siamo tutti capaci di indifferenza e pregiudizio che, se lasciati incontrollati, possono portare a un grande male. Si dice che non ci sia santo senza passato e nessun peccatore senza futuro. Ciò che questo pellegrinaggio ha evidenziato è questa verità.

Prima di andare ad Auschwitz il nostro pellegrinaggio aveva ripercorso le orme di Santa Faustina Kowalska, San Giovanni Paolo II e San Massimiliano Kolbe. La Divina Misericordia ci ricorda che tutti meritano di essere salvati, non importa quanto si siano allontanati da Dio. Ci viene detto che padre Kolbe vedeva la presenza di Dio non solo nei suoi compagni di prigionia, non provava tanto odio per i suoi persecutori ma tanta pietà.

L’altra lezione è mettere tutto questo in pratica. Come guardiamo alle persone che commettono crimini indicibili e riconosciamo in loro la creazione di Dio? Come ci mettiamo alla prova per superare i pregiudizi? Come bilanciamo la giustizia legittima con la misericordia e l’amore per i nemici? Penso che fornire una risposta assoluta qui sarebbe una semplificazione eccessiva di queste difficili domande. In ogni caso, una lezione che abbiamo imparato da San Massimiliano Kolbe è che non siamo tutti chiamati a un compito arduo come il suo, piuttosto è nei piccoli incontri quotidiani che possiamo mettere in pratica questi temi e lasciare che la misericordia e l’amore ci guidino sempre. Nei giorni successivi al pellegrinaggio mi sono chiesto chi avrei dovuto perdonare o a chi avrei dovuto chiedere scusa. A quali aspetti della mia vita sono indifferente? Mi sembra di riuscire a vedere Cristo in molte persone, prima sarebbe stato difficile.

Questo pellegrinaggio per me è stato come una rinascita, una chiamata a ricordare chi siamo e ciò che siamo chiamati a fare. Sono eternamente grato per questo viaggio e per tutti coloro che lo hanno pensato e organizzato. Dio vi benedica.

Jeremy Hernandez-Lum Tong

Ogni giorno

«Io non sono adatta a parlare del 27 gennaio, perché chi ha passato quello che ho passato io non aspetta questa data per ricordarsi di una vita fa. Lo fa 365 giorni all’anno, non il 27 gennaio». 

Liliana Segre, 27 gennaio 2024

Foto di Mariusz Talarek
Celebrazione al Campo di Auschwitz, 27 gennaio 2024

Scatti di una giornata da ricordare

Non è stata una giornata qualunque, l’abbiamo vissuta insieme a tante persone, pellegrine come noi, partite dal Centro di Harmęże, incamminate direzione Campo di Auschwitz, o meglio, verso quella cella del blocco 11 diventata negli anni il nostro “santuario” dove riporre domande, preghiere, speranze. Con noi anche tanti sacerdoti, frati, e vescovi che hanno anche ricordato e invitato a conoscere il nostro progetto della Cella dell’amore, per tenere viva la memoria di san Massimiliano Kolbe, della carità vissuta nei suoi giorni di prigionia, del suo gesto d’amore. Tanti motivi per dire grazie, per essere state testimoni di questa giornata da ricordare.

Anna M. e missionarie di Harmęże

“Non potevo non venire”

Prendere la parola in questo luogo di orrore, di accumulo di crimini contro Dio e contro l’uomo che non ha confronti nella storia, è quasi impossibile ed è particolarmente difficile e opprimente per un cristiano, per un Papa che proviene dalla Germania… Ventisette anni fa, il 7 giugno 1979, era qui Papa Giovanni Paolo II; egli disse allora: ‘Vengo qui oggi come pellegrino. Si sa che molte volte mi sono trovato qui… Quante volte! E molte volte sono sceso nella cella della morte di Massimiliano Kolbe e mi sono fermato davanti al muro dello sterminio e sono passato tra le macerie dei forni crematori di Birkenau. Non potevo non venire qui come Papa”. 

Papa Giovanni Paolo II stava qui come figlio di quel popolo che, accanto al popolo ebraico, dovette soffrire di più in questo luogo e, in genere, nel corso della guerra… Papa Giovanni Paolo II era qui come figlio del popolo polacco. Io sono oggi qui come figlio del popolo tedesco, e proprio per questo devo e posso dire come lui: Non potevo non venire qui. Dovevo venire. Era ed è un dovere di fronte alla verità e al diritto di quanti hanno sofferto, un dovere davanti a Dio, di essere qui come successore di Giovanni Paolo II e come figlio del popolo tedesco…

Benedetto XVI, 28 maggio 2006

(per il discorso integrale https://www.lavocedelpopolo.it/papa-francesco/benedetto-xvi-perche-signore-hai-taciuto-perche-hai-potuto-tollerare-tutto-questo )

Pietre d’inciampo

È arrivata l’estate e con il caldo la speranza di poter finalmente muoverci e viaggiare in relativa tranquillità. Avremo l’opportunità di visitare luoghi vicini o lontani dalla nostra città e regione. Guardiamo prima la mappa interattiva italiana delle pietre d’inciampo, potremmo camminare su quella via che ricorda una persona deportata in un campo di concentramento. Nel sito https://lab.gedidigital.it/gedi-visual/2021/giorno-della-memoria-pietre-di-inciampo/ si possono anche segnalare le pietre mancanti.

Le pietre d’inciampo sono “blocchi di pietra ricoperti da piccole targhe d’ottone, creazione dell’artista tedesco Gunter Demnig, per non dimenticare le deportazioni nei campi di sterminio nazisti. Sono oltre 1.400, in 150 comuni, le pietre posate su tutto il territorio italiano”.

Foto ilsole24ore

Pietre d’inciampo

“Stolpersteine” nasce da un’idea dell’artista tedesco Gunter Demnig, per contrastare l’oblio e le cattive memorie sulla tragedia delle deportazioni naziste durante la Seconda guerra mondiale.

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L’episodio decisivo avviene a Colonia nel 1990, quando un cittadino contesta la veridicità della deportazione nel 1940 di 1000 sinti della città renana, in occasione dell’installazione di un’opera scultorea per ricordarne la persecuzione. Da quel momento Demnig si dedica a costruire il più grande monumento diffuso d’Europa, attraverso l’installazione di “Pietre d’Inciampo”, sampietrini di piccole dimensioni, sui marciapiedi davanti alle abitazioni delle vittime delle persecuzioni naziste, qualunque ne fosse la ragione.

Un piccolo blocco quadrato di pietra (10×10 cm), ricoperto di ottone lucente, posto davanti la porta della casa nella quale ebbe ultima residenza un deportato nei campi di sterminio nazisti: ne ricorda il nome, l’anno di nascita, il giorno e il luogo di deportazione, la data della morte. In Europa ne sono state installate già oltre 70.000.

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Per saperne di più: http://www.pietredinciampo.eu/

Ricordando Piero Terracina

«Con Piero Terracina ci legava una fratellanza silenziosa, tra noi non servivano parole. E ora che non c’è più mi sento ancora più sola».    Liliana Segre

«Il più grande rischio è che il passato possa ritornare, magari verso altre minoranze, non dico che possano essere gli ebrei, le minoranze sono sempre a rischio».  P.T.