Il memoriale

Vi invito a fare insieme un viaggio a Oświęcim – la città distante circa 70 km da Cracovia, che ospita il Museo Nazionale Auschwitz Birkenau, punto importante sulla mappa della storia della Polonia. È un centro di studi e ricerche e di educazione che raccoglie, elabora, conserva ed espone i materiali d’archivio e oggetti museali legati al campo di concentramento. Auschwitz I, conservato quasi nello stato nel quale lo hanno lasciato i nazisti, costituisce la parte principale del Memoriale…

Il museo statale di Auschwitz-Birkenau, situato nel Distretto di Oświecim del Voivodato della Piccola Polonia, è un insieme di luoghi, aperto al visitatore per l’intero corso dell’anno, copre una superficie complessiva di poco meno di duecento ettari. Per le sue dimensioni colossali e per il fatto di rimanere in funzione sino al termine della guerra, Auschwitz è diventato simbolo dell’universo concentrazionario e della furia sterminazionista nazista, nonché per la sua triplice funzione di campo di concentramento, centro di sterminio ebraico e campo di lavoro, a rappresentare la sintesi più completa di oppressione, annientamento e sfruttamento, aspetti connaturali al nazismo e che si manifestarono in modo estremo nei territori dell’Europa orientale occupati. Il sito e il suo paesaggio rappresentano un alto livello di autenticità e di integrità, dato che l’assetto originale è stato conservato con cura, senza alcun intervento superfluo, ciò che resta vale a dire il campo base e il sito di Birkenau, risulta così protetto da ogni modificazione o intervento che ne snaturi lo stato di conservazione; protezione estesa anche all’area circostante. Troviamo terreni su cui erano state gettate le ceneri umane, resti delle camere a gas, i posti in cui le famiglie ebree aspettavano di morire, i luoghi delle esecuzioni. È un luogo in cui si conservano anche decine di migliaia di oggetti di carattere, significato e simbologia particolare. Si tratta sia dei beni personali dei deportati, ritrovati dopo la liberazione del campo, sia di oggetti legati alla vita dei prigionieri nel campo.
La visita dell’area occupata dal campo varia a seconda degli interessi, diversi da visitatore a visitatore. Essa può essere intesa come pellegrinaggio, intapresa per la sua funzione formativa o, ancora, per l’impatto emozionale che provoca. Auschwitz è divenuto nel corso degli anni il luogo storico e memoriale europeo del secolo XX più visitato, avvicinandosi a due milioni di presenze annue. Il monumento che commemora le vittime di Auschwitz (l’opera monumentale realizzata dal gruppo guidato da Pietro Cascella e Giorgio Simoncini) è stato posto all’interno dell’ex campo di concentramento di Birkenau nel 1967 e chiude fisicamente e simbolicamente la strada che, durante la guerra, portava alle camere a gas.
Nel 1979 il complesso museale del campo è stato iscritto dall’Unesco (Organizzazione delle Nazioni Unite per l’Educazione, la Scienza e la Cultura) tra i luoghi di interesse culturale per l’intera umanità come simbolo della crudeltà dell’uomo sull’uomo nel XX secolo. Secondo la commissione Unesco esso riveste un significato universale non solo per la memoria del nazismo e lo sterminio degli ebrei, ma anche perché segno concreto del risultato cui portano le ideologie nella loro forma estrema quando negano la dignità e l’uguaglianza di tutti gli uomini.

 

 

 

tratto da:https://www.viaggioauschwitz-cracovia.it/Auschwitz/AUSCHWITZ.aspx

Il ragazzo ebreo che per primo rivelò la verità su Auschwitz

La storia di Walter Rosenberg, meglio conosciuto come Rudolf Vrba – un ragazzo ebreo di circa 20 anni – che nel 1944 fece conoscere per primo, attraverso la sua testimonianza, ciò che avveniva nel segreto dei campi di concentramento nazisti

A lui e al compagno di prigionia Alfred Weltzer si deve infatti il Vrba-Weltzer report, la prima descrizione dettagliata con cifre e particolari di quanto succedeva ad Auschwitz, tutto registrato in prima persona. Fu un testo che segnò una svolta storica: perché, prima di allora, l’Europa sapeva poco o nulla dei campi di concentramento tedeschi. Qualcuno li considerava solo dei luoghi di prigionia, o dei semplici campi di lavoro.

Vrba era nato in Cecoslovacchia da famiglia ebrea: il padre, proprietario di una segheria, non poté fare nulla quando il figlio fu espulso da scuola a causa delle leggi antisemite e quando poi, con lo scoppio della guerra, fu arrestato per la sua fede ebraica: all’inizio andò nel campo di concentramento di Maidanek, in Polonia, dove incontrò un fratello che non avrebbe più rivisto.

Poi finì ad Auschwitz, nel giugno del ’42, pronto per essere impegnato da bracciante agricolo. In quella fase drammatica, Vrba fu a suo modo fortunato: un prigioniero fidato per le SS s’accorse che lui sapeva parlare tedesco, così venne trasferito al Canada, una sezione del campo in cui venivano stipati i beni e i vestiti che venivano requisiti ai prigionieri. Da qui riusciva ad avere accesso anche a del cibo, e rimase nel campo fino all’aprile del ’44.

Dal giugno del ’43, in particolare, era stato mandato a lavorare nell’archivio del campo: da lì riusciva a registrare nomi e numeri, poteva parlare con molti prigionieri e vedere i camion che portavano via i morti dalle camere a gas. Quando seppe che nello stesso campo c’era Weltzer, suo vecchio amico, i due architettarono una fuga rocambolesca: si nascosero dietro a pile di tronchi tagliati, coprirono le proprie tracce odorose seminando tabacco intriso di petrolio così da sviare la ricerca dei cani. Dopo tre settimane di fuga a piedi, finalmente, riuscirono a varcare il confine tra Polonia e Slovacchia.

E lì cominciò la storia del loro report.

 

tratto da: http://www.bergamopost.it/chi-e/ragazzo-ebreo-sopravvissuto-per-rivelo-verita-sui-campi-concentramento/

Ci sono donne

Ci sono donne che hanno occhi profondi e sconosciuti come oceani…

Se ti fermi un istante le puoi sorprendere, mentre lottano contro il proprio istinto…
Mentre fanno passeggiare il proprio dolore a piedi nudi, affrontando onde che ad ogni mareggiata sono sempre più minacciose…
Ci sono donne che chiudono gli occhi, ascoltando una musica lenta,
che rende ancora più salate le loro lacrime…
Ci sono donne che con orgoglio ma con il nodo in gola, rinunciano alla
felicità…
Ci sono donne che con i loro occhi fotografano quegli splendidi ma così
fugaci attimi in cui si sentono abbracciate dall’amore, sperando di mantenerli vivi e colorati per sempre…
Se apri gli occhi un istante le puoi osservare, mentre disseminano briciole
di se stesse lungo il percorso verso quel treno che le porterà via,
mentre urlano la loro rabbia contro vetri tremolanti di una casa diventata
prigione…

Chiara De Felice

In memoria di tutte le donne deportate ad Auschwitz-Birkenau.

 

la poesia completa qui: https://www.pensieriparole.it/poesie/poesie-personali/poesia-14584

Le voci dei ragazzi

Viaggio nella memoria in Polonia di 350 studenti di Reggio Emilia: tra la neve ed il gelo a pochi metri da quelle che furono le camere della morte, le ragazze ed i ragazzi hanno levato le loro voci. A turno – al microfono – hanno raccontato stati d’animo ed emozioni, manifestato pensieri e idee maturati nel corso di un viaggio che ha cambiato qualcosa in loro per sempre. 

“Abbiamo studiato la storia, ci siamo documentati,abbiamo letto libri, sentito testimonianze ma nulla può essere paragonato al vedere coi propri occhi questi luoghi di tortura.”

“Ed è stato appunto lo sguardo a colpire maggiormente: gli occhi di chi imprecava dalle sbarre, di chi a capo chino lavorava nella speranza di vivere un’ora in più.”

“Ora che conosciamo la drammatica crudeltà umana avvenuta nei campi di concentramento e di sterminio non possiamo più limitarci alla compassione per la storia, alle sole emozioni. Abbiamo il dovere di rispondere alle domande che esse ci suscitano.”

il video con alcune loro testimonianze http://www.reggionline.com/viaggio-della-memoria-lomaggio-degli-studenti-nei-luoghi-dellorrore-video/

Il tatuaggio

Un reportage di Mario Calabresi ed una significativa domanda…

 

Alla fine, a bassa voce, mi chiede:
“Cosa pensa di quei ragazzi ebrei che si fanno tatuare sul braccio il numero che era toccato ai nonni?”.

Scuoto la testa, senza sapere cosa dire, ma lei la risposta ce l’ha:
“Io non vorrei che anche i miei nipoti lo avessero.
Per me ormai fa parte della pelle, quasi non ci faccio più caso, ma per loro sarebbe diverso.
Io non lo mostro, ma nemmeno lo nascondo e ogni volta che lo guardo penso con orgoglio che dovevo diventare un numero e invece sono rimasta un essere umano”.

tratto da: http://www.lastampa.it/medialab/webdoc/auschwitz

 

Le stagioni della vita

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L’inverno non è certamente la stagione preferita per chi non ama il freddo. Il clima è rigido, le giornate sono ancora corte e buie e nelle case le luci alla sera si accendono presto. Però è anche vero che con il freddo si crea una atmosfera più raccolta, familiare, ci si riscalda vicendevolmente il cuore, sarà per questo che molte persone amano queste temperature. Vivendo qui, anche noi stiamo imparando dalla gente ad accogliere il bello di ogni stagione. Certo, non si potrebbe apprezzare la mitezza della primavera né il calore dell’estate se non si fosse sperimentato prima un po’ del rigido clima dei mesi invernali.
Così succede nelle diverse stagioni della vita. Chi di noi può dire di non aver vissuto dei momenti bui, di dolore, da sentirsi come raggelare il cuore? Ma con pazienza siamo poi riusciti ad affrontarli, a superarli, e oggi probabilmente siamo capaci di apprezzare di più il tempo sereno e i tanti raggi di sole. E soprattutto possiamo essere capaci di empatia nei confronti degli altri, possiamo offrire il calore di una amicizia, una parola di speranza, un abbraccio.

Ripensiamo al padre Kolbe nel campo di concentramento, la sua fortezza nella prova, il suo calore umano, la sua offerta per amore, rileggiamo la testimonianza di alcuni prigionieri:
– «A lui devo il fatto di essere ancora vivo, di aver tenuto duro e di aver vissuto per essere liberato; le cose che mi disse ebbero un tale effetto su di me che non ho più pensato di suicidarmi. Non solo era coraggioso, ma trasmetteva lo stesso coraggio anche a me e a tutti gli altri».
– «Ho visto una volta come, davanti al blocco, diede il proprio pranzo ad uno dei prigionieri più giovani dicendo: “Prendi, mangia, sei più giovane, tu devi vivere”».
San Massimiliano ci lascia una bella eredità, una sfida per noi oggi: affrontare sempre le diverse stagioni della vita con fiducia, sciogliere il freddo nei nostri cuori con il fuoco dell’amore accolto e donato con generosità.

Le Missionarie di Harmęże, Polonia

http://www.kolbemission.org/cella-amore

Notte di stelle a Birkenau

In occasione della giornata della memoria ci è giunta questa testimonianza spirituale da padre Luca Garbinetto.

Non so se c’è mai stato qualche altro matto oltre a me, che prende e va a pregare il rosario di notte al campo di Birkenau. Notte si fa per dire: sono le 20.30, ma qui è buio pesto. Siamo in campagna, e proprio per questo volevo provare a sperimentare la notte del campo. Il silenzio, la distesa enorme di baracche, ora quasi tutte distrutte, i reticolati senza le guardie… La strada che attraversa il campo di fronte alla parrocchia – un seme di speranza ricavato dalla ristrutturazione del quartier generale delle SS – divideva la zona di prigionia cosiddetta ‘Messico’ dalle altre zone. Per ogni settore una nazionalità, un periodo, una tragedia. In ‘Messico’ le ultime donne ungheresi, giunte e rimaste nude, solo con uno straccio di coperta a fare da impossibile poncio (da qui il soprannome latinoamericano).
Ho camminato solo, addentrandomi nel buio, e subito ho capito che ho paura. Provavo a immaginarmi le ombre di uomini e donne che a migliaia popolavano silenziosi il campo. Anche se nella notte giacevano stremati nelle cuccette, ammassati peggio che delle bestie. Rimpiangevo le lacrime a fiotti del pomeriggio, su questa stessa strada… perché ora invece ho paura per me. Quelle erano lacrime per loro, ma ora… ho paura di essere visto, di incontrare un cane, di sbagliare; ho paura di fallire, del buio… ho paura della morte, della mia morte! Sarei stato piuttosto codardo, con loro, nel campo.
Ho alzato gli occhi al cielo. Ho scoperto che a Birkenau ci sono le stelle. Un po’ fioche, in questo tempo di settembre, ma ci sono. Mai nessuno ha scritto o parlato delle stelle di Birkenau, se non di quelle appese agli indumenti degli ebrei. All’uomo trasformato in bestia viene tolta anche la forza di alzare gli occhi e guardare le stelle. Troppo dolore, troppa fatica, nessuna poesia. La notte era fatta per rubare un rantolo di energia e riprendere poi il lavoro del giorno. Il campo ha fatto odiare anche il tenue sole polacco, e una terra che a me sembra bellissima. Ma si può conservare il senso del bello, quando ti vogliono rubare l’anima?
Etty, probabilmente tu riuscivi a cantare alla vita anche guardando le stelle. Io cammino e scoprendo di essere così scioccamente ed egocentricamente pauroso, mi sento più vicino all’uomo. La preghiera c’è, ma, Dio mio, Madre mia, quanto è ancora superficiale?
Mi dico che devo sentire la paura stringermi lo stomaco, se voglio essere veramente solidale con gli uomini. Ho paura di soffrire, che mi facciano del male. E intanto vado verso gli alberi e quel bosco che ha inghiottito migliaia di vite. Ho l’impressione che l’aria si popoli della cenere benedetta di tante persone. Questo non mi fa paura, mi commuove. Indugio, stupito che i cancelli siano ancora aperti. Ma chi è quel pazzo che viene qui di notte? Cerco di inginocchiarmi: è terra sacra… poi un guizzo nell’acqua stagnante: un animale, sobbalzo… Ecco, ho paura!
Signore mio, che bisogno c’è? Nel mondo esistono ancora tanti campi di morte e soprattutto tanta paura. Forse, riconoscendola, affrontandola, la vinco. Un faro, scatto di nuovo. La luce illumina il cielo, potente. Attendo, guardo: come immaginavo, viene la guardia. Mi intercetta, mi viene incontro. Signore, se fosse stata una SS cosa avrei fatto? Invece tu mi custodisci. È uno degli omoni polacchi: sono buoni. Resta in macchina, è logico. Gli parlo in inglese e gli mostro il rosario. Rimane stupito, e risponde cortese: ‘The museum is closed’. ‘Oh, thank you’… come se non lo sapessi!
Quello che lui non sa è che questo non è un museo, ma un santuario! E io l’ho calpestato di nuovo, per un’ora, vuoto e pieno, a piedi scalzi nell’anima, sentendomi più uomo, perché ho riscoperto la paura. Per questo esco grato e cantando: ‘Benedici il Signore anima mia’…

L’angelo della bontà

La storia di Stanisława Leszczyńska, meglio conosciuta come “la madre” e “l’angelo della bontà” che aiutò le partorienti nel campo di concentramento nazista. Nel 1992 è iniziato il suo processo di beatificazione.

Stanisława ebbe molta fortuna. Riuscì a portare con sé, dentro un tubetto di dentifricio, alcuni documenti scritti in tedesco attestanti il suo lavoro come levatrice. Nonostante l’enorme rischio che stava correndo, andò a parlare con il famigerato dottor Mengele, offrendo la sua assistenza alle donne durante il parto….assistette a circa tremila nascite. Neanche un bambino nacque morto. Né morì alcuna partoriente. La levatrice faceva nascere i bambini nel caminetto che si trovava nel dormitorio. Invece di bende e garze, aveva a disposizione una coperta sporca che dovette scuotere per quanti pidocchi vi vivevano. Le donne facevano asciugare pannolini adagiandoli sulla pancia o sulle cosce, perché appenderli dentro il dormitorio era punibile con la morte.

Nel campo di concentramento,tutti i bambini– contro ogni previsione – sono nati vivi, belli e robusti. La natura, opponendosi a l’odio, lottava con ostinatezza per i loro diritti, attraverso una inesauribile fonte di vita.

I prigionieri chiamavano Stanisława Leszczyńska “la madre” e “l’angelo della bontà”, che – come scrisse successivamente una delle madri di Auschwitz, Elizabeth Solomon, in una poesia – è venuto a dare “la notizia per i secoli a venire che lì – in mezzo alla morte, alla miseria e alla sporcizia – Maria, in una camicia a righe, ha dato alla luce Gesù”.

Racconta Bronisław Leszczyński che una volta, la notte di Natale, l’ostetrica ha ricevuto dai suoi genitori un pacco con del pane. Tagliato a fettine, lo pose su un pezzo di cartone e lo diede come ostia ai prigionieri. Improvvisamente entrò nel dormitorio il Dottor Mengele, “l’angelo della morte”. Mia madre cercava il suo sguardo. E lui abbassò lo sguardo e disse che, per un attimo, gli sembrò di sentirsi umano. E a chi lo ha detto? A una prigioniera, a una donna polacca. Il dottore andò via, e non vi fu alcuna persecuzione. La gente sapeva che lei aveva un potere su di lui”

tratto da: https://beppebortoloso.wordpress.com/2018/01/29/lostetrica-che-ad-auschwitz-salvo-tremila-bambini-dalla-morte

La stella di Andra e Tati

La storia delle sorelle Bucci deportate ad Auschwitz quando avevano 4 e 6 anni viene ora raccontata ai ragazzi con un cartone animato “la stella di Andra e Tati”.

Il loro treno arrivò ad Auschwitz-Birkenau la notte del 4 aprile 1944. La nonna venne uccisa la sera stessa, le bambine, forse scambiate per gemelle perché praticamente identiche, furono indirizzate al Kinderblock insieme al cuginetto. Quando il 27 gennaio 1945 i sovietici entrarono ad Auschwitz, c’erano solo 650 bambini in vita: fra loro Andra e Tatiana, che finirono in Polonia e poi in Inghilterra. La mamma Mira, sopravvissuta anch’essa, era riuscita a ricordare per tutti quegli anni i numeri tatuati sul braccio delle figlie: le bambine si riunirono alla madre nel dicembre 1946.

Qual è il messaggio su cui avete puntato?
La memoria, il fatto che non si deve dimenticare. È lo stesso quando raccontiamo la mafia ai bambini, Falcone e Borsellino molti bambini non sanno chi siano, è una cosa grave. Qualcuno in più saprà che c’è stata la seconda guerra mondiale e avrà forse sentito il termine Shoah, ma non sanno che ci sono stati più di 200mila bambini deportati ad Auschwitz-Birkenau, non sanno cos’è un campo di concentramento, forse qualcuno ha visto qualche spezzone di “La vita è bella”. Noi abbiamo scelto una storia con un lieto fine perché il bambino deve avere un’emozione: è l’insegnante che poi deve portarlo oltre l’emozione. Noi offriamo la matita e il foglio, poi la narrazione può avvenire solo grazie al contributo di insegnanti preparati, per questo è fondamentale che ci sia una attenzione e una preparazione degli insegnanti, affinché la scuola garantisca la memoria.

tratto da: http://www.vita.it/it/article/2018/01/22/la-shoah-dei-bambini-in-un-cartone-animato-la-storia-delle-sorelle-buc/145691/