Un grande rispetto

La testimonianza dell’amica Inès – Brasile

Ricordo che quando ero piccola, sentivo parlare del campo di concentramento, dei prigionieri, dei tedeschi che avevano avuto questa assurda idea di costruire un luogo solo per lo sterminio di persone. Più grande ho cominciato a fare ricerche, ho letto libri, ho visto film, ho incontrato ex prigionieri…

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ma ora sono qui e incontro un mondo che non avrei mai immaginato di vedere e di trovare…

sento di voler camminare in silenzio con un grande rispetto e di pregare.

Ora so che esiste un grido per tutta l’umanità:

 

 

“Non permettiamo che l’uomo distrugga l’uomo”.

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Dalla parte dell’altro

Una testimonianza dall’Argentina

Visitando il campo di Auschwitz rimane solo il silenzio, per il grande dolore incontrato, respirato, ascoltato e visto…  graciela auschwitzPerò non un silenzio passivo, ma quello che ti parla nel profondo del cuore e ti dice la sofferenza e la abnegazione vissuta da tanti uomini, donne e bambini, giovani e anziani. In me è risuonata con insistenza la parola superbia: come diventa facile non vedere l’altro, addirittura calpestarlo. Anche se non viviamo in un campo di concentramento anche noi possiamo vivere e agire calpestando l’altro, nel nostro quotidiano. Padre Massimiliano Kolbe mi dice di stare dalla parte dell’altro, per amarlo, accompagnarlo, per avere cura, per riconoscere la sua dignità, anche di fronte a tante ingiustizie. Sono grata per essere stata qui e spero di poter ritornare.

Hasta pronto, Graciela 

 

 

Solo tre parole

Tre parole hanno accompagnato questo mio viaggio in terra polacca: ascolto,coraggio e offerta. Sono tre termini che esprimono azione, ma che hanno un denominatore comune: uscire da sé.  Ad Auschwitz, prima di tutto, si impara ad ascoltare con gli occhi, con le mani e con le orecchie… qui tutto parla di passato che si intreccia indissolubilmente con il presente, passato fatto di sofferenza, ma anche e soprattutto di risurrezione…
Per recarsi qui è necessario il coraggio di voler vedere la realtà, con tutte le sue contraddizioni e disarmonie, ma anche l’audacia di volerle superare con la forza della speranza. Da ultimo e, per me indispensabile come Volontaria dell’Immacolata Padre Kolbe, Auschwitz ci educa all’offerta di noi stessi, delle nostre abilità, così come delle nostre fragilità, quale dono agli altri, perché attraverso di noi, davvero, si possa concretizzare ancora la Risurrezione di Gesù. Maria è la nostra guida, sempre!

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Pace e gioia,
Antonella

Silenzio e preghiera

Padre Raffaele di Muro, Presidente della M.I. International, reduce dall’incontro dei Volontari dell’Immacolata Padre Kolbe, che si è tenuto a Harmeze (presso Auschwitz), dal 13 al 18 luglio 2017, ha rilasciato un suo pensiero dopo essere stato a visitare insieme ai partecipanti VIPK i luoghi del martirio di padre Kolbe.

Come accade ormai da tempo, ho avuto la gioia di accompagnare i fratelli in questi posti terribili, nei quali, però, ha trionfato l’amore grazie alla testimonianza di S.Massimiliano. È stato molto commovente sostare in raccoglimento nella cella del blocco 11 in cui Kolbe ha dato la vita, mente i volontari deponevano un fiore. Solo il silenzio poteva aiutare a vivere quel momento così altamente contemplativo. Solo la commozione poteva sottolineare il dolore che in quel luogo Kolbe e i suoi compagni hanno sperimentato.
La visita orante al muro della morte o delle fucilazioni e alla piazza dell’appello hanno completato un passaggio importante da parte dei Volontari, che hanno fatto esperienza di come l’amore può vincere anche tra la barbarie dell’uomo e in posti in cui regnano odio e disperazione. Anche questa volta Kolbe ha fatto scuola, anche questa volta al dolore si è sostituita la certezza che vivendo nella carità del Signore e dell’Immacolata non c’è luogo o tempo che non possa trasformarsi in amore.

p. Raffaele Di Muro

 

 

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Auschwitz e Birkenau: perché?

La testimonianza di Anna – missionaria – le sue domande, le sue emozioni, le sue preghiere, i suoi ricordi della guerra civile in Argentina.

Auschwitz e Birkenau, un binomio che da subito fa nascere una domanda: perché? Un binomio che non sarebbe dovuto mai esistere. Campi di concentramento, guerra… parole e fatti che risuonano da anni nella mia testa e nel mio cuore e immediatamente torno alla mia infanzia, in Argentina, al terrore della guerra vissuta dalla mia famiglia, le paure, i desaparecidos, i dialoghi sussurrati in famiglia, le nostre domande di bambini. Ero piccola (3/5 anni) ma in me è rimasto impresso il dolore, la tristezza, il terrore. Ricordo poi che quando qualcosa non mi piaceva dicevo “non la voglio, ha il gusto della guerra”. 

Non volevo viaggiare quest’anno, l’Europa era lontana, però era da tempo che chiedevo a Dio di poter visitare un giorno i campi di concentramento e, finalmente, lo scorso mese di giugno si è avverato questo desiderio.

No, non potevo crederci: mi resi conto che era molto poco, molto povero, minuscolo quello che sapevo; ad ogni passo, a ogni parola della guida, rimanevo meravigliata per il male di alcuni e la sofferenza di altri. Mi veniva voglia di piangere, gridare la mia impotenza, mettermi in ginocchio, baciare quella terra e pregare? Mentre camminavo ripetevo: “Dio mio, perché?”. Che cosa sarà passato nella mente di quelle persone: non avevano famiglia, madri, spose, figli? Come potevano distruggere degli uomini senza pietà? Erano persone intelligenti; sono rimasta infatti sorpresa dalla perfetta organizzazione dei campi, però tutto era stato usato per la distruzione. Mi sono rimasti impressi i pali dei castighi, i forni crematori, il muro della fucilazione, le celle della morte…

Un mattino presto ci siamo recate ad Auschwitz, siamo rimaste lì in preghiera nella cella dove padre Kolbe ha donato la sua vita. Non avevo voglia di andare via, sarei rimasta, ero serena, sorpresa, finalmente il sogno si realizzava; stringendo quelle sbarre sentivo Massimiliano molto vicino, lui che ha illuminato quelle tenebre con la luce del perdono e dell’amore. Ho sentito il bisogno di pregare per le vittime ma anche per gli aguzzini, sopraffatti e distrutti dall’odio. Mi sembrava quasi di udire i passi di padre Kolbe mentre andava a morire in quella cella, “tac tac”, con fiducia, con serenità, per offrire la sua vita e lasciandoci così questa grande testimonianza di amore.

Anna Gentile  

Un po’ di nostalgia

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Sento un po’ di nostalgia, un po’ di nostalgia per te
Sento un po’ di nostalgia, perchè ti amo davvero.
Solo chi conosce il desiderio può capire il dolore
Ma questa è una cosa tua e mia, per noi due, e non invano.
Lasciami un po’ di nostalgia, un po’ di nostalgia così triste
Lasciami un po’ di nostalgia, per i tuoi occhi, per la tua bocca, per te.
Siamo stati costretti a stare lontani,
Lunghi anni, troppo lunghi per il mio cuore,
Ma in tutti i miei sogni vedo
Che torni sempre da me
Aspettando senza averne il diritto
molti giorni e molte notti.
E’ un guaio, non me ne scordo,
E tutti dicono che dovrei pentirmene.
Ma a te sarò fedele per la vita
Ti prometto di essere moglie fedele.
Niente mi farà mai cambiare idea
Lo sai, ammettilo, non sei cieco.
Ben presto sarà tutto dimenticato
Un brutto ricordo sbagliato
Perchè so che ci sarà un tempo per costruire
Quando tutti i miei sogni si realizzeranno.
Saremo forti, non ci piegheremo mai
Il mio amore per te non avrà mai fine.
Niente può separarmi da te
Noi due insieme, legati e liberi.
Vedo la nostra casa fra qualche anno
Una casa per noi – io mamma
Vedo una culla piena d’amore
Con dentro la nostra tortorella d’amore.

Rosita Glacer – Birkenau 1944

 

La vita vuole vivere

Paul Glaser dirigente medico olandese nato immediatamente dopo la seconda guerra mondiale, scopre casualmente che il suo cognome è un cognome di origine ebraica, piuttosto diffuso in altri paesi ma non in Olanda. Inizia così la ricerca sulle sue origini, che lo porterà a raccontare nel libro Ballando ad Auschwitz la storia di Rosie Glacér (originariamente Rosa Regina Glaser) e della sua famiglia.

…il governo del dopoguerra, nella fretta di chiudere con il passato, non rende giustizia a chi è sopravvissuto, né supporto, né risarcimento adeguato. Le giovani generazioni olandesi non sono consapevoli di questo, lo stesso Paul ne è particolarmente scosso: “L’Olanda così moderna e progressista ha in realtà un lato oscuro. E scoprirlo ha rappresentato uno degli shock più forti di tutto il mio lavoro di ricerca”.

Infine, un parallelo: emergono nella storia di Rosie molti dei temi che anche Primo Levi affronta nelle sue riflessioni da sopravvissuto: la violenza e la cattiveria “inutili”, il male degli aguzzini che sporca le vittime anche nella loro volontà di sopravvivere, la zona grigia e il privilegio, l’incomunicabilità da parte dei salvati di quanto accaduto.
Ma mentre Primo Levi è riflessivo, a tratti sereno ma sempre dolente, Rosie ha fame di libertà, Rosie è la joie de vivre, Rosie è la vita. E la vita vuole vivere.

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Questa è la vera storia di mia zia Rosie.
Ho raccontato le sue esperienze basandomi sui suoi diari, foto, lettere e appunti del tempo di guerra, interviste e ricerche d’archivio.
Subito dopo la guerra Rosie denunciò coloro che l’avevano tradita alla polizia. Anche i rapporti che li riguardano e numerose dichiarazioni di testimoni sono entrati a far parte del suo archivio.
In quanto primo nato della generazione postbellica, ho dato alla storia di mia zia forma di libro. Essa dimostra l’importanza che possono avere la forza di carattere e l’ottimismo nei momenti critici. Tramandatela.

Paul Glaser

tratto da: https://bambolediavole.wordpress.com/2017/01/27/ballando-ad-auschwitz-la-storia-di-rosie-e-della-famiglia-glaser/

The Butterfly

Pavel Friedman era un poeta ebreo cecoslovacco. Fu deportato dapprima nel campo di concentramento di Terezin dove il 4 giugno 1942 scrisse una poesia “The Butterfly” su un pezzo di carta sottile. Il foglio fu scoperto dopo la liberazione e poi donato al Museo ebraico di Praga. Il 29 settembre 1944 fu confinato ad Auschwitz e qui venne ucciso.

 

L’ultima, proprio l’ultima,
di un giallo così intenso, così
assolutamente giallo,
come una lacrima di sole quando cade
sopra una roccia bianca
così gialla, così gialla!
l’ultima,
volava in alto leggera,
aleggiava sicura
per baciare il suo ultimo mondo.
Tra qualche giorno
sarà già la mia settima settimana
di ghetto:
i miei mi hanno ritrovato qui
e qui mi chiamano i fiori di ruta
e il bianco candeliere di castagno
nel cortile.
Ma qui non ho rivisto nessuna farfalla.
Quella dell’altra volta fu l’ultima:
le farfalle non vivono nel ghetto.

(Pavel Friedman, Praga 1921 – Auschwitz 1944)

i fiori di Auschwitz

Un viaggio nella memoria effettuato lo scorso anno da un liceo Artistico Statale di Latina  ed uno splendido elaborato che è stato lasciato ai posteri…

Sono partita con il terrore di passare tre giorni circondata da luoghi che mi avrebbero urlato contro solo parole di morte, di violenza, di pura e incontrollata follia. Credevo che non avrei sentito nient’altro che ribrezzo ed angoscia; le quali non sono di certo mancate. Ma tra queste e’ emerso, a mia sorpresa, una sensazione che fatico a descrivere, qualcosa di profondo e sottile che mi faceva restare ancorata all’essere umano, qualcosa che mi faceva percepire di quanta bellezza fosse fatto quest’ultimo; persino in posti come Auschwitz e Birkenau…

 

…In quel luogo fanno un incontro che Tati non smettera’ di raccontare: un uomo, un soldato nazista, ancora uomo, entra nel Kinderblock del ’dottor’ Mengele e porta loro dei biscotti, tanto semplici e banali quanto incredibilmente importanti per due sorelle ormai private di qualsiasi atto di incondizionato interesse o affetto. Quella scatola e’ per lei il ricordo piu’ bello e piu’ vivido del campo. E lo e’ ora anche per me….

 

… I campi di concentramento erano ambienti in cui nulla di bello, di fragile, di spontaneo poteva sopravvivere. Eppure, sono emersi dalla terra piu’ arida ed inospitale, fiori resistenti, dai colori brillanti, che non si sono piegati ad un clima mortale. Quei fiori erano centinaia di migliaia, erano tutti coloro che hanno regalato biscotti, che hanno dato la vita per non perdere un abbraccio, un bacio, una carezza, che hanno preferito le persone agli ordini dei folli, che hanno scelto una vita da fragili fiori, piuttosto che quella da pietre immortali. L’essere umano c’era, in tutta la sua straordinaria forza e bellezza. C’era ad Auschwitz negli anni quaranta e c’era ancora ad aprile dell’anno duemilasedici.
Francesca Angelini

l’intero articolo potete leggerlo qui: http://www.liceoartisticolatina.gov.it/userfiles/doc/2016_fiori_auschwitz.pdf