Si è concluso da poco il pellegrinaggio in Polonia, con la guida delle missionarie Dora e Angelina e con la presenza dell’assistente della Milizia dell’Immacolata don Mimmo, parroco della Chiesa Buon Pastore di Barletta. Abbiamo non solo visitato ma “vissuto” luoghi che ci hanno parlato al cuore e hanno vivificato il nostro cammino di fede, dando il giusto valore alla vita e ai doni che il Signore ci fa. Sono luoghi di sofferenza ma anche di tanta santità. La visita dei campi di sterminio di Auschwitz e Birkenau ci ha condotto a riflettere sulla brutalità dell’uomo, che apparentemente è lontana, ma alberga dentro di noi e che rischia di ripetersi anche oggi in gesti di odio e di prevaricazione.
Ma tutto, in Polonia, ci ha parlato di speranza e amore. Il “cavaliere dell’Immacolata” Massimiliano Kolbe, offertosi per amore incondizionato, ci ha insegnato che nei momenti di difficoltà e sofferenza non dobbiamo arrenderci, ma trovare sostegno in Maria, la forza che vince ogni male…. Abbiamo toccato con mano la fede del popolo polacco che, nelle tante prove della storia, ha continuato a credere che la vera forza che alla fine trionfa, è proprio la fiducia in Gesù Cristo e alla Madonna che ci conduce a Lui. Il pellegrinaggio s’intitolava “Il trionfo dell’Amore”. E come non vedere questo trionfo nella terra calpestata da tanti santi, uomini e donne come noi, innestati saldamente nella fede in Gesù Cristo? San Massimiliano Kolbe, San Giovanni Paolo II, Santa Faustina Kowalska, Santa Benedetta della Croce (Edith Stein)…. Esempi viventi della vittoria del bene. Alla fine siamo giunti ad un cambiamento di prospettiva che ha dato valore alla nostra fede. Ha spostato l’ordine delle priorità…. Ha rafforzato in noi pellegrini la certezza che l’Amore è una forza potente che crea e genera vita, anche dove sembra regnare il dolore, l’odio, la malvagità. L’uomo ha tutte e due le possibilità, il bene e il male, ma restare saldamente abbracciati a Maria, ci aiuta a raddrizzare sempre le nostre scelte.
Grazie alle missionarie, Dora , Angelina, e don Mimmo che ci hanno accompagnato con tanto amore in questo viaggio-pellegrinaggio e alle sorelle, Anna, Maria Angela e Lucia, che ci hanno accolto nel centro di Harmęże.
Fra pochi giorni ricorderemo il martirio di padre Kolbe. Molti di noi si sono recati – in questi mesi o negli anni scorsi – presso la sua cella, ad Auschwitz, un’esperienza che ha lasciato il segno. In Italia, le missionarie e i volontari vivranno in questi giorni diversi momenti di preghiera. Siamo tutti invitati, se possibile e se vicino, a partecipare.
Siamo ad Harmęże, paese di poche migliaia di anime a due passi dai campi di sterminio di Auschwitz Birkenau, già sottocampo di prigionia e di lavoro durante la follia nazista, oggi circondato da vie alberate e laghetti, gli stessi in cui un’ottantina di anni fa venivano sparse le ceneri di donne, uomini e bambini bruciati nei forni crematori di Auschwitz, lungo i cui sentieri si respira un silenzio quasi surreale. Qui, oggi, sulle ceneri di un’umanità distrutta sorge il Centro San Massimiliano Kolbe – missionario francescano che ad Auschwitz donò la sua vita per sostituirsi sul patibolo ad un padre di famiglia – con il convento dei frati francescani e le Missionarie dell’Immacolata di Padre Kolbe. Non conoscevo questo posto. Me lo ha suggerito mia cugina Cristina, con parole che solo lei sa usare: non finirò mai di ringraziarla per questo suo gesto. È così che io, Giuditta e i nostri tre figli, in un giorno di inizio maggio del nuovo millennio, ci siamo trovati di fronte ad Anna (missionaria), una piccola grande donna che ci ha preso per mano e ci ha guidato alla scoperta dell’uomo a cui ho fatto riferimento nell’incipit di questo post. Si chiama Marian Kołodziej, entrato ad Auschwitz da giovane scout non ancora diciannovenne che si opponeva al nazismo (fu arrestato nel tentativo di raggiungere la resistenza polacca in Francia) il 14 giugno 1940, con il primo gruppo di circa 700 prigionieri politici, tanto che lui ebbe sempre tatuato il numero 432, e liberato dal campo di concentramento di Hebensee il 6 maggio 1945, dopo essere transitato anche dai campi di Gross-Rosen, Buchenwald, Sachsenhausen, Mathausen-Gusen. Praticamente un interminabile lustro – oltre 1780 giorni – trascorso nell’inferno disumanizzante del delirio nazista di cui Marian, una volta rivista la luce, non aveva mai parlato fino al 1993, quando un ictus lo colpì nel fisico ma anche nella mente, squarciando pensieri dell’anima, ferite di un passato da rielaborare. Ecco perché, una volta dimesso dall’ospedale, Marian mise il suo talento di scenografo e pittore a servizio di una memoria dolorosa ma che in quel momento era necessario affrontare: come percorso riabilitativo del fisico post ictus, ma anche della sua anima, in un anno Marian realizzò oltre 200 disegni a matita che oggi, insieme ad altri poi fatti negli anni successivi, compongono il corpo centrale della mostra permanente “I Labirinti” che si trova proprio ad Harmęże, sotto la Chiesa della Parrocchia di Padre Kolbe, e che con Anna abbiamo avuto la fortuna di visitare.
Tra i labirinti di Marian
Ecco, giunto a questo punto avrei da condividere molte riflessioni sui contenuti di questa rassegna artistica, nonché storica, sociale e culturale, ma le parole quasi rischiano di perdere senso e di inaridire un’esperienza che io vi invito a fare, recandovi lì, in quel luogo, per vedere e toccare con mano ciò che è stato: dico soltanto che, dirigendosi verso il basso per accedere alla parte introduttiva di questa mostra che in realtà è un viaggio, si ha come la percezione di camminare nel tempo e di trovarsi catapultati esattamente nel giugno del 1940. Ti volti e accanto a te c’è Marian che, attraverso le parole di Anna, ti accompagna nei labirinti del male più assoluto di cui l’umanità sia mai riuscita a macchiarsi. I suoi disegni – alcuni dei quali sono effigie di questo post – ritraggono il male nel suo volto più spietato, come i Kapo raffigurati grassi e avidi, sghignazzanti sul dolore di milioni di persone ridotte a scheletri, private di ogni umanità nella volontà di ridurle ad uno stato ben peggiore delle bestie più oppresse e ripugnanti. Un cammino in cui la lotta tra il Bene e il male è una costante e in cui l’apparente sensazione che il male vinca è continuamente smentita da quell’anima carsica dell’universo – richiamata all’inizio del post – per cui un gesto d’amore, nascosto eppure di una potenza inaudita, può salvare il mondo dalla sciagura totale. Se Marian è uscito vivo da questa esperienza atroce è esattamente per gli atti di amore, suoi e degli altri, come quello di Massimiliano Kolbe che Marian vide immolarsi nel dono totale di sé sul piazzale di Auschwitz o come quello di Marian stesso che, condividendo una zuppa con un prigioniero sconosciuto, fu poi salvato proprio da questo uomo come segno di gratitudine, o che, portando in spalla il corpo esanime di uno dei tanti amici uccisi tra torture e camere a gas, condivideva la croce di Cristo sul Golgota del ‘900 e contribuiva così a mantenere viva la fiammella della Speranza.
Procedere immersi in questo labirinto è un’esperienza dall’impatto emotivo fortissimo, tanto che poi visitare Auschwitz e Birkenau è quasi una logica e dolorosa conseguenza, a completare un percorso di memoria sui cui sentieri è un dovere camminare come uomini e donne del nostro tempo. Eppure, nella labirintica processione dei dipinti in bianco e nero così evocativi e rappresentativi della crudeltà di un’umanità che ha scelto di essere malvagia, si fa pian piano esperienza di un Amore che, nel dominio delle tenebre, trova il modo di incunearsi nelle crepe del regno del male, costitutivamente ed evangelicamente diviso in sé stesso, e di riemergere fino a trionfare. Me lo aveva scritto mia cugina Cristina, prima che partissi: “sembra incredibile… ma la conoscenza di Massimiliano Kolbe, nonostante il contesto tremendo, fa percepire che il Bene è sempre più grande del male. Per i ragazzi, e per tutti, questo è importante. È bello concludere il viaggio ad Auschwitz riflettendo su questo. Per me fu illuminante. La potenza dell’amore che salva. Che redime. Mi commuovo ancora se ci penso”.
Eppure, finché non l’ho vissuto in prima persona, non ho potuto dare pienezza e compimento a queste toccanti parole. Marian Kołodziej, nel riconciliarsi con se stesso lungo la via dei suoi dipinti d’urto, aiuta ognuno di noi a fare pace, non quella che il mondo superficialmente e spesso troppo banalmente propone ma quella che invita ad immergersi nell’anima profonda, propria e del pianeta, per ricercarne la vena di speranza, di senso e di eternità. Come ci ha detto Anna, che Marian lo ha conosciuto molto bene, l’auspicio dell’autore era che le persone potessero entrare nel Labirinto della mostra in un modo ed uscirne in un altro, in un certo senso trasformate. Ed è esattamente quello che accade, muovendosi negli spazi volutamente angusti dell’esposizione: si è angosciati e inizialmente quasi sopraffatti da tanto male, ma passo dopo passo si è anche attraversati dalla consapevolezza che la morte, proprio nel momento in cui sembra trionfare svettando nel punto più alto e nefasto dell’orrore che è capace di generare, lì, proprio lì, in realtà dichiara ed incontra la sua sconfitta, quella dell’Amore che dalla croce redime. E appunto trasforma. Il mondo e noi stessi. Se non fosse che il dolore della croce, umanamente e comprensibilmente, fa una grande paura, ci sarebbe quasi da pensare che alla fine il male, nel compiere nefandezze ed atrocità, in verità cade nella trappola e fa quasi un favore alla Speranza che sorge veramente ed autenticamente soltanto nella prova, quando è “contro ogni speranza”, ovvero nell’attimo in cui ogni possibile ed umana via d’uscita pare essersi esaurita. Del resto, quelle di Marian e degli uomini buoni come lui, o di santi come Massimiliano Kolbe con cui per tutta la mostra Marian dialoga attraverso le immagini intrise di bene capaci di frapporsi eroicamente alla volgarità del male, non sono altro che ‘storie di riedizione’ della Croce più grande ed unica su cui Gesù si sacrificò circa duemila anni or sono. Lì, nella prospettiva terrena, la sconfitta sembrava davvero compiuta, non più apparente bensì reale. Ma, come scriveva Benedetto XVI, “senza la Resurrezione la fede cristiana è morta”.
È la Resurrezione che cambia tutto. Anche l’esperienza dei campi di sterminio. Tutto. Credo non sia un caso se alla fine delle nostre visite, cominciate sotto il sole, poi proseguite nel citato labirinto di buio e di luce, infine bagnate da un principio scrosciante di pioggia, un arcobaleno si è levato in cielo quasi fosse pennellato a forma di abbraccio. Segno di alleanza e di rinascita. Di Resurrezione, appunto. Quella che mi ha ricordato ed insegnato Marian Kołodziej, nato il 6 dicembre 1921 a Raszków e morto a Danzica il 14 ottobre 2009. Ma soprattutto risorto dal giogo nazista il 6 maggio 1945, per vivere il suo primo vero giorno di libertà il 7 maggio di quell’anno.
“29 luglio 2016, ore 9.53 Papa Francesco depone una candela accesa donata da un ebreo sopravvissuto davanti all’ingresso del Blocco 11, e fa tappa nella cella della fame, la cella del martirio di padre Massimiliano Kolbe, offertosi di morire in cambio di un padre di famiglia accusato di cospirazione. Proprio il santo, nella cella sotterranea dove era stato “murato”, aveva inciso, graffiando, una croce su una parete. Davanti a questa croce Francesco si è fermato a pregare ancora in silenzio, seduto su una sedia” (da Avvenire).
Ti ricorderemo così, nella cella dell’amore, in silenzio, in preghiera. Adesso, insieme a San Massimiliano, intercedi per noi, per il mondo intero, per la pace tanto desiderata e cara al tuo cuore. Arrivederci in Paradiso, Papa Francesco!