Per chi desidera incontrare Massimiliano Kolbe, Giovanni Paolo II, Faustina Kowalska ed Edith Stein nella terra dove hanno vissuto e dato la vita.
“Non so bene che cosa mi aspettavo prima della partenza per questo viaggio in terra polacca. Sapevo che non sarebbe stato un semplice girovagare fra paesaggi naturali e siti religiosi, ma non immaginavo nemmeno che avrei portato a casa uno scrigno di emozioni così forti e coinvolgenti…” (Lucia RivaVR)
Si è da poco concluso il pellegrinaggio in Polonia di un gruppo di giovani degli Stati Uniti accolto presso il Centro Massimiliano Kolbe di Harmęże. Un bella e forte esperienza raccontata da Jeremy.
I miei amici ed io abbiamo intrapreso quello che è stato per me, probabilmente, il viaggio spirituale più importante che abbia mai sperimentato prima. Sono sicuro di parlare anche a nome degli altri quando dico che il viaggio continua. Ritornando a Los Angeles, quando ci siamo salutati, ho sentito una grande tristezza. La gioia e l’intimità della preghiera comunitaria, dei viaggi e della fraternità, erano ormai giunte al termine e dovevamo tornare alla nostra vita quotidiana. Ma Dio aveva in mente qualcos’altro.
Nel pensare a questa testimonianza ho sentito una grande pace. La mia mente sembrava essere piena non solo del passato, ma anche di riflessioni profonde, e la domanda: “A partire da qui, dove andiamo?”. Non potevo fare a meno di chiedermi se il Signore mi avesse dato un’opportunità attraverso la quale, essendo a casa da solo e sveglio nel silenzio della notte, potesse parlarmi. Mentre sto scrivendo, questa è la quarta notte in cui mi ritrovo completamente sveglio, sto sentendo forte la presenza di Dio.
Ciò che ho ricevuto da questo viaggio è stata una triplice lezione. La prima è stata una conferma che, nonostante la attitudine umana di tendere verso il male, Dio ha reso ogni cosa buona. Seconda: la presenza di Dio negli altri anche nei momenti più difficili. Terza: un invito a considerare più profondamente molte cose, tra queste l’amore per gli altri, evitare l’indifferenza.
Sul primo punto ho riflettuto sulla capacità degli esseri umani di tendere ugualmente verso il grande bene e il grande male. Questo l’ho sentito mentre visitavamo per tre giorni i campi di Auschwitz-Birkenau. Il primo giorno siamo abbiamo visto in modo molto forte i grandi orrori dell’occupazione nazista e della loro soluzione finale. Il secondo giorno abbiamo pregato in silenzio le stazioni della Via Crucis nel Campo di Birkenau, riflettendo ancora una volta sulla sofferenza, la discriminazione, la disumanità. Abbiamo pregato affinché tali crimini non possano ripetersi mai più e per il riposo delle anime di coloro che erano morti. Il terzo giorno abbiamo partecipato, presso il Muro della Morte ad Auschwitz, alla processione e alla messa in onore di San Massimiliano, vicino alla cella dove morì.
Molto spesso, in casi di tragedia e di morte, la risposta naturale è semplicemente trattarle come l’indicibile. Trattarle con il silenzio e l’auspicio che non debbano accadere mai più. Ma penso che, in un vero spirito di fede, non dobbiamo fuggire dalle domande più profonde. Potremmo non avere una risposta assoluta, ma penso che dobbiamo essere aperti a considerarle. Come ha osservato l’autore Elie Wiesel nel suo scritto “Notte”, è sorta la domanda su dove fosse Dio in questi campi. Non so se ci sia una risposta assoluta e soddisfacente a questa domanda, ma penso che pregiudizio e discriminazione cancellino l’individuo e portino a vedere solo una classe o un gruppo. Durante il nostro tour la guida ci ha detto che una delle guardie, quando è stata intervistata e interrogata su come avesse potuto uccidere così tante persone, ha risposto: “Non ho ucciso nessuno. Solo ebrei”. Ha guardato il popolo ebraico e non ha visto persone con il loro valore e la loro storia, tanto meno la presenza di Dio in loro, ma semplicemente una classe, un gruppo, un ebreo.
Auschwitz per me è stato una conferma che pregiudizio, discriminazione, indifferenza e genocidio si sono verificati non una volta ma troppe volte nella storia umana. Ho pensato che l’opposto dell’amore potrebbe non essere l’odio, ma l’indifferenza. Molti di questi ufficiali potrebbero aver semplicemente eseguito gli ordini, indifferenti agli effetti. Mentre siamo tutti fondamentalmente buoni, creazione di Dio, siamo tutti capaci di indifferenza e pregiudizio che, se lasciati incontrollati, possono portare a un grande male. Si dice che non ci sia santo senza passato e nessun peccatore senza futuro. Ciò che questo pellegrinaggio ha evidenziato è questa verità.
Prima di andare ad Auschwitz il nostro pellegrinaggio aveva ripercorso le orme di Santa Faustina Kowalska, San Giovanni Paolo II e San Massimiliano Kolbe. La Divina Misericordia ci ricorda che tutti meritano di essere salvati, non importa quanto si siano allontanati da Dio. Ci viene detto che padre Kolbe vedeva la presenza di Dio non solo nei suoi compagni di prigionia, non provava tanto odio per i suoi persecutori ma tanta pietà.
L’altra lezione è mettere tutto questo in pratica. Come guardiamo alle persone che commettono crimini indicibili e riconosciamo in loro la creazione di Dio? Come ci mettiamo alla prova per superare i pregiudizi? Come bilanciamo la giustizia legittima con la misericordia e l’amore per i nemici? Penso che fornire una risposta assoluta qui sarebbe una semplificazione eccessiva di queste difficili domande. In ogni caso, una lezione che abbiamo imparato da San Massimiliano Kolbe è che non siamo tutti chiamati a un compito arduo come il suo, piuttosto è nei piccoli incontri quotidiani che possiamo mettere in pratica questi temi e lasciare che la misericordia e l’amore ci guidino sempre. Nei giorni successivi al pellegrinaggio mi sono chiesto chi avrei dovuto perdonare o a chi avrei dovuto chiedere scusa. A quali aspetti della mia vita sono indifferente? Mi sembra di riuscire a vedere Cristo in molte persone, prima sarebbe stato difficile.
Questo pellegrinaggio per me è stato come una rinascita, una chiamata a ricordare chi siamo e ciò che siamo chiamati a fare. Sono eternamente grato per questo viaggio e per tutti coloro che lo hanno pensato e organizzato. Dio vi benedica.
Per molti anni, il pellegrinaggio in Polonia, come quello in Terra Santa, è stata una tappa fissa del cammino di formazione dei seminaristi bolognesi. Se è facile comprendere i motivi per cui, nel corso degli anni che accompagnano dei ragazzi ad ascoltare e a rispondere alla chiamata che Dio ha seminato nei loro cuori, è preziosa anche una tappa nei luoghi che il Signore Gesù ha visto con i suoi occhi e toccato con le sue mani, credo che per rendersi conto della preziosità di un pellegrinaggio in Polonia sia fondamentale averne fatto esperienza personale. Per me è stato così. Dico questo perché, al di là delle nozioni storiche e delle riflessioni di fede che si possono fare sui fatti avvenuti nei campi di Auschwitz e Birkenau, come anche per tutto ciò che riguarda la storia e la fede del popolo polacco nel secolo scorso, è stato il fatto di posare concretamente i nostri piedi e, con essi, il nostro cuore, in quei luoghi a segnare, per me e per gli altri seminaristi, una comprensione diversa e rinnovata di cosa significhi quella storia per il nostro cammino di vita e di fede.
Infatti, al di là delle riflessioni che, per quanto verosimili, rimangono ideali, è stato il varcare fisicamente lo spazio dei campi, delle baracche, delle camere a gas, a far penetrare dentro di noi lo scandalo per il male che lì è stato commesso. Ed è solo una volta che questo scandalo è entrato, come è entrata la domanda, sincera e viscerale, su dove fosse finita l’umanità di quanti hanno commesso tali crimini, che è potuta emergere anche la domanda di fede, domanda a cui, penso, si possa solo lasciare rispondere a quanti, misteriosamente, condividendo quella stessa fede nella quale anche noi desideriamo camminare, hanno vissuto quei drammi.
Così diviene ancora più radicale il contrasto dell’immagine che, nella cappella maggiore della casa delle Missionarie a Harmęże, mostra una rosa che germoglia da un filo spinato. Quell’immagine prende infatti vita nella testimonianza di quanti hanno raccontato quegli orrori: prende carne nel disegno in cui Marian Kołodziej si rappresenta appeso a un palo insieme a un Gesù prigioniero con lui; prende carne nel martirio di Massimiliano Maria Kolbe e di Teresa Benedetta della Croce. E lo scandalo della croce di Gesù, a cui forse ci siamo assuefatti nel corso dei secoli, torna inevitabilmente e duramente a scuotere l’intimità nell’incontro con quei luoghi e a rimproverare ogni idea disincarnata o ogni facile semplificazione che può essere fatta quando la realtà perde, nel pensiero, la sua ruvidità.
Anche l’incontro con la fede incarnatasi nella terra polacca è un prezioso dono per la nostra stessa fede che, pur essendo la medesima, ha tratti molto diversi. Così, nell’incontro e nello scambio con una fede che illumina in modo nuovo il volto dello stesso Signore che ci unisce, abbiamo avuto ancora una volta il dono di contemplare la meraviglia della grandezza di un Dio che sa abbracciare questa umanità così poliedrica e che, in quest’unico abbraccio, risplende di tanti colori diversi.
Questo è stato per noi il pellegrinaggio in Polonia: una provocazione all’incontro con la realtà; un invito a non uscire dal contatto con la carne, nel senso umano del termine; un rimprovero, come direbbe papa Francesco, a ogni neo-gnosticismo. In definitiva, è stato un’occasione per penetrare più intimamente nel mistero del Dio incarnato, crocifisso e, nel mistero della luce inattesa della Pasqua, risorto.
Oggi siamo tutti, con il pensiero e il cuore, davanti a quella cella che ha visto tante persone morire di fame e di disperazione ma che un uomo ha saputo illuminare per sempre con il suo gesto d’amore. La luce di Massimiliano Kolbe continua a comunicare speranza a tutti noi, l’odio non è mai l’ultima parola.