La non violenza ad Auschwitz

dal Diario di: Etty Hillesum 1941-1943 giovane ebrea olandese che venne deportata ad Auschwitz nel mese di settembre del 1943. Dal vagone piombato riuscì a gettare una  cartolina, che venne poi raccolta e spedita da un contadino: Abbiamo lasciato il campo  (di smistamento di Westerbork) cantando“.


Mio Dio, sono tempi tanto angosciosi. Stanotte per la prima volta ero sveglia al buio con gli occhi che mi bruciavano, davanti a me passavano immagini  su immagini di dolore umano. Ti prometto una cosa, Dio, soltanto una piccola cosa:
cercherò di non appesantire l’oggi con i pesi delle mie preoccupazioni per il
domani, ma anche questo richiede una certa esperienza. Ogni giorno ha già la
sua parte. Cercherò di aiutarti affinché tu non venga distrutto dentro di me, ma a priori non posso prometterti nulla. Una cosa, però, diventa sempre più evidente per me, e cioè che tu non puoi aiutare noi, ma che siamo noi a dover aiutare te, e in questo modo aiutiamo noi stessi. L’unica cosa che possiamo salvare in questi
tempi, e anche l’unica che veramente conti, è un piccolo pezzetto di te in noi
stessi, mio Dio. E forse possiamo anche contribuire a disseppellirti dai cuori devastati di altri uomini. 
Dimenticano che non si può essere nelle grinfie di nessuno se si è nelle tue braccia. Comincio a sentirmi un po’ più tranquilla, mio Dio, dopo questa conversazione con te.

Discorrerò con te molto spesso, d’ora innanzi, e in  questo modo  ti impedirò di abbandonarmi.  Con me vivrai anche tempi magri,mio Dio, tempi scarsamente alimentati dalla mia povera fiducia; ma credimi, io continuerò a lavorare per te e a esserti fedele e non ti caccerò via dal mio
territorio.  

                 Per il dolore grande ed eroico ho abbastanza forza, mio Dio,                      ma sono piuttosto le mille piccole preoccupazioni quotidiane a saltarmi addosso   e a mordermi  come altrettanti  parassiti.   Be, allora mi gratto disperatamente       per un po’ e ripeto ogni giorno:  per oggi sei a posto,  le pareti protettive di una casa ospitale ti scivolano sulle spalle come un abito che hai portato spesso e che ti è diventato famigliare, anche di cibo ce n’è a sufficienza per oggi, e il tuo letto con le lenzuola bianche e con le sue calde coperte è ancora lì,      pronto per la notte e dunque, oggi non hai diritto  di perdere neanche un attimo della tua energia in piccole preoccupazioni materiali.  Usa e impiega bene ogni minuto di questa giornata         e rendila fruttuosa, fanne un’altra         salda pietra su cui possa ancora reggersi il nostro povero e angoscioso futuro.        Il gelsomino dietro casa è completamente sciupato dalla pioggia e dalle tempeste  di questi ultimi giorni, i suoi fiori bianchi galleggiano qua  e là sulle pozzanghere scure e melmose che si sono formate sul tetto basso       del garage. Ma da qualche parte dentro di me esso continua a fiorire indisturbato, esuberante e tenero come sempre e spande il suo profumo tutt’intorno alla tua casa, mio Dio.  Vedi come ti tratto bene. Non ti porto soltanto le mie lacrime e le mie paure, ma ti porto persino in questa domenica mattina grigia e tempestosa, un gelsomino profumato. Ti porterò tutti i fiori che incontro sul mio cammino e sono veramente tanti.
              Voglio che tu stia bene con me.     

E tanto per fare un esempio:  se io mi ritrovassi  richiusa in una cella stretta e vedessi passare una nuvola davanti alla piccola inferriata, allora ti porterei quella nuvola, mio Dio, sempre che ne abbia ancora la forza”. 

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