1, 2, 3 Kapò

La storia di Leone Efrati, detto Lelletto, ebreo romano che venne deportato nel campo di concentramento di Auschwitz. Dai ring europei passò a quelli non professionistici di Auschwitz per far divertire i suoi aguzzini e per difendere suo fratello vi trovò la morte.

 

Lelletto ha saputo che i kapò nazisti di Auschwitz hanno picchiato selvaggiamente il fratello ed è andato a farsi giustizia da solo, nell’unica maniera che le condizioni in cui lì è ridotta dignità umana gli permettono. Lui conosce bene l’arte del fare a pugni: uno, due, tre kapò non gli resistono. Poi questi iniziano a diventare tanti, troppi. E’ sopraffatto, ridotto al punto tale da non reggersi in piedi. E’ uno che non sta in piedi in quel posto non serve più a niente: viene mandato a morire nel forno crematorio il 16 aprile del 1944.

 

Sale sul ring e dà spettacolo per i suoi aguzzini. Sei peso piuma e devi batterti con un mediomassimo? Fa lo stesso, tanto in quel posto così sinistro non vale uno straccio di regola. Eppure lui emerge anche lì.
Schiva alla perfezione, rientra con colpi che sembrano rasoiate. Quelli che gli mettono davanti saranno pure più grossi, ma Lelletto è uno dei migliori pugili della rigogliosa boxe italiana degli anni trenta.

Quando in Italia entrano in vigore le leggi razziali, il 18 settembre 1938, lui sta iniziando a interessare il pubblico americano…
Potrebbe restare negli Usa, la boxe gli darebbe tranquillità economica ma… Efrati torna in Italia per stare vicino alla sua famiglia, nei suoi progetti c’è anche la boxe. Ma per lui ormai non c’è più spazio, qualsiasi opportunità gli è vietata. Cade in una retata della gestapo. Gli unici incontri che terrà saranno quelli sugli improbabili ring di Auschwitz, l’ultimo per difendere il fratello.

tratto da: http://www.repubblica.it/rubriche/la-storia/2016/01/26/news/leone_efrati_auschwitz-132043054/

 

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