
Per molti anni, il pellegrinaggio in Polonia, come quello in Terra Santa, è stata una tappa fissa del cammino di formazione dei seminaristi bolognesi. Se è facile comprendere i motivi per cui, nel corso degli anni che accompagnano dei ragazzi ad ascoltare e a rispondere alla chiamata che Dio ha seminato nei loro cuori, è preziosa anche una tappa nei luoghi che il Signore Gesù ha visto con i suoi occhi e toccato con le sue mani, credo che per rendersi conto della preziosità di un pellegrinaggio in Polonia sia fondamentale averne fatto esperienza personale. Per me è stato così. Dico questo perché, al di là delle nozioni storiche e delle riflessioni di fede che si possono fare sui fatti avvenuti nei campi di Auschwitz e Birkenau, come anche per tutto ciò che riguarda la storia e la fede del popolo polacco nel secolo scorso, è stato il fatto di posare concretamente i nostri piedi e, con essi, il nostro cuore, in quei luoghi a segnare, per me e per gli altri seminaristi, una comprensione diversa e rinnovata di cosa significhi quella storia per il nostro cammino di vita e di fede.
Infatti, al di là delle riflessioni che, per quanto verosimili, rimangono ideali, è stato il varcare fisicamente lo spazio dei campi, delle baracche, delle camere a gas, a far penetrare dentro di noi lo scandalo per il male che lì è stato commesso. Ed è solo una volta che questo scandalo è entrato, come è entrata la domanda, sincera e viscerale, su dove fosse finita l’umanità di quanti hanno commesso tali crimini, che è potuta emergere anche la domanda di fede, domanda a cui, penso, si possa solo lasciare rispondere a quanti, misteriosamente, condividendo quella stessa fede nella quale anche noi desideriamo camminare, hanno vissuto quei drammi.
Così diviene ancora più radicale il contrasto dell’immagine che, nella cappella maggiore della casa delle Missionarie a Harmęże, mostra una rosa che germoglia da un filo spinato. Quell’immagine prende infatti vita nella testimonianza di quanti hanno raccontato quegli orrori: prende carne nel disegno in cui Marian Kołodziej si rappresenta appeso a un palo insieme a un Gesù prigioniero con lui; prende carne nel martirio di Massimiliano Maria Kolbe e di Teresa Benedetta della Croce. E lo scandalo della croce di Gesù, a cui forse ci siamo assuefatti nel corso dei secoli, torna inevitabilmente e duramente a scuotere l’intimità nell’incontro con quei luoghi e a rimproverare ogni idea disincarnata o ogni facile semplificazione che può essere fatta quando la realtà perde, nel pensiero, la sua ruvidità.
Anche l’incontro con la fede incarnatasi nella terra polacca è un prezioso dono per la nostra stessa fede che, pur essendo la medesima, ha tratti molto diversi. Così, nell’incontro e nello scambio con una fede che illumina in modo nuovo il volto dello stesso Signore che ci unisce, abbiamo avuto ancora una volta il dono di contemplare la meraviglia della grandezza di un Dio che sa abbracciare questa umanità così poliedrica e che, in quest’unico abbraccio, risplende di tanti colori diversi.
Questo è stato per noi il pellegrinaggio in Polonia: una provocazione all’incontro con la realtà; un invito a non uscire dal contatto con la carne, nel senso umano del termine; un rimprovero, come direbbe papa Francesco, a ogni neo-gnosticismo. In definitiva, è stato un’occasione per penetrare più intimamente nel mistero del Dio incarnato, crocifisso e, nel mistero della luce inattesa della Pasqua, risorto.
Riccardo Ventriglia
