La B capovolta di “arbeit macht frei”

Forse non tutti sanno che la frase ARBEIT MACHT FREI è stata scritta  appositamente con un errore di battitura, una B capovolta che indica la libertà e  dignità alfabetica di quel tempo. Il lavoro rende liberi, ma dei tanti prigionieri  internati ad Auschwitz pochi riacquistarono la libertà da vivi, molti furono quelli  che la conquistarono dopo la morte.


«Gli aguzzini volevano imbrogliare le vittime fino all’ultimo. Illudere i morti viventi che sarebbero sopravvissuti. Lavorando. E’ diabolico. Lo slogan è stato posto anche all’entrata di altri campi e nei ghetti. Con lo stesso obiettivo: uno scherzo cinico, demoniaco». È rarissimo che accada, ma può accadere.
Una semplice, povera, trascurata, indifesa lettera alfabetica può, con la sua sola presenza oggettiva e tangibile, rappresentare il miracolo assoluto: l’anelito alla libertà e restituire dignità all’uomo, quando tutto intorno è precipitato nella notte della follia e nell’abisso della morte.
Quando tutto sembra perduto e intorno c’è soltanto l’esiziale ghigno del potere e della forza bestiale, proprio allora da una semplice lettera alfabetica può scaturire la rivolta, la forza estrema della propria coscienza di Uomo.
Questo è accaduto nel 1940, nel campo di sterminio polacco di Auschwitz (Oswiecim in polacco), ad opera di un umile artigiano, un fabbro polacco, prigioniero come altri milioni in quell’inferno assoluto e totalizzante.
Un capo tedesco del campo, Kurt Müller, chiede che venga immediatamente eseguito l’ordine imposto dal comandante Rudolf Höss, che venga cioè realizzata, e innalzata all’ingresso del campo di sterminio, la targa in ferro battuto progettata dallo stesso Müller, con la scritta Arbeit macht frei, il lavoro rende liberi, che i nazisti avevano ripreso, modificandola, da un passo del Vangelo di San Giovanni, Wahrheit macht frei, la verità rende liberi, e che a Höss ricorda i suoi anni di carcere durante il governo di Weimar. Ma Arbeit macht frei è anche il titolo di un romanzo del 1872 dell’etnologo e linguista Lorenz Diefenbach, che mai avrebbe immaginato il terribile uso che altri avrebbero fatto di quel titolo.
Una scritta illusoria e beffarda per coloro che mai avrebbero visto la libertà, morendo a milioni in quei luoghi (“le tre parole della derisione […] sulla porta della schiavitù”, così scrisse Primo Levi ne La Tregua). Della realizzazione viene incaricato un prigioniero, il dissidente politico polacco Jan Liwacz, non ebreo, numero di matricola 1010 tatuato sull’avambraccio, che in un’altra vita faceva il fabbro, entrato nel campo di sterminio il 20 giugno 1940. È lui a dirigere la “Schlosserei”, l’officina interna al campo che fabbricava lampioni, inferriate, sbarre, cancelli. Ebbene al momento di saldare le lettere per comporre la parola Arbeit Liwacz ribalta la B in modo che l’occhiello piccolo risulti in basso rispetto al grande, anziché in alto come la grafica impone. È questo un gesto più piccolo di un granello di sabbia del deserto, ma che in quel contesto terribile e inumano assume all’improvviso la forza e la grandezza dell’urlo di Munch e insieme quello di milioni di vittime innocenti che si ribellano, unite nel gesto umile e semplice di un fabbro. Un grido di libertà con le armi benevoli della grafica, dell’alfabeto, delle lettere.
Nella loro insulsa e bestiale brutalità razzista i nazisti non si accorsero mai che quella semplice B capovolta rappresentava la libertà, la dignità di una moltitudine di perseguitati, e insieme la rivolta simbolica contro la barbarie. Liwacz sopravvisse alla morte e reclamò, giustamente, a liberazione avvenuta la propria opera di ferro, ritornando al proprio villaggio Bystrzyca Klodzka, e dove morirà ottantaduenne.
Alla liberazione del campo il 27 gennaio 1945 ad opera dell’armata rossa, però, la scritta verrà caricata dai sovietici su un treno destinato all’Est. Ma un ex prigioniero del campo, Eugeniusz Nosal, intuendo l’alto valore simbolico della scritta, la scambiò con un soldato sovietico in cambio di una bottiglia di vodka. Sarà nascosta per anni nel municipio di Auschwitz e donata in seguito al Museo fondato sui resti del campo di sterminio.

articolo tratto da: bibliotecadisraele.wordpress.com

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Vigilia di Natale: pane spezzato e desiderio di pace

Dalla Polonia la missionaria Lucia Z. ci invia il suo saluto.

Sono contenta di vivere questa vigilia di Natale in questa terra di grandi santi, sì, è una vigilia particolare, intensa, è una vigilia polacca. Mentre cammino in questo campo di Auschwitz, mi chiedo come avranno vissuto gli “abitanti di questa città”. Avranno avuto qualche momento diverso? Qualcosa in più da mangiare, o forse un pó di riposo in più? Tra i tanti quadri del prigioniero Marian Kolodziej, ce n’è uno che ricorda proprio la vigilia. Per i polacchi la vigilia di Natale è sacra, il richiamo è forte e non si può dimenticare… IMG-20151223-WA0007_resizedMarian fà memoria di quella prima vigilia ad Auschwitz e disegna – con mano ferma e tratto deciso – come lui e i suoi amici spezzavano a vicenda quel pezzetto di pane duro… pensando, tra le lacrime, alla casa, alla libertà, alla pace. Sì, la pace, quella pace che Gesù ci ha portato con amore e tanta tenerezza e che vuole regalare al mondo e a ciascuno di noi.      (il disegno è parte della mostra     “I Labirinti di Marian Kolodziej” ospitata presso il complesso francescano in Polonia)

In Polonia oggi una magica atmosfera avvolge ogni cosa. Quando nel cielo apparirà la prima stella ogni famiglia si riunirà a tavola ma sempre resterà un posto per l’ “inatteso” ospite.  Nel silenzio della notte un canto aprirà alla preghiera e nel segno di un’ostia, di un pane spezzato e condiviso, come tradizione, ci scambieremo lacrime e auguri, sorrisi e richieste di perdono. É la notte di Natale, il nostro Dio ancora non è stanco di noi, ancora una volta desidera nascere, Maria ce lo dona.

Carissimo/a, questo messaggio di pace e di fraternità giunga dalla terra di Polonia fino a te col suo calore, con la sua bellezza, e attraverso te possa raggiungere ogni uomo e ogni donna, ogni giovane, ogni bambino, ogni persona sola o ammalata. Auguri.

                                                 Buon Natale!

                                          Lucia, Paola, Ercolina